Crea sito

Veneto e Purgatorio di Dante

I luoghi e i protagonisti veneti che si trovano nel Purgatorio di Dante. Anche se qui non interessa, seppur indirettamente, il paese di Battaglia, continuiamo la pubblicazione del libro del nostro concittadino F. Marchioro Il Veneto nella Commedia di Dante.

PURGATORIO

Simone Camaldolese e aiuti, Commedia di Dante, Purgatorio Canto I (particolare).

Simone Camaldolese e aiuti, Commedia di Dante, Purgatorio Canto I (particolare). Codice Miniato, 1398, Firenze.

Di Sailko [CC BY 3.0 ], da Wikimedia Commons con modifiche.


13 CANTO V, 67-84
14 CANTO VI, 103-108
15 CANTO VIII, 67-78
16 CANTO XI, 94-96
17 CANTO XVI, 115-120
18 CANTO XVI, 133-141
19 CANTO XVIII, 115-126

13

CANTO V, 67-84

Ond’ io, che solo innanzi a li altri parlo,
ti priego, se mai vedi quel paese
che siede tra Romagna e quel di Carlo,

che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
in Fano, sì che ben per me s’adori
pur ch’i’ possa purgar le gravi offese.

Quindi fu’ io; ma li profondi fóri
ond’uscì ‘l sangue in sul quale io sedea,
fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,

là dov’io più sicuro esser credea:
quel da Esti il fé far, che m’avea in ira
assai più là che dritto non volea.

Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,
quando fu’ sovragiunto ad Orïaco,
ancor sarei di là dove si spira.

Corsi al palude, e le cannucce e ‘l braco
m’impigliai: sì ch’i’ caddi; e lì vid’io
de le mie vene farsi in terra laco.

[Per cui io, che solo davanti agli altri ti parlo, ti prego che, se vedrai la marca di Ancona che si trova tra la Romagna e il regno di Napoli retto da Carlo II d’Angiò, sia tanto cortese da parlare di me nella città di Fano, cosicché persone buone adorino Dio per me, in modo che possa purificarmi dei gravi peccati commessi. A Fano io nacqui, ma le profonde ferite dalle quali uscì il sangue che mi dava la vita, mi furono inferte nel territorio circostante la città di Padova, fondata da Antenore, proprio là dove credevo di essere maggiormente sicuro; Azzo VIII d’Este mi fece uccidere, poiché mi odiava molto di più di quanto non ne avesse diritto. Ma se fossi fuggito verso Mira, quando fui sorpreso ad Oriago, mi troverei ancora in quel mondo dove si respira. Corsi verso la palude, ma il canneto e il pantano mi ostacolarono fino a farmi cadere, e lì vidi formarsi in terra un lago col sangue delle mie vene.]

Sulla spiaggia che circonda la montagna del Purgatorio Dante incontra la terza schiera di spiriti negligenti, ovvero di coloro che si pentirono delle proprie colpe un istante prima di cadere uccisi. Tra costoro si fa conoscere un’anima che narra brevemente la sua drammatica fine, senza mai pronunciare il suo nome: tanto doveva essere noto il suo assassinio!
Jacopo del Cassero di Fano, valente uomo d’arme e saggio politico di parte guelfa, partecipa alla guerra tra Firenze ed Arezzo e forse in quest’occasione Dante ha modo di conoscerlo. Podestà di Bologna nel 1296, si oppone alle mire ambiziose del signore di Ferrara Azzo VIII d’Este che si propone, perciò, di vendicarsi. Chiamato nel 1298 come podestà a Milano, per evitare di passare nel territorio estense, si reca per mare a Venezia e di lì, attraverso il territorio padovano, il grembo di Antenore, mitico fondatore della città, si avvia verso Milano.
Dante considera Antenore il prototipo dei traditori politici – si ricordi il nome di Antenora dato alla sezione del Cocito in cui sono dannati i traditori della patria, e perciò non si può escludere che l’indicazione dei Padovani come Antenori non sia un implicito accenno ad una loro connivenza con l’Estense.
Ad Oriago, castello sulle rive del Brenta, viene sorpreso dai sicari del Marchese. Invece di fuggire e di proseguire per la via più battuta verso il villaggio di Mira, cerca di nascondersi nella vicina palude dove viene raggiunto e pugnalato. Un documento del 1282 ci ricorda l’esistenza di un canneto paludoso proprio in periferia di Oriago.

