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Gli Obizzi e il Catajo. I dintorni di Battaglia

La descrizione del Castello del Catajo, costruito a Battaglia per volere di Pio Enea degli Obizzi, e la triste storia di Lucrezia degli Obizzi. Le vicende di Padova e di altri luoghi vicini a Battaglia.

BATTAGLIA

I SUOI DINTORNI E LE SUE TERME

Il Catajo. – Gli Obizzi e Lucrezia. – Il Museo e l’Armeria. – Abano. – S. Pietro Montagnone. – Montegrotto. – Luvigliano. – Torreglia. – Teolo. – Pendice. – Speronella e la Lega Lombarda. – Ezzelino. – Padova. – Carrara e i Carraresi. – Valsanzibio.

Vos eritis nostrae, portus requiesve senectae
Si juris fuerint otia nostra sui.

(MARZIALE, Lib. IV. Epig.)

Lettera I, capolettera.Colli Euganei furono sempre apprezzati per la loro bellezza. Chiari personaggi d’ogni tempo li celebrarono con omaggi di lode, o li scelsero ad invidiata dimora, e perfino Marziale vide in essi un porto tranquillo alla sua vecchiaja. Ville graziose anche oggidì li adornano, e sono altrettante conferme del fascino e di quelle attrative che ognora esercitarono queste vaghe colline e queste amene convalli.
I frequentatori delle Terme di Battaglia non trascurano mai di dividere il tempo del loro soggiorno negli Stabilimenti e della cura con molteplici gite, accoppiando in tal guisa, come suol dirsi, l’utile al dilettevole.
Di Monselice, di Este, di Arquà e di qualche altro luogo, ho precedentemente accennato alcune cose, ora è il Catajo che mi sembra meritevole di soffermare la nostra attenzione ed i nostri passi.
I! Castello del Catajo sorge appiè del colle di egual nome, sulla riva destra del canal di Battaglia e lontano da questa poco più d’un chilometro.

Il Castello del Catajo, opera grandiosa della famiglia degli Obizzi.

Il Castello del Catajo, opera grandiosa della famiglia degli Obizzi; venne costruito a partire dal XVI secolo.

