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Memorie d’acqua e turismo sostenibile

Lo studio di Francesco Vallerani sull’area che va dai Colli Euganei alla Laguna Veneta si conclude con uno sguardo sul presente proiettato verso il futuro: l’autore traccia un percorso che va dal recupero delle memorie d’acqua al turismo sostenibile.

capitolo 1 | capitolo 2 | capitolo 3

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4. DAL RECUPERO DELLE MEMORIE D’ACQUA
ALLA SOSTENIBILITÀ TURISTICA

I fatti evolutivi dell’idrografia, di cui si trovano esaurienti tracce documentarie nei depositi d’archivio, nei manufatti sparsi lungo gli argini o a breve distanza da essi, possono altresì offrire ulteriori informazioni per integrare i racconti di coloro i quali hanno a lungo condiviso il succedersi di specifiche territorialità rivierasche. Sia dal lavoro di campo per la ricerca di memorie d’acqua che assecondando i metodi impiegati nella geografia storica e nell’antropologia culturale, è sempre più difficile rilevare i sedimenti della secolare territorialità anfibia depositati nel corso dei tempi storici tra il fitto sistema di vie d’acqua naturali e artificiali che solcano la bassa pianura bagnata da Brenta e Bacchiglione. Il pretesto per il lavoro scientifico è l’analisi dei quadri ambientali che hanno visto il consolidarsi di importanti rotte fluviali, ma anche lo sfrangiarsi di itinerari minori per collegare case sparse e modesti villaggi durante il lungo processo di costruzione dei paesaggi agrari nelle terre di poco sopra il livello del mare. Si tratta di voler aprire gli occhi su ciò che resta di un patrimonio culturale e ambientale lasciato nell’ombra, trascurato, in fase di totale estinzione per quanto riguarda l’operatività funzionale, impoverito dal deperimento memoriale, quasi un “olocausto” dovuto al prepotente ingresso di altre economie, di altra mobilità, di altre percezioni.
La china triste dell’obsolescenza sembra in alcune realtà specifiche forse meno drammatica, ed è questo il caso della realtà museale di Battaglia Terme, grazie all’azione costante e meritevole di pochi volontari, appassionati e competenti, che si sono posti come obiettivo esistenziale il recupero delle componenti culturali che legavano i più disparati tipi idrografici fluvio-lagunari e lacustri alle relative comunità rivierasche. Alle generose iniziative dei tutori delle memorie d’acqua [Jori, 2009; Mainardi, 2012], in molti casi veri e propri rapsodi fluviali, si associa da tempo il lavoro dei ricercatori sia in ambito accademico che in istituzioni culturali locali, il cui impegno è versato in una copiosa bibliografia, non sempre di facile reperimento, ma che dimostra una stimolante vivacità culturale e una significativa restituzione di saperi anfibi centrata non solo sulla navigazione e la cantieristica minore, ma anche sulle correlate attività della pesca, sulla portualità, sulle dinamiche insediative “di riviera”.