Facciata di Palazzo Moro ad Oriago, versi 79-84 del Canto V del Purgatorio.

I versi 79-84 del Canto V del Purgatorio sulla facciata di Palazzo Moro ad Oriago.

Di Threecharlie [CC BY-SA 4.0 ], da Wikimedia Commons con modifiche.

L’antipatia di Dante per gli Estensi e, in particolare, per Azzo VIII è nota. Quest’ultimo viene sempre ricordato dal poeta, nel canto XII dell’Inferno e nel De vulgari eloquentia, con parole sprezzanti e accusato addirittura di parricidio. Perfino l’anima penitente di Jacopo si rammarica che il suo antico nemico l’abbia in ira assai più là che dritto non volea.

Torna all’indice

14

CANTO VI, 103-108

Ch’avete tu e ‘l tuo padre sofferto,
per cupidigia di costà distretti,
che ‘l giardin de lo ‘mperio sia diserto.

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color già tristi, e questi con sospetti!

[Che avete mai fatto tu e tuo padre Rodolfo! Trattenuti in Germania dal desiderio di accrescere i vostri domini, avete abbandonato il giardino dell’impero. Vieni a vedere i Montecchi e i Cappelletti, i Monaldi e i Filippeschi, tu che trascuri il tuo dovere, i primi già sconfitti e oppressi, e i secondi che temono di esserlo.]

Nel vedere Virgilio e Sordello, due poeti separati da dieci secoli di storia e lontanissimi tra di loro per lingua e cultura, che si abbracciano di slancio solo perché entrambi nativi di Mantova, Dante prorompe in quella che, forse, è la sua più nota e amara invettiva politica:

Ahi, serva Italia, di dolore ostello!

Gustave Doré, Virgilio e Sordello (Purgatorio, Canto VII).

Gustave Doré, Virgilio e Sordello (Purgatorio Canto VII, 22-23)

Pubblico dominio, da Wikimedia Commons

Denunciati i mali d’Italia e la loro causa, paragonata la penisola ad un cavallo imbizzarrito perché è senza cavaliere, il poeta invoca un castigo divino sulla stirpe degli Asburgo, in particolare sugli imperatori Rodolfo e Alberto, per aver trascurato l’Italia, il giardino dell’impero, e li invita con tagliente sarcasmo a venire in Italia per toccare con mano quanto gli Italiani si amino!
Come esempio di amore fraterno che unisce le famiglie italiane, Dante sceglie, fra le tante, i Montecchi e i Cappelletti.
Molti critici, soprattutto del passato, non hanno avuto dubbi nel riconoscere sotto questi due nomi quelle due famiglie veronesi rivali, intorno alle quali era fiorita una gentile e tragica vicenda che Shakespeare, attingendo a fonti italiane, aveva reso celebre con la tragedia di Romeo e Giulietta.
La maggior parte dei critici moderni, invece, concorda nell’identificare i Montecchi con la famiglia ghibellina di Verona, e i Cappelletti con una famiglia guelfa di Cremona. Le due famiglie avevano dato il loro nome a due fazioni che, combattendosi a lungo, avevano contribuito, insieme ad altre, a rendere convulsa e instabile la situazione politica nel Veneto e, in generale, nell’Italia nord-orientale.

Torna all’indice

15

CANTO VIII, 67-78

Poi, vòlto a me: – Per quel singular grado
che tu dei a colui che si nasconde
lo suo primo perché, che non lì è guado,

quando sarai di là da le larghe onde,
dì a Giovanna mia che per me chiami
là dove a li ‘nnocenti si risponde.

Non credo che la sua madre più m’ami,
poscia che trasmutò le bianche bende,
le quai convien che, misera!, ancor brami.

Per lei assai di lieve si comprende
quanto in femmina foco d’ amor dura,
se l’occhio o ‘l tatto spesso non l’accende.

[Per quella singolare gratitudine che tu devi a Dio, colui che nasconde la sua origine tanto che gli uomini non la possono intendere, quando sarai al di là del mare che circonda il Purgatorio, dì a mia figlia Giovanna che preghi per me il cielo, dove si esaudiscono le preghiere degli innocenti; non credo che sua madre mi ami ancora, dal momento che, essendosi rimaritata, ha deposto i veli bianchi della vedovanza, veli che, infelice, rimpiangerà. A causa sua molto facilmente si comprende quanto poco dura in una donna il fuoco dell’amore, se la vista e il tatto non lo ravvivano spesso.]

