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Veneto e Inferno di Dante (1)

I luoghi e i protagonisti relativi al Veneto presenti nell’Inferno di Dante. In questa prima parte, e precisamente al canto XIII, tra i vari dannati si trova anche Jacopo da Sant’Andrea, figlio di Speronella Dalesmanini, la ricca donna che per deposizione testamentaria lasciò al vescovo di Padova una somma  per la costruzione di un ospizio per i poveri sul colle di S. Elena di Battaglia.

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INFERNO

Bartolomeo di Fruosino, Inferno, dalla Divina Commedia di Dante.

Bartolomeo di Fruosino, Inferno, dalla Divina Commedia di Dante, 1430-1435, tempera, oro e argento su pergamena, 36,5×26,5 cm, Parigi, Biblioteca Nazionale di Francia.

[Public domain], attraverso Wikimedia Commons

1 CANTO I, 100-105
2 CANTO IX, 112-117
3 CANTO XII, 4-10
4 CANTO XII, 109-112
5 CANTO XIII, 115-135
6 CANTO XV, 4-12
7 CANTO XV, 109-114

1

CANTO I, 100-105

Molti son li animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora, infin che ‘l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.

Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

[Molti sono gli animali con cui si accoppia e il loro numero aumenterà sempre di più finché comparirà un Cane che la farà morire con molto dolore. Costui non cercherà di estendere i suoi domini né avrà sete di ricchezza, ma solo di sapienza, di amore e di virtù e la sua patria si troverà fra …]

Jan van der Straet (Giovanni Stradano), Dante fugge le tre bestie, Inferno Canto I.

Jan van der Straet (Giovanni Stradano), Dante fugge le tre bestie, Inferno Canto I, 21-63, 1587.

Di SailkoOpera propria, CC BY 3.0, Collegamento con modifiche.

Virgilio sta spiegando a Dante che l’opera nefasta della lupa, uno dei tre animali allegorici che ostacolano il cammino del poeta verso la salvezza, non solo continuerà, ma trascinerà nella rovina un numero sempre maggiore di persone, finché non apparirà un misterioso salvatore, il Veltro, che la ucciderà fra i tormenti. Costui non cercherà potere o ricchezze, sarà animato solo dall’amore e dalle virtù e la sua città natale si troverà tra feltro e feltro.
Come tutte le profezie, e non solo dantesche, anche questa è oscura: terreno fecondo per critici e commentatori. Tra le varie ipotesi che sono state avanzate per portare un po’ di luce, trova non poco credito l’identificazione del Veltro con Cangrande della Scala, signore di Verona, almeno per tre motivi:
L’evidente corrispondenza del nome: veltro (= cane) / Cangrande.
Dopo aver scritto Feltro e Feltro con le iniziali maiuscole, molti spiegano le due parole con i toponimi Feltre nel Bellunese e Montefeltro nelle Marche; quindi sottolineano che Verona, sede della signoria degli Scaligeri e patria di Cangrande, si trova proprio in mezzo alle due località.
L’ospitalità di cui godette il poeta presso gli Scaligeri nel 1304 e dopo il 1313, nonché l’altissimo elogio a Cangrande del canto XVII del Paradiso, in cui il Signore di Verona viene lodato per le stesse virtù attribuite al Veltro:

ma pria che ‘l Guasco l’alto Arrigo inganni,
parran faville de la sua virtute
in non curar d’argento né d’affanni.

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2

CANTO IX, 112-117

Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,
sì com’a Pola, presso del Carnaro
ch’Italia chiude e suoi termini bagna,

fanno i sepulcri tutt’il loco varo,
così facevan quivi d’ogne parte,
salvo che ‘l modo v’era più amaro.

[Come nel cimitero di Arles, presso cui il Rodano si impaluda, e come in quello di Pola presso il Golfo del Quarnaro che è il punto più orientale dell’Italia e ne bagna il confine, i sepolcri rendono vario e ineguale il paesaggio, così qui le tombe provocavano da ogni parte lo stesso effetto, solo che la modalità della sepoltura era molto più dolorosa.]