4.1 In difesa delle storie di fiume
La fine della navigazione commerciale lungo le vie d’acqua venete porta con sé la scomparsa di alcune specifiche figure professionali come il barcaro, il cavalante, il maestro d’ascia, il facchino scariolante, l’addetto alle manovre delle conche, non diversamente da altre competenze rivierasche come le lavandaie, i pescatori, i badilanti e sabionanti impegnati negli allora tollerabili prelievi di inerti dai fondali dei fiumi [Boscolo, Gibin, Tiozzo, 1986]. Per conseguire soddisfacenti risultati da questo tipo di analisi è bene affidarsi sia al consistente patrimonio fotografico, che ai resoconti di storia locale del passato, magari integrati da documenti d’archivio rinvenuti tra le buste delle sezioni del Genio Civile o dei Consorzi di bonifica, veri e propri giacimenti memoriali poco esplorati, non catalogati, su cui spesso incombe l’incubo della dispersione o del macero, come qualunque altro banale rifiuto, pur se nobilitato dalle procedure virtuose del riciclo della carta. Ma la fonte informativa più viva e prodiga di dettagli, di sfumature di senso, di calore narrativo è certamente il diretto colloquio con l’attore territoriale radicato, insostituibile e preziosa testimonianza per riconnettere contesti sociali lacerati e dispersi dall’indifferenza degli uomini e del tempo.
Per ricostruire le vicende legate alla navigazione irradiatasi da Battaglia era possibile, fino a un decennio fa, affidarsi alla disponibilità di un discreto gruppo di ex-barcari. L’ancor vivida memoria restituiva un prezioso patrimonio di fonti orali da cui era possibile dedurre ricche e dettagliate informazioni sulla vita di bordo, i saperi nautici, le manovre, i nomi delle attrezzature e degli oggetti legati al viaggio in barca, consentendo inoltre di raccogliere e proteggere quel peculiare lessico marinaresco. In questa sede è sufficiente indicare le principali tematiche verso cui è stato possibile indirizzare le rievocazioni narrative dei barcari, di pari passo con la schedatura ragionata dei numerosi oggetti conservati al museo di Battaglia.
Seguendo un po’ lo schema utilizzato nella più parte dell’addensarsi di pubblicazioni dedicate alla navigazione nell’entroterra veneto e ai barcari, il primo e principale aspetto che viene evidenziato è la navigazione, dove la cura del rilievo etnografico dedica particolare attenzione alla meccanica e ai nomi delle manovre, associando le peculiari modalità di propulsione alle diverse morfologie fluvio-lagunari (uso dei lunghi remi per le manovre d’ormeggio e per governare la barca nella navigazione a seconda, ossia utilizzando la corrente discendente, il traino con i cavalli, l’uso della vela specialmente in laguna e lungo le aste terminali dei fiumi, con l’ampliarsi degli alvei). Le esigenze della museografia navale prevede che si dia risalto anche alla cantieristica, al calafataggio, alla piegatura a caldo del fasciame, alla preparazione delle cime, alle piccole e diversificate riparazioni che impegnavano i barcari durante le pause, le diverse modalità di carico in base al variare delle merci. Un altro tema che tanto ha stimolato la potenza evocativa dei ricordi è la semplice quotidianità della “vita di bordo”, da cui emerge la stretta simbiosi con l’imbarcazione, al tempo stesso strumento di lavoro e abitazione, ma in alcuni casi anche culla e ospedale, quindi oggetto che innesca relazioni di profonda intimità e identificazione.
Tra la preziosa documentazione, conservata presso il museo della navigazione fluviale di Battaglia, c’è un copioso patrimonio di cassette audio che raccolgono ore e ore di registrazioni dei racconti degli ultimi barcari (Marchioro, 2003). Il materiale è ben schedato, con le date, la suddivisione per argomenti. La raccolta di queste testimonianze orali ha occupato e sta occupando l’attività di alcuni studiosi appassionati e di studenti laureandi, costituendo un buon punto di partenza per successivi approfondimenti, ma soprattutto per conservare la viva voce degli ultimi protagonisti della storia della navigazione che, di pari passo con l’allestimento museale, sta a indicare la volontà di fronteggiare l’oblio, di porre le basi per la salvaguardia di un importante aspetto della cultura di terraferma.
La raccolta di queste testimonianze consente di dar voce all’orgoglio anfibio degli ex barcari della Bassa padovana, oggi ben rappresentati da Riccardo Cappellozza, autentico e instancabile “recuperante” della memoria, come direbbe Mario Rigoni Stern. Da alcuni decenni egli ha sentito il compito di difendere il ricordo di questa attività come una vera e propria vocazione e spesso ama ripetere che “non è possibile ricordare tutti i luoghi che ho visitato alla ricerca di testimonianze concrete dell’antica attività di navigazione. È stato un po’ come ripercorrere in terraferma tutti i viaggi in barca che avevo fatto in gioventù, in cerca di vecchie conoscenze, di vecchi attracchi, andando dai guardiani delle conche, fermandomi nelle osterie dove si trovava un buon bicchiere. Ho percorso gli argini, fermandomi dove trovavo vecchie barche tirate in secca, cercando di salvare il salvabile. Da tutte queste ricerche ho recuperato prezioso materiale fotografico, documenti manoscritti, ma anche imbarcazioni, attrezzature di bordo, dai bozzelli alle vele, dalle cime ai timoni, e materiale legato alla cantieristica. Tutto questo patrimonio era destinato alla definitiva dispersione e quindi all’oblio, e la storia non solo di Battaglia, ma di tutta la pianura tra Po e Isonzo avrebbe perso per sempre le concrete testimonianze della navigazione” [Vallerani, 2009, p. 8].
Un’altra figura di rilievo tra gli ex barcari, che ha contribuito non poco a frenare la dispersione dei ricordi della navigazione fluviale, è certamente Luciano Rosada, la cui memoria nautica si interseca con una peculiare vocazione per la scrittura poetica in dialetto padovano e la pittura (fig. 20). Nella sua spontanea espressività gli ambienti fluviali e la navigazione sono gli oggetti di un costante interesse, in grado di comunicare l’intimità esistenziale della vita di bordo, ma anche il rapporto con il mondo all’interno degli argini, il fluire dell’acqua.