Dante si trova nella piccola valle fiorita ove sono relegati i principi negligenti e riconosce tra essi, nonostante l’atmosfera crepuscolare, l’amico Nino, ovvero Ugolino Visconti, signore della Gallura in Sardegna. Costui, più volte esiliato da Pisa, al cui governo ha partecipato insieme con il nonno, il Conte Ugolino della Gherardesca, è a capo dei guelfi pisani fuorusciti e, come tale, è l’anima delle lotte che i comuni di Genova, Firenze e Lucca sostengono tra il 1288 e il 1293 contro Pisa. In questo periodo è più volte a Firenze dove conosce Dante con il quale stringe una profonda amicizia.
Dopo la comprensibile meraviglia per l’inaspettato incontro, Nino prega l’amico ad invitare sua figlia ancora bambina, Giovanna, a pregare per lui, perché teme che la moglie l’abbia dimenticato.
Giovanna, nel momento in cui avviene l’immaginario colloquio, ha nove anni.
Esiliata alla morte del padre e spogliata dei suoi beni, sposa giovanissima Rizzardo da Camino, signore e tiranno di Treviso, ucciso nel 1312 per la sua arroganza.
La moglie di Ugolino Visconti è Beatrice d’Este, figlia di Obizzo II. Alla morte del marito, avvenuta in Gallura nel 1296, ritorna con Giovanna a Ferrara e, dopo quattro anni, si risposa con Galeazzo Visconti. Cacciati i Visconti da Milano, segue in esilio il marito, degradato a semplice soldato di Castruccio Castracani.

Beatrice d'Este.

Beatrice d’Este. Sposò Nino Visconti e, in seconde nozze, Galeazzo Visconti (Purgatorio, Canto VIII).

Di sconosciutoUnknown author [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

Nelle composte, rassegnate parole del marito, Beatrice diventa il simbolo della fragilità degli amori femminili. A questo proposito V.Bosco e G.Reggio non escludono una lontana origine autobiografica dei vv. 76-78, ipotizzando un Dante amareggiato per una simile dimenticanza da parte della moglie Gemma Donati che, diversamente dai figli, non lo raggiunge mai in esilio.

Torna all’indice

16

CANTO XI, 94-96

Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sÌ che la fama di colui è scura.

[Credette Cimabue di essere migliore di tutti nella pittura, ma ora è Giotto il più famoso, cosicché la fama del primo si è oscurata.]

Nella prima cornice del Purgatorio i superbi espiano la loro colpa camminando curvi sotto pesanti macigni, recitando in coro il Pater noster e considerando esempi di umiltà e di superbia punita.

Guglielmo Giraldi, I superbi (Purgatorio, Canto XI).

Guglielmo Giraldi, I superbi. Miniatura da un manoscritto della Divina Commedia di Dante appartenuto a Federigo da Montefeltro. Biblioteca Apostolica Vaticana.

Guglielmo Giraldi [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

Tra costoro Dante riconosce Oderisi da Gubbio, famoso miniatore attivo a Bologna e a Roma, morto sul finire del Trecento. In risposta agli elogi di Dante, Oderisi confessa di aver colpevolmente desiderato, durante la vita, di primeggiare su tutti gli altri artisti e riconosce che la sua fama è già impallidita, ma soprattutto sottolinea con profonda partecipazione quanto sia vana e passeggera la gloria del primato nel campo dell’arte. Per dare maggior forza alle sue parole, nomina due pittori, famosissimi ai suoi come ai nostri tempi: Cimabue e Giotto.
Abbiamo inserito nella nostra ricerca questa terzina in quanto Giotto opera a Padova nella Cappella degli Scrovegni tra il 1303 e il 1305, dove molto probabilmente conosce Dante.
Per maggiori notizie sul presunto incontro tra Dante e Giotto vedi il n. 9.

Dante Gabriel Rossetti, Giotto che dipinge il ritratto di Dante.

Dante Gabriel Rossetti, Giotto che dipinge il ritratto di Dante. Acquarello. Collezione privata.

Dante Gabriel Rossetti [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

Torna all’indice

17

CANTO XVI, 115-120

In sul paese ch’ Adice e Po riga
solea valore e cortesia trovarsi,
prima che Federigo avesse briga;

or può sicuramente indi passarsi
per qualunque lasciasse, per vergogna,
di ragionar coi buoni o d’appressarsi.