Prossimità dell'ingresso dell'Arsenale di Venezia, busto di Dante e versi 113-114 del Canto IX dell'Inferno.

I versi 113-114 del Canto IX riportati in prossimità dell’ingresso dell’Arsenale di Venezia (guardando il portale, sulla destra).

Di M0tty – Opera propria [CC BY-SA 3.0], da Wikimedia Commons con modifiche.

Dante è appena entrato nella Città di Dite, dopo che Virgilio, con l’aiuto del messo celeste, è riuscito a vincere la resistenza dei diavoli. Davanti a lui si stende il sesto girone in cui sono condannati gli eretici e gli atei: un immenso cimitero nel quale le tombe, pur di diversa foggia, sono rese incandescenti dalle fiamme.
Il numero e la varietà dei sepolcri evocano nel poeta il ricordo del Cimitière des Alyscamps, antica necropoli romana e poi cimitero cristiano di Arles in Provenza, e della necropoli, oggi scomparsa, che sorgeva nella località detta Porto Grande vicino a Pola, presso il Golfo del Quarnaro in Istria.
E’ difficile pensare che Dante abbia scritto queste terzine fondandosi su notizie ricevute da altri. Parrebbe quindi assodato che il poeta abbia davvero visto con i propri occhi le due necropoli, probabilmente tra il 1305 e il 1310. In tal caso questi versi definirebbero i limiti geografici all’interno dei quali si sarebbe consumato il suo esilio: la Francia a ovest e l’Istria ad est.

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3

CANTO XII, 4-10

Qual è quella ruina che nel fianco
di qua da Trento l’Adice percosse,
o per tremoto o per sostegno manco,

che da cima del monte, onde si mosse,
al piano è sì la roccia discoscesa,
ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse:

cotal di quel burrato era la scesa.

[Come quella frana che presso Trento rovinò sulla sponda sinistra dell’Adige a causa di un terremoto o per l’erosione delle acque, e che dalla cima del monte, da dove ha iniziato a muoversi, fino a valle ha messo a nudo un pendio così ripido e cosparso di massi da offrire solo qualche possibilità di discesa a chi si trovasse sulla sua sommità, così altrettanto difficile era la discesa da quel dirupo.]

Per scendere nell’ottavo girone in cui sono condannati i violenti, il poeta deve superare un ripido e franoso scoscendimento custodito dal Minotauro provocato dalla discesa di Cristo nel Limbo dopo la resurrezione per liberare le anime dei Patriarchi.
Il luogo in cui si verificò la frana presso Trento, a cui Dante fa riferimento, non è geograficamente molto preciso. Alcuni lo identificano con il Cengio Rosso di Castel della Pietra a nord di Rovereto. Altri con i cosiddetti Slavini di Marco, una enorme frana precipitata dalla Zugna Torta fin dentro l’Adige, tra Marco e Mori, qualche chilometro a sud di Rovereto.

Pubblico dominio, Collegamento

Esiste un passo di Alberto Magno, autore noto a Dante, in cui si cita questa antica frana caduta in fluvium qui dicitur Athesis, ma esiste pure una leggenda che parla di una sosta di Dante in quei luoghi, ospite dei conti di Castelbarco, amici degli Scaligeri, nel castello di Lizzana dal quale è ben visibile la frana. Ancor oggi un gruppo di rovine si chiama “Castello di Dante”.

Di Robertk9410 [CC BY-SA 4.0],
da Wikimedia Commons con modifiche.

Se Dante abbia visto di persona la frana, come pensa A. Bassermann in Orme di Dante in Italia, Bologna 1902, o abbia utilizzato come fonte Alberto Magno non è dato di sapere.

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4

CANTO XII, 109-112

E quella fronte c’ha ‘l pel così nero,
è Azzolino; e quell’altro ch’è biondo,
è Opizzo da Esti, il qual per vero

fu spento dal figliastro sù nel mondo.

[E quella fronte coperta di capelli così neri è Ezzelino; e quell’altro che è biondo è Obizzo d’Este che in verità fu ucciso, su nel mondo dei vivi, dal figliastro.]