Il fabbricato, opera grandiosa della famiglia degli Obizzi (vedi), venne costruito nel XVI secolo, secondo disegni portati di China da Marco Polo e presi dai castelli di quelle regioni.
Il palazzo riescì di forma non comune, quasi fantastica, le mura alte ed a merli erano una volta dipinte con affreschi; ai lati lo adornano torricelle acuminate, possiede terrazze deliziose ed all’interno stanze e sale vaste e principesche, di cui le pareti sono ad affreschi pregievoli del veronese Zelotti. Raffigurano alcuni fatti mitologici, ed altri, la storia ed i ritratti dei principali fra i signori degli Obizzi. Il palazzo è provvisto di grandiosi cortili, di scuderie e di tutto quanto in una parola può essere bisognevole e decoroso ad una ricca e potente famiglia; ha pure un bel giardino con peschiera, ed altresì un parco cinto di alta muraglia dove scorrono daini e camosci destinati a rimaner vittime in qualche giuliva partita di caccia. E perchè anche la scienza e le arti non abbiano a sembrar trascurate, il Catajo presenta una magnifica Armeria ed un Museo archeologico degno, per gl’importanti oggetti che vi sono rimasti, di essere ritenuto uno fra i migliori del Veneto.
La famiglia degli Obizzi trasse probabilmente origine dalla Borgogna.
I due fratelli Fisco ed Obicione calarono in Italia con con Arrigo II. nel 1007 quando il Papa Benedetto VIII. invocò contro i Romani il soccorso di quell’Imperatore.
Fisco ebbe incarico di proteggere il litorale mediterraneo dalle incursioni dei Turchi, si stabilì a Genova e da lui ebbe principio la famiglia Frisca, Fiesca o dei Fieschi Genovesi che tanta parte ebbero nella storia di quella città.
Obicione rimase in Toscana, prese dimora a Lucca ed i suoi discendenti furono gli Obizzi.
Questi, di partito Guelfi, combatterono nelle crociate; primeggiarono in Lucca ed ottennero nel 1250 di cacciare perfino i Ghibellini da Firenze; ma per poco, chè questi ripresero il perduto dominio, ed entrati in Lucca assassinarono Obizzo degli Obizzi.
Per tale misfatto i Guelfi furenti assalirono all’improvviso i nemici, ne distrussero le case, ne esigliarono le principali famiglie, fra cui quella dalla quale poscia crebbe Castruccio.
Ed agognando egli vendetta ed il ritorno in patria, strinse lega con Uguccione della Fagiuola signore di Pisa e Pistoja; uniti, s’impadronirono di Lucca e ne bandirono gli Obizzi che più mai poterono rientrare nella signoria della perduta città.
Gli Obizzi esuli e raminghi coltivarono allora l’esercizio delle armi, dandosi al servizio dei varî Governi; così un Alemanno degli Obizzi servì i Marchesi d’Este; Tommaso, l’eroe della famiglia, fu generale dell’esercito del Papa Urbano V., poscia sotto Edoardo III. d’Inghilterra combattè valorosamente contro la Scozia e fu insignito dell’ordine della Giarrettiera; reduce in Italia pugnò per gli Scaligeri, mettendosi da ultimo in Ferrara agli ordini di Casa d’Este.
Beatrice degli Obizzi aveva fatto erigere sopra il colle del Catajo una casa la quale essa per diporto di quando in quando abitava; il figlio Pio Enea concepì il pensiero, e lo tradusse in atto, di tramutare quella casa nell’attuale castello.
Il marchese Tommaso, figlio di Enea, fondò l’Armeria ed il Museo, l’uno e l’altra spogliati ora dei migliori ornamenti.
Tommaso morì nel 1803 senza prole, lasciando la magnifica villa alla Casa d’Este in quel tempo regnante su parte d’Italia; un Duca di Modena aggiunse alla villa medesima una chiesetta di stile gotico-tedesco, con buoni dipinti del 400; uno si pretende essere di Giotto.
L’Armeria offre però discreta raccolta di armature di alabarde, di mazze ferrate, di scudi, di archi, di freccie ecc., nonchè le prime prove dell’artiglieria quali archibugi a forcella, colubrine e quello speciale cannoncino inventato dagli Obizzi e che da loro prese il nome di Obice.
Le antichità del Museo furono tratte d’Egitto, dalla Grecia, dall’Etruria, da Roma e dal territorio di Este; vi sono conservate ancora urne cinerarie Etrusche ed Euganee in tufo, in alabastro, in terra cotta ed in rame; molti fittili euganei, edicole sepolcrali greche, un busto di Minerva, una statua di Sabina moglie di Adriano, e nella quale il braccio destro è forse di moderno ristauro, una testa di Commodo, una statua egiziana d’Iside, ecc.
Nell’escire dal Museo o nell’entrarvi il « Cicerone » di guida, non manca additare ai visitatori una pietra quadrangolare, coperta di vetro ed incorniciata, e nella quale egli fa osservare un tratto leggermente oscuro ripetendo le solite parole, cioè esser fatta quella macchia dal sangue di Lucrezia degli Obizzi assassinata in Padova.
La luttuosa istoria fu scritta dalla valente penna del Prof. Gloria, da cui io la riassumo brevemente (1).
Lucrezia nacque in Padova nel 1610 dall’illustre famiglia Dondi-Orologio. Ricca, bella e buona, sposò Pio Enea degli Obizzi, il nipote dell’omonimo marchese che avea edificato il Catajo. Il marito a Lucrezia fu ambasciatore della Repubblica Veneta, ed era splendido e generoso quanto mai, autore di drammi e poesie, ed amico dei principali signori italiani.