L’acqua è il principale soggetto delle opere di Luciano Rosada.

Fig. 20 | “Capriccio” fluviale dell’ex barcaro Luciano Rosada (2002, collezione privata)

Ecco che la fine della navigazione viene spesso utilizzata dal poeta-barcaro come metafora del declino umano, il vecchio barcone tirato a secco in golena, come un corpo in disfacimento dopo tante vicende vissute. E poi il tema dell’eterno fluire della corrente, o del definitivo passaggio all’altra sponda, dopo avere attraversato con fatica il centro del fiume dove più forti e minacciosi sono i vortici e più insidiose le secche (Rosada, 1979).

4.2 Le nuove attitudini
L’importanza assunta, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, dal recupero della qualità ambientale, dalla rivalutazione delle specificità geostoriche anche a livello locale, dalla ricerca nelle complesse sedimentazioni paesaggistiche di concreti segni prodotti da scelte economiche, residenziali, di organizzazione delle morfologie naturali, sono tutti aspetti che concorrono a definire un’ormai condivisa acquisizione di sensibilità, che si è dotata degli strumenti critici per fronteggiare l’instancabile erosione dei beni culturali identificabili non più solo con i semplici manufatti di pregio, ma anche, e soprattutto, con gli sfondi territoriali in cui sono inseriti. Da questa osservazione di carattere generale è immediata la constatazione dello straordinario interesse suscitato dai contesti culturali e fisionomici legati ai paesaggi d’acqua, sia che si tratti di ambiti lagunari e costieri, che lacustri e fluviali. La particolare ricchezza della rete idrografica dell’entroterra di Venezia ha ben presto rivelato le preziose potenzialità per un soddisfacente rinnovo delle dinamiche territoriali, che solo in parte hanno determinato un effettivo miglioramento della qualità urbanistica all’interno di ciò che si suole ormai definire “città diffusa”. Certo non mancano episodi significativi di consapevole e durevole recupero di ampi settori di fluvialità urbane, tanto che il definirsi “città d’acqua” costituisce un prestigioso connotato di cui non poche amministrazioni si vantano di possedere, specie a seguito di specifici interventi realizzati non solo lungo i tratti urbani dell’idrografia, ma anche intervenendo sui corridoi fluviali che consentono il collegamento con edifici di pregio, villaggi rurali (fig. 21), contesti di ruralità non troppo compromessi dal consumo di suolo.

Il canale Biancolino nei pressi di Pontemanco (Due Carrare).

Fig. 21 | Canale Biancolino: banchine nei pressi del villaggio fluviale di Pontemanco (comune di Due Carrare)

In tal senso il canale di Battaglia può ritenersi un segmento idrografico di elevato pregio ambientale (sintesi armoniosa tra elementi seminaturali e beni storico-artistici) anche in virtù del fatto che si tratta di un taglio artificiale realizzato in età medievale e che potrebbe pertanto rientrare all’interno di una più ampia strategia di recupero delle vie d’acqua storiche europee. E infatti di storie d’acqua l’Europa tutta è un infinito magazzino, in attesa di essere rivalutato, censito, accuratamente catalogato, per fronteggiare l’ecatombe silenziosa e nascosta che sta impoverendo un aspetto non trascurabile del patrimonio culturale del continente: le barche e i barcaroli che per secoli hanno navigato e vissuto lungo le sponde delle decine e decine di migliaia di chilometri della fitta rete idrografica che per millenni ha vivificato il differenziarsi dei paesaggi. Se da un lato, come accennato in precedenza, le narrazioni di vicende anfibie possono ritenersi un ormai indiscutibile patrimonio immateriale a cui si fa costante riferimento per la tutela della personalità dei luoghi, dall’altro le antiche banchine, gli squeri, i mulini, i ponti, le osterie rivierasche costituiscono la concreta materialità che necessita di altrettanta cura per non disperdere la preziosa memoria di un secolare e fecondo rapporto tra gruppi umani e le vie d’acqua.
E di tale patrimonio il rischio più incombente di estinzione lo stanno correndo i più importanti elementi della storia nautica europea: le imbarcazioni. Come nel caso, ad esempio, delle piccole barche semiaffondate e fino a pochi anni fa usate per collocare le nasse da fiume lungo i meandri del medio Brenta, o dei barchini tirati a secco e sciupati dal sole e dalla pioggia sulla sponda del Bodrog poco prima della sua confluenza nel Tibisco. Oltre a ciò, anche il recupero delle vecchie e rare fotografie con le immagini delle fiumarole del lago di Nemi, o la zattera ricostruita per rievocare la fluitazione del legname lungo il Piave o quelle ancora utilizzate per tale funzione lungo l’alto e medio Tara, affluente di destra della Drina in Bosnia, non sono che esempi della sovrabbondante ricchezza di tipi nautici che rispondono a specifiche condizioni idrografiche e morfologiche.
In un recente convegno internazionale tenuto tra Battaglia Terme e la sede Unesco di Venezia nell’ottobre del 2012, è emersa la necessità di avviare una collaborazione con importanti istituzioni museali europee, molto attive e dal grande prestigio culturale, che si sono rese subito disponibili a elaborare le basi operative per future convenzioni e protocolli d’intesa con il Museo di Battaglia Terme al fine di realizzare finalmente una rete internazionale dedicata alla studio e alla tutela delle marinerie fluviali. Nonostante le obiettive e pesanti difficoltà economiche del momento attuale, condivise attitudini culturali sono senz’altro mature per una adeguata valorizzazione del museo di Battaglia, in parte già inserito nella rete espositiva europea.
Ma dallo sviluppo di questo saggio emerge anche l’opportunità di prendere in considerazione le diramazioni degli itinerari fluviali verso Este e le lagune, dando seguito al crescente interesse per le geografie marginali, alle porzioni meno note della ruralità di bassa pianura, intervenendo sulla pregiudiziale indifferenza nei confronti dei paesaggi della bonifica, i quali presentano invece, a saperli osservare, insospettate qualità sia ecologiche che di rilievo storico e monumentale (fig. 22).