Dante e Virgilio camminano lungo la sponda del Flegetonte, il fiume di sangue bollente che sommerge i violenti contro il prossimo. Il centauro Nesso, dopo aver indicato Alessandro (Magno o di Fere) e Dionigi di Siracusa, mostra a Dante il capo che emerge sopra le onde di sangue di due tiranni veneti: Ezzelino III da Romano e Obizzo II d’Este. Immersi l’uno accanto all’altro, sembrano riflettere una frase che nella sua Cronica Salimbene riferisce ad Obizzo: pessimus homo, imitatus icilinicos mores. La risonanza delle loro gesta è ancora molto viva quando Dante giunge per la prima volta a Verona e a Padova.

Di Massimo Galvani [Public domain], attraverso Wikimedia Commons
Di sconosciuto [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

Ezzelino, figlio del podestà di Treviso e di Vicenza, si mette in evidenza non ancora ventenne durante l’assedio al castello di Este. Quindi, ritiratosi il padre in convento, nel 1223 eredita la Marca di Treviso e con abilità e spregiudicatezza si inserisce nelle complicate vicende di odio e di lotta tra le città e le famiglie dell’Italia settentrionale.
Nel 1226 scaccia da Verona i Sambonifacio e si fa proclamare podestà, l’abbandona l’anno dopo e la riprende nel 1230. Costretto ad abbandonarla una seconda volta, viene assalito dai Padovani e, per difendersi, abbandona i vecchi alleati guelfi e passa nel 1232 dalla parte dell’imperatore Federico II. Come vicario imperiale occupa ancora Verona e la obbliga al giuramento di fedeltà all’impero.
Ma non c’è pace per Ezzelino: i suoi territori vengono devastati dai Mantovani, dai Padovani e dai Bresciani; perde e riconquista Verona per l’ennesima volta. Conquista con l’aiuto dell’imperatore Vicenza (1236) e Padova (1237), facendo strage di nemici con ferocia fredda e spietata. Sposata Selvaggia, figlia naturale di Federico II, Ezzelino riceve dall’imperatore il compito di porre al bando tutti i nemici dell’impero, assedia Parma e occupa Trento (1241).
Nel 1249 si sposa con Beatrice di Bontraverso di Castelnuovo di Padova, ma non riesce ad avere figli. Dopo la morte dell’imperatore nel 1250, la sua posizione diventa sempre più instabile. Scomunicato da papa Innocenzo IV per le sue atrocità, perde Trento e Padova anche per l’assalto dei Veneziani. Riesce a prendere Brescia nel 1258, ma è la sua ultima vittoria. Abbandonato e tradito dai suoi, viene respinto mentre tenta di prendere Milano. Assalito a Cassano d’Adda, è più volte ferito e muore nel 1259, strappandosi le bende dalle ferite, e trascinando nella rovina anche la famiglia del fratello Alberico, signore di Treviso.
A Monselice si possono oggi visitare la pittoresca Ca’ Marcello, castello merlato e quadrato del XIII secolo che fu sede di Ezzelino e la celeberrima Rocca eretta da Federico II.

Ca' Marcello a Monselice, dimora di Ezzelino da Romano.

Ca’ Marcello a Monselice, sede di Ezzelino da Romano.

Obizzo II d’Este, il dannato con i capelli biondi, è signore di Ferrara. Alla discesa in Italia di Carlo I d’Angiò nel 1265, stringe con Verona, Padova e Mantova un patto a sostegno del futuro re guelfo, distaccandosi cosi dall’amicizia con re Manfredi. Membro autorevole della Lega guelfa capitanata da Napoleone della Torre, guida le forze di Padova contro Verona.
Nel 1288 diventa signore di Modena e l’anno dopo di Reggio. Muore nel 1293 assassinato dal figlio Azzo VIII che Dante, ostile agli Estensi, chiama figliastro in senso spregiativo o, secondo qualche critico, per avvalorare la nascita illegittima di Azzo.
Il trasferimento degli Estensi dalla città di Este, culla delle loro fortune, a Ferrara avviene nel 1275.