Egli teneva casa in Ferrara ed a Padova, e villeggiava al Catajo.
Strinse amicizia con un tale Attilio Pavanello giovane di nobile famiglia, ma ipocrita e rotto ad ogni vizio. In breve più che amico divenne figlio al marchese degli Obizzi, il quale ammalatosi volle da lui soltanto essere assistito «come feci – scrisse Attilio – giorno et notte, et guarito che fu mi fece stare con lui dirò così quasi di continuo et poi si valse di me in tutto ciò che gli occorreva.»
Di Lucrezia, Attilio scrisse:
«Coll’andare in viaggio in compagnia della signora marchesa, et intanto che siamo stati a Roma et in altri luoghi sono stato sempre fora di casa et in carrozza con ella . . . . . et in casa mi faceva fare molti suoi interessi . . . . . et in somma si valeva di me giusto se fosse stata mia madre et con la stessa confidentia mi mandava anche ad accompagnare sua figlia in Bologna.»
Tale dimestichezza fu causa per cui Attilio innamorò di Lucrezia; e colta l’occasione dell’assenza del marito, di notte, a Padova, s’introdusse nella stanza da letto dell’amata donna. Ma non potè in alcun modo ottenere lo scopo. Inferocito per l’accanita resistenza trovata, spaventato e timoroso d’essere scoperto dalle alte grida di lei, la ferì replicatamente e con un rasojo la scannò.
Riescì fuggire ed a deludere anche l’umana giustizia giacchè quantunque imprigionato e torturato dalla Repubblica Veneta, si tenne fermo, negò ogni cosa e fu assolto.
Però le prove della sua reità furono tali da convincerne perfino lo stesso marchese Pio Enèa il quale era solito dire, avrebbe piuttosto ritenuto colpevole un suo figlio od un suo fratello, anzi che Attilio.
La protezione di amici potenti lo fece però mandar libero dai Veneziani ed appena lo fu, se ne scappò subitamente da Padova e vi stette assente cinque anni.
Dopo questo tempo, immaginando forse spento contro lui ogni rancore, fece ritorno in Padova; ma quivi lo attendeva un figlio di Lucrezia; ed in fatto Ferdinando degli Obizzi lo insidiò, lo sorprese e lo uccise sulla pubblica via.
La città di Padova volle inalzato un monumento a Lucrezia con la seguente iscrizione:
«Venera l’immagine e la vittima della pudicizia, Lucrezia Dondi-Orologio moglie a Pio Enea degli Obizzi, marchese d’Orciano — questa di notte ammorzò col pudico sangue le fiamme di un novello Tarquinio e così vinse la romana Lucrezia gloria dell’intemerato talamo — all’anima generosa di tanta sua eroina dedicò quest’ara, la città di Padova.»
Non si deve lasciare il Catajo senza rammentare che in esso nel 1667 la famiglia degli Obizzi ospitò regalmente Ferdinando di Baviera e Carlo Emanuele di Savoja, e che più tardi, cioè nel 1880, questo stesso castello accolse Umberto di Savoja Re d’Italia, ospite di quei medesimi principi che avevano tenuto schiavo il bel paese.
Abano, famoso una volta per le celebri Terme Aponensi, merita pure d’essere visitato per gli storici ricordi che si annettono al suo nome.
Dista pochi chilometri dal Catajo, e lungo la strada che vi mena si trovano altri paesetti, cioè, S. Pietro Montagnon, Montegrotto e Monte Ortone.
Tutti possedono luoghi per bagni, ma sono melanconiche testimonianze di passata grandezza.
È probabile che ai tempi Romani, questi villaggi ora disgiunti, fossero uniti fra loro col mezzo di templi, di porticati e di vasti passeggi ad uso dei bagnanti; comunicavano poi con Padova, mediante una magnifica e larga strada tutta lastricata in macigni (2).
Gli scavi eseguiti in varie località misero in luce pregievoli avanzi di colonne, archi, pavimenti in mosaico, vasche di marmo, statue, monete e medaglie d’oro e d’argento.
Sulla vetta del «Mons Aegrotorum» ora Montegrotto, si rinvennero residui d’un tempio, forse dedicato ad Esculapio, nonchè quelli della famosa Piscina Neroniana; sul colle medesimo s’inalzava nel Medio Evo forte bastita cui Ezzelino rase al suolo, sorte toccata anche ad un’altra appartenente alla famiglia dei Musaragni di Padova, ed eretta invece a S. Pietro Montagnon.
Quivi esercitavasi una volta l’industria di estrarre il sale (3) dalle acque termali, e quivi pure si rinvenne un grandioso bagno circolare di marmo capace di circa duecento bagnanti.
Uno Statuto della Repubblica di Padova ordinava che i Comuni limitrofi, ciascuno alla sua volta, rifacessero, nel giorno di Pasqua, un gradino del Bagno e che si ristaurasse pure la muraglia prospiciente la pubblica via onde sottrarre i bagnanti allo sguardo dei passeggieri (4). E si bagnavano anche le donne, essendovi un’altra legge la quale puniva chi loro avesse fatto ingiuria, o ne avesse esportate le vesti (5).
L’uso dei bagni era del resto comunissimo alle donne romane; in quell’epoca si chiamavano al bagno pubblico i frequentatori col suono di un bronzo, uso tramandatoci da Marziale:

« Redde scillam sonat aes thermarum ludere pergis
Virgine vis sola lotus abire domum. » (6).

Presso i Romani Abano era considerato il centro delle Terme euganee, dette per ciò Aponensi le quali godevano tal rinomanza da venir preferite alle stesse Partenopee.
Alcuni ritengono che il vocabolo Abano, provenga dall’ebraico «Eben» pietra; migliore, anzi ottima è invece quella greca etimologia che lo deriva da «Aponos» senza fatica, senza dolore; essendo «Aponia» denominati nella Grecia, tutti i rimedi sedativi o calmanti. Quivi i Romani tenevano un calidario, un tepidario ed una cella sudatoria, mezzi di cura i quali corrispondono ai nostri bagni a vapore, caldi e tepidi.
E non v’ha poi dubbio, attestandolo Cassiodoro ed il medico Celio Aureliano, in antico si usavano pure le fangature e le acque, oltrechè per bagni, anche per bibita.
Ad Abano esisteva quel famoso Oracolo di Gerione a cui ricorsero gli imperatori Tiberio, Claudio e Firmo, e fu dal «Mons Gerionis» forse l’attuale Montirone (7), che l’augure Cornelio prediceva la sconfitta di Pompeo a Farsalia colle fatidiche parole: «Cesare tu vinci!»
Vi era altresì un tempio consacrato ad Iside, e poco lungi dal colle d’Abano fu trovata una lapide assai interessante, costituendo essa, secondo il Pignoria, la più antica memoria che si abbia in Europa, per ciò che riguarda il culto degli Dei Penati.
Tanta magnificenza delle Terme Aponensi decadde col rovinare dell’Impero Romano, finchè colle invasioni dei barbari, andarono in massima parte distrutte.
Solo un re dei Goti, Teodorico, ne prese cura ordinandone la ristaurazione, ed affidandone l’incarico al proprio segretario Cassiodoro. Fra le diverse cose da lui raccontate intorno alle Fonti di Abano, si rinviene anche la seguente osservazione che, «se nell’acqua ove si bagnano gli uomini entrasse mai una donna, subito un incendioso calore le rodeva la pelle . . . . . . . che se il rubatore di una pecora ve la immergeva per ispellarla non se ne staccava il pelo. Laonde nel dubbio chiarivasi con certa prova la innocenza e la reità.»
Ad Abano sortì i natali Tito Livio, il quale rimane anche ai nostri dì «il più grande l’inarrivato e forse l’inarrivabile esempio di una storia nazionale» (8). Negli ultimi anni di vita, egli si ritrasse da Roma a vita tranquilla in un luogo di collina fra gli Euganei, chiamato Luvigliano.
E qui pure nel XII. secolo un patrizio veneto, il Cornaro, fabbricò un sontuoso palazzo, ora villeggiatura dei Vescovi di Padova, e visse quasi fino all’età di cento anni.
Gli era patria Venezia dove egli era nato; giovane e ricco si diede ad ogni stravizio, e tanto, che ne ammalò seriamente; guarito, mutò vita, e la condusse poscia sempre austera, talchè ogni giorno consumava soltanto dodici oncie di cibi solidi e quattordici di vino.
Scrisse un Trattato sulla sobrietà della vita che divenne famoso e fu tradotto in molte lingue.
Fra molti utili precetti vi si legge anche il seguente: «che giova più quel cibo che si resta di mangiare che non quello che si ha mangiato, e che colui il quale vuol mangiar molto deve mangiar poco» (9).
Di Abano fu altresì Pietro d’Abano grande scienziato, medico e matematico.
Insegnava medicina all’Universita di Padova col lauto stipendio di lire italiane 8000 all’anno, ed era tale la riputazione della sua valentia che lo si credeva uno stregone.
Ingegno precursore dei tempi, fu condannato al rogo dall’Inquisizione come eretico, ed imputato di negare i miracoli, di non credere ai diavoli ed alla risurrezione di Lazzaro.
Scappò alla crudele sentenza, solo perchè morì prima che essa si effettuasse, la qual cosa però non tolse che quel santo tribunale ne abbrucciasse l’effigie, rimanendo tuttavia assai credibile il fatto asserito da molti scrittori, ch’egli fosse invece dissotterrato ed arso.
Oggidì le Terme di Abano accolgono ogni anno buon numero di bagnanti, quantunque esso sia ben lontano dal raggiungere le migliaia e migliaia di forestieri pretesi da una recente pubblicazione. (10).
Abano possiede diverse case, le quali si prestano per ricovero e cura degli ammalati, tuttavia manca ancora di un vero stabilimento termale che offra quanto il progresso richiede indispensabilmente per simili luoghi.
Migliore è Monte Ortone il cui nome è forse derivato da «Mons-Exortus» ed è situato poco discosto da Abano. Lo stabilimento balneare è un antico convento ridotto, per il qual motivo, essendo anche comodo ed abbastanza elegante, riesce nondimeno triste ed assai malanconico.
Un tale inconveniente è però compensato ad usura dalla eccellente direzione medica e da un discreto servizio balneare.
Ad un chilometro circa da Luvigliano si presenta il grazioso paesetto di Torreglia attorniato da clivi ridenti e da belle villeggiature. Esso rimarrà celebre perchè fu patria di Giuseppe Barbieri, uomo del quale lo Sismondi scriveva che in Italia non v’era altri da lui maggiormente stimati.
Il Tommaseo gli era grande amico e gli inviava spesso carmi latini, fra gli altri, scrivendogli:

« Quoties Ioseph tua carmina verni
« Francisci ad tumulum zephyri retulere sub urna
« Gavisos moesti cinere caluisse poetae
« Credo ego, et auritas motasse cacumina lauros. »

Mitologicamente Torreglia si nominò in tal guisa dalla sosta qui fattavi da Ercole conduttore delle mandre di tori, (Taurilia), ma è più facile derivi invece da quel castello munito di forti torri che vi aveva edificato Ezzelino nel 1236.

Torreglia, il Castelletto.

Torreglia, il Castelletto: gruppo di antichi edifici che si trovano sull’omonimo colle, nella contrada di Vallorto.

Teolo contende ad Abano il vanto d’esser stata patria di Tito Livio, giusta i versi del poeta:

« . . . . . . . Teolo onde uscì l’anima degna
« Che ‘l glorioso Livio al mondo diede. »

In antico era forse dedicato ad Eolo (Mons Eoli), assicurando il Prof. Occioni che oggi pure la vetta del colle è dominata da venti sempre soffianti con qualche intensità. Nel Medio Evo fu Comune d’importanza.
Poco lontano havvi il convento di Praglia, il quale arricchito considerevolmente, per dotazioni e privilegi, raggiunse un apogéo di prosperità nel 1500; dopo ebbe la sorte di ogni opera umana, e volse in rapida decadenza.
Il convento e la chiesa sono bellissime costruzioni e conservano pitture di ottima scuola.

L'abbazia di Praglia (Teolo).

L’abbazia di Praglia (Teolo), monastero benedettino situato in prossimità del monte Lonzina.

Rovolone s’innalza a tre chilometri da Teolo, e quivi dice si esistesse un oracolo a Plutone; nel Medio Evo i Padovani vi eressero valida bastita, rovinata essa pure da Ezzelino.
Ezzelino! Tal nome è legato indissolubilmente a molte di quelle crudeltà e devastazioni che si compierono in Padova e nella sua provincia!
Ezzelino non era italiano, ma scese in Italia con Federico I; ottimo capitano e guerriero valoroso, infamò il suo nome con le commesse atrocità.
Il Leoni lo giudica: «il tipo dei tiranni che funestarono la media Età mostrante ai popoli niun maggiore flagello poter Dio dare agli uomini, che l’uomo. Quella febbre di sangue fece a lui immolare 10,000 vite, quando nelle buie carceri, mescolava le vittime vive coi morti, e supplizii,e torture, e patiboli alternando, spopolava le città; quando in Verona quasi a trofeo dell’implacabile furore, invocato il ferro, il fuoco, la fame, ogni genere di morte e di dolori, in un sol giorno tagliò ed arse 6000 Padovani, e fu esempio d’insuperabile barbarie, che fece infame la storia.» (11).
A Teolo sovrasta l’alta e diruta vetta del Pendice; colà avanzi colossali mostrano tuttora la terribilità di una rocca fattavi costruire dalla Repubblica di Padova, e tenuta quale prigione di Stato.