[In quella regione che è bagnata dal Po e dall’Adige regnarono un tempo virtù e cortesia prima che l’imperatore Federico II venisse contrastato dai Comuni e dal Papato; ora da quelle parti può passare con sicurezza chiunque non volesse transitarvi per vergogna di parlare o di avvicinarsi a persone dabbene.]

Nella terza cornice gli iracondi camminano immersi in una densa nube di fumo soffocante e Dante avanza appoggiando una mano sulla spalla di Virgilio. I due poeti, incerti sul cammino, chiedono informazioni ad un’anima e questa, vinto l’iniziale stupore, risponde di chiamarsi Marco Lombardo e di aver praticato, mentre era sulla terra, tutte quelle virtù che ora nessuno coltiva più. Colpito dalla risposta, che conferma quanto aveva già detto Guido del Duca (Pg. XIV, 37), Dante gli chiede di spiegargli la causa di tanta corruzione e Marco risponde con una delle argomentazioni morali e politiche più celebri e affascinanti dell’intera Commedia.

1 Gustave Doré, Dante e Virgilio incontrano Marco Lombardo (Purgatorio, Canto XVI, v. 25-27).

Di Gustave Doré (1832-1883) [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

2 Gustave Doré, Marco Lombardo segue i due poeti (Purgatorio, Canto XVI, v. 34-36).

Pubblico dominio, Collegamento

Al termine, per confermare ulteriormente quanto esposto, afferma che nella propria terra, cioè il paese bagnato dal Po e dall’Adige, ovvero la regione designata a quel tempo con il termine generico di Lombardia comprendente pure la Marca Trevigiana, le virtù sono talmente scomparse che qualunque malvagio può vivervi tranquillamente, perché non incontrerebbe certo qualcuno che lo rimprovera.
Secondo Dante la corruzione è dilagata in Veneto da quando è iniziata la lotta tra l’imperatore Federico II e i suoi alleati e il Papato. Non sarà inutile ricordare, a questo proposito, le due terzine che precedono di poco i vv. 115-120:

Soleva Roma, che’l buon mondo feo,
due soli aver, che l’una e l’altra strada
facean vedere, e del mondo e di Deo.

L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada
col pasturale, e l’un con l’altro insieme
per viva forza mal convien che vada.

Torna all’indice

18

CANTO XVI, 133-141

– Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio
di’ ch’è rimaso de la gente spenta,
in rimprovèro del secol selvaggio? -.

– O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta -,
rispuose a me; – ché, parlandomi tosco,
par che del buon Gherardo nulla senta.

Per altro sopranome io nol conosco,
s’io nol togliessi da sua figlia Gaia.
Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.

[Ma chi è quel Gherardo che tu dici essere rimasto come esempio dell’antica generazione a rimprovero degli uomini di oggi, privi di virtù? –
– O le tue parole mi ingannano o mi tentano ad aggiungere dell’altro, – mi rispose – perché, pur parlando in toscano, sembra che tu non sappia nulla del buon Gherardo. Non lo conosco attraverso nessun altro nome se non con quello di “padre di Gaia”, Dio vi accompagni, perché non posso più venire con voi.]

Nella terza cornice del Purgatorio gli iracondi camminano dentro un fumo denso e soffocante, recitano l ‘Agnus Dei e considerano esempi di mansuetudine e di ira punita.
Dante incontra Marco Lombardo, uomo di corte, saggio e valente, vissuto probabilmente nella Marca Trevigiana nella seconda metà del secolo XIII, con il quale affronta la difficile questione della corruzione del mondo. Dopo averla attribuita al malgoverno dei pontefici e degli imperatori, Marco conclude dichiarando che la corruzione è ormai così dilagante che solo tre vecchi sono rimasti probi e onesti. Tra costoro c’è il buon Gherardo che Dante confessa di non conoscere.
Gherardo da Camino, nato nel 1240, dopo essere stato capitano di Belluno e di Feltre, diventa nel 1283 capitano generale di Treviso, carica che conserva fino alla morte avvenuta nel 1306. Mantiene ottimi rapporti con Azzo VIII d’Este e si dice sia complice col figlio Rizzardo nell’uccisione di Jacopo del Cassero (vedi n.12). Probabilmente Dante ignora questa diceria perché nel Convivio lo loda come uomo nobilissimo.
Gaia da Camino è figlia di Gherardo e della milanese Chiara della Torre, moglie di Tolberto da Camino. Muore nel 1311. A queste poche notizie certe si affianca ben presto una duplice, contrapposta interpretazione mai risolta: secondo alcuni Gaia è un esempio di probità e costumatezza, frutto dell’esempio paterno; secondo altri esempio di vanità e di leggerezza, a dimostrazione della rapidità con cui dilaga la corruzione. Va ricordato, a completamento di quanto sopra, che nel Medioevo le donne di Treviso avevano fama di essere amorose.