L’acqua della Brenta Novissima, in località Lova, con la conca di navigazione e il sottopasso.

Fig. 22 | Conca di navigazione e sottopasso della Brenta Novissima in località Lova, a ridosso della Statale Romea. Si tratta di significativi manufatti del XVII secolo.

L’odierno consolidarsi di nuove percezioni e valutazioni nei confronti dei paesaggi meno noti e frequentati sta coinvolgendo anche gli amministratori locali, sempre più attenti alle specificità dei propri territori, sia per quanto riguarda le produzioni di pregio che per la valorizzazione dei propri “giacimenti culturali”, grazie anche alla pubblicazione di numerosi testi corredati da esaurienti e accurati corredi fotografici.

4.3 Dal lessico marinaresco al museo
Punto di svolta nel processo di tutela della cultura nautica della terraferma è stata la mostra fotografica organizzata presso la biblioteca comunale di Battaglia Terme tra giugno e luglio del 1979: “La mostra fu visitata da migliaia di persone e sullo spirito di questo successo nacque l’idea di un libro che illustrasse il significato e l’importanza della navigazione, in modo da poter salvare quello che restava, almeno le immagini e le parole, di una così affascinante attività della nostra gente.” [Sandon, 1984, p. 60]. L’allora cospicuo numero di ex barcari che si alternavano nell’illustrare ai visitatori le vicende raffigurate nelle fotografie faceva uso di un lessico estraneo ai più. Si rese quindi evidente la necessità di raccogliere questo fluire di termini dialettali, patrimonio evanescente che consentiva di esplicare con precisione la sorprendente complessità della navigazione in acque interne. Lunghi colloqui con i barcari guardando le fotografie, ma anche di fronte agli oggetti rintracciati nei vecchi cantieri o riesumati da buie rimesse e cantine hanno consentito di riportare in vita centinaia di nomi legati alla vita di bordo e alla navigazione, tanto da giustificare la stampa del catalogo con le fotografie esposte e un corposo lessico marinaresco [Aa. Vv., 1980].
L’impiego ragionato delle molteplici fonti orali oltre ad innescare un più attento lavoro su reconditi retroscena memoriali, ha messo in moto, con una sorta di virtuoso effetto domino, il recupero di oggetti legati alla navigazione, parti del sartiame, bozzelli per le manovre, attrezzi usati dai maestri d’ascia nei cantieri di terraferma, i sesti per le sagome delle ordinate, cime, esemplari di timone provenienti da barche ormai distrutte. Si stava accumulando in poco tempo un autentico patrimonio di cultura materiale altrimenti destinato alla dispersione e all’oblio, preziosa materia prima che non poteva non stimolare l’idea di dar forma a qualcosa di più di un semplice magazzino [Zanetti, 1998]. È in questa fase che emerge il ruolo trainante del barcaro Riccardo Cappellozza, della cui attività di ricerca si è già detto in precedenza. Nonostante prevalesse l’urgenza di raccogliere più materiale possibile, per evitare appunto la cancellazione definitiva del supporto della materialità (impegnandosi inoltre nel tentativo, purtroppo senza successo, di salvare anche alcuni esemplari di natanti), si è dato adeguato rilievo alla collaborazione interdisciplinare, promovendo ricerche storiche, geografiche, antropologiche, dialettologiche, tanto che a tutt’oggi è disponibile un cospicuo numero di pubblicazioni dedicate alla ricostruzione dell’evoluzione dei contesti storici, ambientali e sociali di Battaglia e del suo canale. La presenza del museo ha quindi stimolato lo studio dello stretto legame che unisce la specificità degli oggetti conservati all’ambito sociale ed economico in cui sono stati prodotti e utilizzati. Era ben chiaro fin dall’inizio che a fare un museo non bastassero gli oggetti, ma che “ad una strategia di recupero indiscriminato sotto la spinta del timore della perdita dei materiali” bisognasse affiancare “una ricerca rigorosa sugli oggetti e sugli usi di essi, sulle tecniche di costruzione e i saperi che presuppongono, sugli aspetti sociali e simbolici in cui si situano.” [Mondardini Morelli, 1988, p. 91]