Il Monte Pendice visto dalla strada proveniente da Galzignano.

Al colle di Pendice si svolse pure una triste storia di violenza, storia che diede vigorosa spinta ad un fatto, rimasto fra le più belle e sante memorie di rivendicazione italiana.
L’Imperatore Federico Barbarossa lasciava, qual suo vicario, in Padova un conte Pagano; alle angherie e soprusi d’ogni genere con cui egli vessava e taglieggiava i cittadini ed il clero, aggiunse un ultimo oltraggio. S’invaghì di Speronella dei Delasmanini, fanciulla di una tra le più illustri e potenti famiglie di Padova, e non potendo averla, la rapì, e con essa si chiuse nella forte rocca del Pendice.
Tale onta fece traboccare l’ira dei Padovani; inferociti, corsero alle armi, assalirono ed espugnarono il castello di Pendice, liberarono Speronella e combattendo valorosamente gli stranieri, li cacciarono di città; statuirono un proprio governo ed elessero nuovi consoli (12).

I resti della rocca costruita sulla sommità del Monte Pendice. 

I resti della rocca costruita sulla sommità del Monte Pendice dalla Repubblica di Padova.

Da tale scintilla infiammate le vicine città insorsero contro gli oppressori, e si strinsero in quella Lega che poi in seguito fu detta Lombarda.
Promotori della rivolta furono, il fratello di Speronella, Alberto di Baone e Rambaldo di Collalto; a Padova, sollevatasi per prima, tennero dietro Verona, Vicenza, e Treviso, costituendo la Lega Veronese, a cui poscia s’aggiunsero altre città di Lombardia. In tutte furono quindici «i di cui nomi – scrisse il Balbo – checchè succeda, resteranno sempre santi all’Italia, e nel 29 maggio 1176 sconfissero Federico Barbarossa a Legnano in una fiera e terribile battaglia, la più bella della nostra storia.»
Questo imperatore potente, narra il Sismondi, aveva combattuto l’Italia per ben ventitrè anni, l’aveva rovinata ed insanguinata e condotto contro di essa ben sette formidabili eserciti!
Speronella diede occasione a diverse poesie, fra le quali ad una del nostro Prati in memoria di questa «inclita vergine.»
Checchè ne dica qualche critico moderno (13), Speronella non era moglie, allorquando fu rapita, bensì fidanzata a Giacomo di Carrara, e non era quella donna dai facili amori e scellerata quale si tenta farla credere, come pure, se non fu l’unica causa della Lega Lombarda, certo ne fu la principale.
Speronella, al momento del ratto, toccava appena il terzo lustro «la sua fisonomia somigliantissima a quella della madre era assai vaga ed adorna; aveva nera la chioma e vivo il colorito; era di figura matronale quantunque agile ed assai addestrata all’uso del cavalcare; aveva spirito pronto, sensibile il cuore e la voce mesta e soave». (14).
Secondo documenti del 1000, Speronella ci apparisce in seguito moglie di cinque mariti e vissuta solamente col sesto fino al termine de’ suoi giorni.
Splendida e caritatevole oltre ogni dire, fondò altresì l’ospizio pei poveri sul colle di Sant’Elena; ebbe due figli ed uno fu Jacopo, l’uomo il più ricco ed il più pazzamente prodigo de’ suoi tempi, quel medesimo, il quale fra le tante stranezze e scialacqui, godeva gettare monete d’oro sulla superficie delle acque e ne studiava i rimbalzi. Dante lo immortalò cacciandolo all’inferno. (15).
L’oltraggio a Speronella originò la gloriosa epoca dei Comuni italiani; più tardi lo sconcio insulto di Drouet, soldato francese, ad una donna di Sicilia fece scoppiare il Vespro Siciliano, e lo sterminio avvenuto di ben ottomila francesi. (16).
Durante l’epoca dei Comuni Padova riprese una via di prosperità e di grandezza.
Questa città antichissima era fiorente prima di Roma; probabilmente venne fondata dagli Euganei ed in tal guisa chiamata dal fiume Po, che le trascorreva vicino (Padus). Al tempo dei Romani era considerata capitale del Veneto, apparteneva alla tribù Fabia, e contava, dicono, ben 500 cavalieri dell’ordine equestre.
Nelle invasioni dei barbari fu distrutta da Alarico, da Attila, da Totila ed incendiata da Agilulfo; si riebbe nel 776 sotto Carlo Magno, e nel 1164 si governò a repubblica.
Resa schiava da Ezzelino nel 1237, si scosse e rinacque repubblica, ma combattuta dagli Scaligeri e più che tutto da guerre intestine, si diede in mano ai Carraresi nel 1318, finchè nel 1405 Padova ed i Carraresi medesimi caddero in potere dei Veneziani.