Treviso, Piazza dei Signori e Palazzo dei Trecento.

Treviso, Piazza dei Signori e Palazzo dei Trecento.

Di Didier Descouens [CC BY-SA 4.0 ], da Wikimedia Commons con modifiche.

Torna all’indice

19

CANTO XVIII, 115-126

Noi siam di voglia a muoverei sì pieni,
che restar non potem; però perdona,
se villania nostra giustizia tieni.

Io fui abate in San Zeno a Verona
sotto lo ‘mperio del buon Barbarossa,
di cui dolente ancor Milan ragiona.

E tale ha già l’un piè dentro la fossa,
che tosto piangerà quel monastero,
e tristo fia d’avere avuta possa;

perchè suo figlio, mal del corpo intero,
e de la mente peggio, e che mal nacque,
ha posto in loco di suo pastor vero.

[Noi siamo così desiderosi di muoverci che non possiamo fermarci; perciò scusaci se giudichi scortesia il soddisfacimento della nostra condanna. lo fui abate nel monastero di San Zeno a Verona, durante il governo del valoroso Barbarossa di cui Milano parla ancora con dolore. E colui che già ha un piede nella fossa, presto piangerà a causa di quel monastero e si rammaricherà d’aver avuto tanta autorità, perché ha posto suo figlio, disgraziato nel corpo e ancor peggio nella mente e nato fuori dal matrimonio, in luogo del suo legittimo pastore.]

Nella cornice degli accidiosi Dante osserva gli spiriti correre frettolosamente, incitandosi a vicenda a non perdere tempo e gridando esempi di sollecitudine e di accidia punita.

Gustave Doré, gli accidiosi (Purgatorio, Canto XVIII).

Gustave Doré, Gli accidiosi (Purgatorio, Canto XVIII, v. 88-90).

Pubblico dominio, Collegamento

Uno di costoro si manifesta come abate di San Zeno di Verona, vissuto al tempo dell’imperatore Federico I Hohenstaufen detto il Barbarossa (1121-1190).
I commentatori moderni hanno rintracciato un abate Gherardo II, morto nel 1187, che ben si accorda con quanto egli afferma, ma null’altro è emerso sulla sua vita e sulla colpa dell’accidia. Assai più interessanti sono però le sue parole profetiche che alludono ad un morente che piangerà per gli abusi che si commetteranno nel monastero di San Zeno per avervi imposto come abate un figlio indegno.
Colui che ha già l’un piè dentro la fossa è Alberto della Scala, signore di Verona, morto il 10 settembre 1301, padre di Bartolomeo, Alboino e Cangrande, che gli succedono nella Signoria, e di un altro figlio naturale, Giuseppe, zoppo e, a sentire Jacopo di Dante, semisanus di mente. Proprio quest’ultimo viene imposto da Alberto, nonostante la nascita illegittima che avrebbe dovuto precludergli la carriera ecclesistica, come abate nel monastero di San Zeno e sulla cui indegnità per scelleratezze e scostumatezza di costumi concordano tutti i commentatori.

Basilica di San Zeno a Verona (Purgatorio, Canto XVIII).

Basilica di San Zeno a Verona (Purgatorio, Canto XVIII).

È interessante rilevare che questo è l’unico giudizio critico espresso da Dante nei confronti della famiglia degli Scaligeri che in più d’una occasione ospitano Dante. Evidentemente la gratitudine dell’esule non frena il sentimento di giustizia dell’uomo che denuncia con severe parole le illecite intromissioni del potere politico nelle cose spirituali.

Torna all’indice

Franco Marchioro

La copertina del libro "Il Veneto nella Commedia di Dante".

Franco Marchioro, Il Veneto nella Commedia di Dante, Grafiche RGM, Monselice, per conto della CRDSL – Battaglia Terme, 2017 – pagine 39-52.

CRDSL: Centro per la Ricerca e la Documentazione sulla Storia Locale.
In questa versione digitale del testo sono state aggiunte delle immagini.
Ringraziamo la moglie di Franco Marchioro (1941-2015), sig.ra Luciana, per averci dato il consenso alla pubblicazione.