Un’altra importante e attraente prospettiva è quella di estendere l’effetto museo a tutto il centro storico di Battaglia Terme, riabilitandone l’eredità urbanistica e riqualificandone la vocazione turistica, in modo da riattivare sopite sinergie con le straordinarie potenzialità del termalismo locale. A questo riguardo l’attuazione di un ecomuseo fluviale-collinare, coinvolgendo inoltre il prestigioso patrimonio delle ville venete e dell’edilizia rurale, potrebbe creare quello sfondo di elevata qualità paesaggistica così necessario a rendere gradevole la permanenza dei pazienti, sempre più sensibili non solo alle cure specifiche, ma ad una più complessa idea di benessere, che è anche appagamento visuale e soddisfazione residenziale. Il successo delle terme d’oltralpe è anche basato sul surplus della qualità ambientale, caratteristica, quest’ultima, davvero carente nella caotica, sgangherata e mediocre urbanistica dei vicini centri di Abano, Montegrotto e Galzignano.
Buoni spunti per una feconda interazione tra recupero urbanistico e suggestioni ecomuseali (o di “museo diffuso”) dovrebbero prendere l’avvio proprio dal centro storico di Battaglia, con la sua suggestiva tipologia “a riviere”, collegate da un ponte di palese influsso veneziano. È da sottolineare inoltre che l’edificio del Museo, ex macello comunale, è posto al termine della caratteristica riviera dell’Ortazzo, poco a valle del vecchio porto dei mulini e della borgata sorta lungo l’antica seriola, breve presa d’acqua che in età veneta azionava numerose ruote idrauliche, e quindi in un contesto di pregiata urbanistica fluviale.
Un’altra prospettiva in grado di qualificare l’identità di Battaglia è l’istituzione di un centro culturale di rilievo internazionale (fig. 23) per la storia della navigazione interna, avvalendosi di contatti già attivati con simili realtà europee (Canal de Bourgogne, Canal de Castilla, Canal & River Trust, Stoke Bruerne Canal Museum), promuovendo scambi di studiosi, escursioni turistiche, collegandosi inoltre all’offerta agrituristica non solo del Parco Colli, ma di tutti i territori connessi con la rete di vie d’acqua tra Adige e Brenta.

Il canale di Castiglia, uno delle più importanti vie d’acqua europee.

Fig. 23 | Al Museo del Canal de Castilla (sulla sinistra) si collegano iniziative per fare interagire l’escursionismo nautico con il turismo culturale.

Il museo si pone dunque come suggestivo arricchimento identitario sia del puntuale sito di Battaglia, che di tutta la pianura veneta, inserendosi addirittura nel più allargato movimento culturale europeo di riabilitazione funzionale, a scopo turistico e formativo, delle antiche vie d’acqua dimesse a seguito del declino della navigazione commerciale. Dalla Spagna (canal de Castilla) alla Francia (canal du Midì), dall’Irlanda (Royal Canal) all’Inghilterra (Grand Union Canal), dalla Svezia (Göta Kanal) alla Germania (Finow Kanal), si tratta di consimili iniziative legate ad una più saggia pianificazione non solo di specifici corridoi idrografici, ma di più vasti contesti territoriali interessati, come nel caso della bassa pianura veneta, da fitti reticoli di vie d’acqua di antica antropizzazione. È questo il compito di una nuova progettualità finalizzata al riequilibrio di assetti geo-economici che hanno, in un recente passato, degradato e sprecato notevole risorse paesaggistiche e ambientali. In tale prospettiva un ruolo tutt’altro che secondario è stato assolto da istituzioni museali del tutto simili a quella di Battaglia, dal momento che la dispersione memoriale di vecchie dignità esistenziali e le complesse competenze di peculiari attività legate al fiume sono in tal modo recuperate e trasmesse non solo per le giovani generazioni, ma anche per la sensibilità dei responsabili tecnici e politici che governano il territorio.