La Torlonga, antica torre di difesa medievale di Padova.

La Torlonga, antica torre di difesa medievale di Padova edificata nel IX secolo e risistemata da Ezzelino III da Romano nel XIII secolo. È divenuta nel XVIII secolo osservatorio astronomico.

Aveano sostenuto venti mesi d’assedio, erano stati decimati dalla peste, ed aveano respinto, con supremo sforzo, un generale assalto che i Veneziani aveano tentato con 24000 uomini.
Padova, retta dai Veneziani, ebbe un altro fasto di gloria, quando cioè nel 1509, sconfisse Massimiliano I. Imperatore che l’aveva assalita con 200 cannoni e 32,000 soldati.
Padova fu patria di molti uomini illustri e la sua Università godeva di tal fama che nel 1251 per il gran numero di studenti si dovettero istituire due Rettori, uno per gli Italiani, l’altro per gli Esteri.
Fra i celebri discepoli di questo Ateneo annoveriamo, il Tasso, due re di Polonia, S. Francesco di Sales, il duca di Brunsvik, Oliviero Cromwel, il Caro, il Copernico, ecc.; maestri famosi si vantano, Galileo, Prospero Alpino, Fabricio d’Acquapendente, Vesalio, Faloppio, Spigelio, Morgagni, Virsungio, Arvey, Giacomini, Signoroni e Vanzetti e quegl’illustri che attualmente vi professano.
Non deve dimenticarsi Dante, ospite egli pure di questa città, ed il quale forse qui amò una nobile donna, la Pierina Scrovegna; e Giotto dipintore della chiesetta dell’Annunciata all’Arena di Padova.
Il dominio dei Carraresi ebbe principio con Jacopo, uomo, a detta del Leoni, che aveva ogni cosa da principe, e non da privato.
Accortissimo, si narra, che avvicinatosi ad un tale che pubblicamente l’aveva offeso gli susurrasse all’orecchio: ti taglierò la lingua; ed il medesimo giorno gli mandasse a casa un grosso porco ed un carro pieno di frumento talchè l’altro esclamava che il Carrarese lo aveva reso muto per sempre.
Fu principe magnanimo e degno dell’onore dei posteri. A lui successero altri, i quali ressero le sorti di Padova per ottanta anni.
Il Cittadella, che ne dettò una bellissima storia, scrive: «che furono tutti sapienti in pace e valorosi in guerra; migliorarono le leggi, non taglieggiarono lo Stato con gravosi balzelli, promossero l’agricoltura, le lettere, le belle arti, nonchè l’arte di guerra; tolsero dal commercio i due principali ostacoli la tardità e la frode; dettarono norme igieniche per il mantenimento ed il lustro delle Terme Euganee; abbellirono i loro dominî con magnifiche opere pubbliche; abolirono l’uso degli schiavi; ebbero ad avversari i più potenti dell’Italia e dell’Europa e quantunque rei di colpa sentirono i tempi e ne promossero la civiltà» (17).
Dominarono sette città e furono amati dal popolo, contento di un avanzo di statuti repubblicani. (18).
Alla resa di Padova, caddero in mano dei Veneziani, Novello, Jacopo e Francesco da Carrara; vennero rinchiusi in una gabbia di ferro e poscia strozzati in prigione, col qual delitto, Venezia ne spense la generosa dinastia, ed entrò, come scrisse Balbo, nella via delle conquiste e delle scelleratezze.
La famiglia dei principi Carraresi rimonta al 1114; a quest’epoca Enrico V. concesse loro in feudo con larghissimi privilegi, un castello situato a due miglia da Battaglia, nella località detta Villa del Bosco. E siccome qui si lavorava e si smerciava grande quantità di carri, il paese mutò nome e si chiamò Carrara, da cui poscia tolsero l’epiteto i Carraresi.
Carrara è villaggio diviso attualmente in due parti, ossia in Carrara S. Giorgio ed in Carrara S. Stefano.
Il castello nel 1241 venne raso al suolo da Ezzelino il tiranno, ed oggi esiste in Carrara S. Stefano, soltanto un avanzo della celebre Abbazia.
Questa, anticamente, aveva feudi e vassalli e durò ricca e potentissima fino a quando, spenti i Carraresi, i Veneziani la soppressero, e ne vendettero i beni all’incanto.
La chiesetta di Carrara conserva qualche buon dipinto, il sepolcro di Marsilio, secondo signore di Padova, ed un mosaico nel mezzo del pavimento raffigurante lo stemma dei Carraresi, cioè cinque ruote, di cui la centrale è mobile e serviva loro di tomba prima del secolo XIII.
L’ultimo dei Carraresi fu Marsilio, il quale era sfuggito all’eccidio scappando a Firenze.
Però, spinto dalla brama di ricuperare la signoria di Padova, secretamente venne nel Veneto ed acquistò fautori, partigiani ed armati.
Ma nel buono dell’impresa, assalito dagli sgherri di Venezia, fu catturato, condotto a Venezia, e venne impiccato il 25 Marzo 1436 frammezzo alle colonne di S. Teodoro e di S. Marco, sulla storica Piazzetta.
Un altro luogo fra gli Euganei meritevole d’essere visitato, tanto più che si presta quale meta ad una piacevole gita, è Valsanzibio corruzione della parola Val Sant’Eusebio.
Il senatore Martinengo vi tiene una splendida villeggiatura, una volta dei Barbarigo, con giardini, ed assai dilettevoli e svariati giuochi di acqua analoghi a quelli di Hellbrunn, in vicinanza di Salisburgo.