4.4 Opportunità per un escursionismo sostenibile
Quanto evidenziato fino a questo punto dimostra l’importanza dell’eredità nautica nella terraferma di Venezia. È utile ora accennare al fatto che i tempi sono a tutt’oggi maturi per una sempre più allargata presa di coscienza del valore da attribuire alle vie d’acqua come ambiti da destinate alla pratica ricreativa e al turismo itinerante. Le percezioni popolari, deducibili, ad esempio, dalla pubblicistica quotidiana e settimanale, oltre che da quella specializzata, rivelano infatti un crescente apprezzamento per i corridoi fluviali, sia per le opportunità ludico-sportive, che per la fruizione dei beni culturali. Il suggestivo distribuirsi dei segmenti idrografici, e non solo in terra veneta, si colloca in gran parte lontano dalle espansioni urbane che si sono affiancate all’intensificarsi della viabilità terrestre. Di una certa efficacia è a tal riguardo la già menzionata definizione di via d’acqua come “corridoio culturale”, grazie soprattutto alla presenza non solo di manufatti connessi a specifiche funzionalità idrauliche, ma anche di residenze signorili, luoghi di culto, dimore contadine, osterie.
In gran parte dismessi, i vecchi opifici ad acqua che si distribuiscono in ogni segmento idraulico oggi costituiscono significativi elementi del paesaggio. Lungo i fiumi europei, molti di questi edifici sono diventati irrinunciabili punti di riferimento per valorizzare la specificità dei luoghi, tanto da essere spesso trasformati in suggestivi musei a tema, ove la struttura espositiva non si limita all’interno delle sale, ma si estende alle pertinenze circostanti, con il puntuale recupero di chiuse, ponti e banchine con gli attracchi per le imbarcazioni da diporto. In Gran Bretagna e Francia, ad esempio, ma anche in Belgio, Olanda e Germania, la pratica consolidata della navigazione turistica lungo le vie d’acqua, da intendersi appunto come corridoi culturali, oltre a stimolare il recupero operativo di quasi tutte le conche necessarie alla navigazione, ha incoraggiato una attraente attività imprenditoriale per riaprire le antiche locande fluviali, favorendo gli incontri e le soste conviviali tra viaggiatori di terra e di fiume.
Nel caso qui in esame è fin troppo evidente che non si tratta di considerare futuri scenari connotati da problemi di pressione turistica, ma bensì flussi esigui, in alternativa appunto al turismo di massa, definito dagli studiosi di economia turistica d’oltralpe come “divoratore di paesaggio”. È inoltre da evidenziare la crescente importanza del tempo libero, che costituisce un punto di riferimento essenziale nel rimodellarsi post moderno della quotidianità, specialmente alla luce di una volgarizzazione delle problematiche ambientaliste. Sul territorio tra colli Euganei e laguna esiste una vasta messe di pubblicazioni, che restituiscono al lettore l’immagine di una subregione dotata di una discreta individualità fisionomica, che si presenta nelle sue forme attuali a seguito di una peculiare evoluzione geostorica. Si tratta di peculiari elementi del paesaggio che compongono un pregiato patrimonio naturalistico e storico culturale che potrebbe incoraggiare la creazione di un sistema turistico-ricreativo di indubbio interesse, specialmente se si vuole diffondere la pratica dell’escursionismo lungo i suggestivi corridoi fluviali che connettono gli Euganei al mare (fig. 24).

Praticato lungo il percorso delle vie d’acqua, il cicloturismo può divenire strumento di valorizzazione della bassa pianura.

Fig. 24 | Il cicloturismo in sommità degli argini della rete idrografica tra colli Euganei e laguna veneta può consentire una efficace valorizzazione delle potenzialità turistiche della bassa pianura.