Valsanzibio, Giardini di Villa Barbarigo e viale.

Valsanzibio (Galzignano), Giardini di Villa Barbarigo e viale.

(1) Prof. Gloria. Lucrezia degli Obizzi.
(2) Orsato. Storia di Padova.
(3) Cloruro di Sodio.
(4) Faloppio. Acq. therm.
(5) Muratori. Rerum Ital. ecc.
(6) Marziale. Epigram. Libro XIV.
(7) Prof. Gloria. Ter. Pad.
(8) Balbo. Storia d’Italia.
(9) Cornaro. De Vita Sobria.
(10) Abano. Annuario del 1883.
(11) Leoni. Op. Cit.
(12) Nel Maggio 1164 giorno della festa dei fiori.
(13) Leggansi però gli scritti in argomento dei Prof. Gloria, Guezzoni e del Co. Leoni.
(14) Grotto dell’Ero. Cenni stor. sulle fam. di Padova.
(15) Dante. Canto XIII. Inferno.
(16) Amari. Storia Vesp. Sic.
(17) Cittadella. Storia della Domin. Carrarese.
(18) Leoni. Op. stor.

Battaglia, i suoi dintorni e le sue Terme, copertina.

Testo tratto da: Dr. Pezzolo, Battaglia. I suoi dintorni e le sue Terme, Padova, Stab. Tip. della ditta L. Penada, 1883, pagine 109-127 (capitolo VI).

È stata rispettata l’ortografia che appare a stampa.
Illustrazioni di Johann WEBER (Netstal, Svizzera 1846-1912) tratte da: Edouard Mautner, Battaglia près Padoue – Collezione L’Europe Illustrée, 1882.
Le didascalie sono a cura di BATTAGLIATERMESTORIA.