Oggi, però, non è difficile notare un preoccupante peggioramento della qualità fisionomica dei paesaggi, specie lungo i principali collegamenti viari. Il tema della urbanizzazione delle campagne, croce e delizia degli amministratori, è una questione fin troppo nota e di cui non si può fare a meno di tenerne conto specie in prospettiva di una nuova valorizzazione del territorio. Alla domanda: quale turismo? è opportuno rispondere con strategie di rigorosa tutela e restauro ambientale delle attrattive, creando non solo occasioni di riequilibrio ambientale, ma anche opportunità per appagare la crescente domanda di spazi gradevoli da destinare al tempo libero. In questo territorio, più che di turismo nel vero senso della parola, è infatti più corretto parlare di ricreazione, cioè di opportunità di recupero psicofisico e di svago da praticare entro l’arco della giornata per un’utenza di matrice urbana (poli di Padova, Mestre, Monselice, Riviera del Brenta) e in tutte le stagioni (forse con ragionevole esclusione dei momenti più afosi dell’estate e più freddo-umidi dell’inverno).
La particolare ubicazione dell’area qui considerata si presta a molteplici opportunità turistico-ricreative e in questa sede ci si limita ad accennare solo alcune peculiari potenzialità, rinvenibili all’interno di un approccio turistico sostenibile:

▪ turismo letterario nei luoghi di Petrarca
▪ itinerari tematici: le chiese, i villaggi, rivieraschi, le ville, i paesaggi della bonifica
▪ escursionismo fluviale (navigli autoctoni e nautica leggera)
▪ valle Millecampi
▪ agriturismo e albergo diffuso
▪ cicloturismo ed ippovie
▪ viaggi e assaggi tra le specificità enogastronomiche

Tra le opzioni suindicate, in questa sede si cerca di sottolineare le attraenti potenzialità e le prospettive per un escursionismo nautico da realizzare assecondando le esigenze della sostenibilità ambientale, ovvero in sintonia non solo con la qualità ecologica della rete idrografica, ma anche con gli stimoli culturali offerti dai paesaggi rivieraschi e dal deposito di cultura locale costituito dal museo della navigazione di Battaglia. Si allude infatti all’impiego di natanti autoctoni, sia per esperienze itineranti individuali (saltafossi e barche con voga “alla veneta”) che collettive (recupero di burci riattati per il trasporto di comitive). Per natante autoctono s’intende il tipo d’imbarcazione utilizzato, in alcuni casi fino a un recente passato, in uno specifico tratto di fiume, o pertinenza lacustre e lagunare, e rispondente alle esigenze suscitate dal peculiare assetto idraulico di quel corpo idrico. Per esempio, lungo il corso di modesti deflussi come i canali Bagnarolo e Biancolino, ma anche lungo alcuni degli scoli della bassa, erano diffusi i saltafossi, piccole barche a fondo piatto, manovrate con una pertica stando in piedi, che consentivano di navigare in acque poco profonde, sia a seconda che contro corrente; date le modeste dimensioni era sufficiente un uomo per l’alaggio. Un significativo caso di recupero di questa tecnica di propulsione tradizionale è rilevabile tra le pantane dell’alto Sile (fig. 25), natante assimilabile alla tipologia dei saltafossi, che sta riprendendo la sua diffusione, grazie alla recente costruzione di numerosi nuovi esemplari da destinare all’uso ricreativo e alla didattica [Michieletto, 2009].

La pantana è un’imbarcazione che permette di navigare dove l’acqua è poco profonda.

Fig. 25 | Attraente innovazione da promuovere è il turismo nautico su natanti tradizionali. Già attivato il recupero della pantana lungo l’alto Sile.

La promozione dell’impiego di natanti autoctoni dovrebbe andare di pari passo con le iniziative di riqualificazione dei paesaggi fluviali. In tal senso la barca rivendica il suo ruolo come elemento della cultura fluviale da riproporre anche come pratica ricreativa. Si tratterebbe quindi di diffondere, con adeguate offerte di corsi specifici, la tecnica propulsiva della pertica, non diversamente da quanto sta avvenendo in laguna di Venezia e in altri circoli remieri dell’entroterra a seguito di numerose iniziative per la diffusione della voga alla veneta e la navigazione con la vela al terzo. Il caso della laguna veneta è davvero significativo, se non altro per il riscontro globale che la Venezia monumentale esercita nell’immaginario collettivo, per il fatto che sta crescendo il numero di imbarcazioni autoctone usate per attività ricreative, avvalendosi dei tradizionali mezzi di propulsione, anche al di fuori delle tradizionali occasioni agonistiche. Si tratterebbe insomma di promuovere un nuovo atteggiamento ricreativo, incoraggiando questa specifica nicchia del diporto nautico al fine di conseguire una felice sintesi di momenti ludico/sportivi con il piacere di recuperare antiche forme di viaggio per acqua, appagando inoltre l’interesse culturale per le tradizionali competenze nautiche.
Ne consegue che, avendo chiari questi obiettivi, i musei e le associazioni culturali che si dedicano alla navigazione in acque interne potrebbero diventare centri per la diffusione attiva di una innovativa e consapevole nautica da diporto, da attuarsi a bordo di natanti tradizionali, sia per il trasporto collettivo che individuale. Prendendo ancora come esempio quanto realizzato a Battaglia Terme, il sito del Museo è geograficamente strategico in relazione a potenziali itinerari di turismo fluviale, dal momento che si connette ai centri storici di Padova, Monselice, Este, alla Riviera del Brenta (e da qui a tutti gli itinerari orientali fino a Treviso, Pordenone e il Friuli), Chioggia e la laguna meridionale (con le successive connessioni verso l’Adige e il Po). Le opportunità di attracco adiacenti all’edificio del Museo sono già in parte utilizzate da alcuni esemplari che testimoniano il recente passato della navigazione interna, e uno di questi natanti è stato adattato al trasporto di passeggeri in un’ottica di espansione di crociere fluviali con finalità culturali e didattiche. Per quanto riguarda invece l’utenza nautica individuale, congiuntamente all’attività museale potrebbero essere attivati anche qui corsi di voga alla veneta e di propulsione con la pertica, appoggiandosi eventualmente al già esistente sodalizio remiero locale, o istituire servizi di noleggio di imbarcazioni tradizionali a remi, ripristinando quelle peculiari competenze cantieristiche minori di terraferma, un tempo assai diffuse in tutta la pianura veneta (fig. 26).

Il saltafossi, altra imbarcazione che consente escursioni di breve raggio su acqua poco profonda.

Fig. 26 | È importante il riuso di natanti tradizionali, come il saltafossi, per un escursionismo di breve raggio (archivio privato Mario Davanzo).

Le prospettive fin qui individuate per promuovere la vocazione turistica di questo territorio non devono certo puntare solo all’incremento dell’arrivo di forestieri, ma, come accennato poco fa, vanno destinate alla crescente domanda tra i residenti di migliorare la qualità esistenziale del quotidiano. Umanizzare lo spazio vissuto vuol dire non solo cura fisionomica dei luoghi, ma ritrovare spunti di soddisfazione nella propria territorialità, recuperando il piacere antico delle relazioni sociali di villaggio in modo da favorire il senso di radicamento. Il concetto di umanizzazione del quotidiano è inoltre strettamente legato alla crescita di interesse per i propri luoghi, i propri paesaggi con i loro unici marchi storico ambientali. Esserne consapevoli è già un buon primo passo; il successivo sarà quello di tornare ad essere viaggiatori “fuori porta”, contenti di vivere tra colli Euganei, Brenta, Bacchiglione e laguna veneta meridionale e iniziare così, insieme al contemporaneo impegno delle Pro Loco, una divulgazione e tutela del prestigioso patrimonio territoriale ereditato (fig. 27).

Ponte di Riva sul canale Vigenzone, in località Carrara Santo Stefano.

Fig. 27 | Antico manufatto del ponte di Riva, Carrara Santo Stefano, sul canale Vigenzone.

È auspicabile infine la coesistenza tra usi ricreativi per l’utenza locale e l’offerta turistica per i forestieri, ribadendo comunque che tali vocazioni sono in grado di conseguire ciò che si è soliti definire come “innovazione”, parola chiave strategica e ossessivamente evocata in questi ultimi anni di declino economico generalizzato. Dare importanza al patrimonio paesaggistico, alla qualità dell’acqua, alla dotazione di aree verdi, alle agricolture locali, ai cibi e alle ricette tradizionali, a ritmi di vita meno angoscianti, rivalutare i saperi degli anziani, tutto ciò è la vera innovazione in grado di elevare la “competitività” (altra incalzante parola chiave di questi anni) di un territorio, leggibile poi nella soddisfazione residenziale, in un ambiente salutare, nella tutela dei valori immobiliari. Il caso di questa porzione di bassa pianura potrebbe insomma assumere i connotati di un’area laboratorio ove incoraggiare il ben noto approccio partecipato, in modo da dimostrare quali e quanti vantaggi possono derivare dalla consapevole ricucitura del secolare rapporto tra comunità e territorio.

Francesco Vallerani

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Immagine di copertina: Dettaglio dalle Delizie della Brenta (Costa, 1762) con caorlina da carico nei pressi di Oriago.