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5

CANTO XIII, 115-135

Ed ecco due da la sinistra costa,
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
che de la selva rompieno ogni rosta.

Quel dinanzi: – Or accorri, accorri, morte!-
E l’altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: – Lano, sì non furo accorte

le gambe tue a le giostre dal Toppo!-
E poi che forse li fallia la lena,
di sé e d’un cespuglio fece un groppo.

Di rietro a loro era la selva piena
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch’uscisser di catena.

In quel che s’appiattò miser li denti,
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra dolenti.

Presemi allor la mia scorta per mano,
e menommi al cespuglio che piangea
per le rotture sanguinenti in vano.

– O Iacopo – dicea – da Santo Andrea,
che t’è giovato di me fare schermo?
che colpa ho io de la tua vita rea?-

[Ed ecco che, all’improvviso, dal lato sinistro, due dannati completamente nudi e graffiati fuggivano così precipitosamente da spezzare tutti i rami e le frasche che incontravano. Quello che era davanti urlava:
– Vieni, vieni, o morte!-
E l’altro, che credeva d’essere troppo in ritardo, gridava:
– Lano da Siena, non furono così veloci le tue gambe nella battaglia del Toppo, dove fosti ucciso!-
Quindi, poiché forse gli venne a mancare il fiato, si buttò dentro un cespuglio, nascondendosi. Dietro a loro la selva era piena di nere cagne, affamate ed inferocite, come se fossero state appena liberate dalle catene. Affondarono i loro denti nel dannato che si era nascosto e lo lacerarono brano a brano, trascinando per la selva le membra sanguinanti.
Virgilio, allora, mi prese per una mano e mi condusse vicino al cespuglio che piangeva per lo scempio che vi avevano operato le cagne:
– O Giacomo da Sant’Andrea, – diceva – che ti è giovato ripararti con i miei rami? Che colpa ne ho io della tua vita peccaminosa? -]

Nella seconda parte del settimo girone sono puniti i violenti contro se stessi e le proprie cose, ovvero i suicidi e gli scialacquatori. Questi ultimi, che in vita dilapidarono tutte le proprie sostanze, sono completamente nudi e inseguiti da cagne fameliche che li sbranano e sparpagliano nella selva dei suicidi le loro membra sanguinanti.

Jan van der Straet (Giovanni Stradano), Violenti contro se stessi, Inferno Canto XIII.

Jan van der Straet (Giovanni Stradano), Violenti contro se stessi, Inferno Canto XIII, 1587.

Di Sailko [CC BY 3.0], da Wikimedia Commons con modifiche.

Uno di questi, Jacopo da Sant’Andrea, dopo aver apostrofato con sferzante ironia il suo compagno, Lano da Siena che lo precede, si getta stremato dentro un cespuglio cercando inutilmente di nascondersi, suscitando le proteste del fiorentino suicida imprigionato nei rami dell’arbusto.
Giacomo o Jacopo è figlio di Speronella, avventurosa donna della famiglia dei Dalesmanini che già dal secolo XII possedeva estese proprietà a nord-est di Padova, nell’area delimitata da Cadoneghe, Campodarsego, Villanova di Camposampiero e Vigonza. E’ documentato che in località Castellaro sorgeva una loro residenza fortificata, protetta da un fossato con due ponti, di cui però rimane traccia solo nel toponimo.
In particolare, presso S.Andrea di Campodarsego, nell’antica località di Codiverno, già ricordata negli statuti del Comune di Padova del XIII secolo, sorgeva l’avito, sontuoso castello. Qui, a metà del XII secolo nasce Speronella. Fidanzata con Jacopino da Carrara, viene rapita appena quindicenne dal conte Pagano, vicario imperiale di Padova, che si era invaghito di lei, e segregata a Rocca Pendice di Teolo, dove il conte aveva appena fortificato una rocca che il vescovo di Padova aveva ceduto al Barbarossa. li fratello Dalesmanino, deciso a vendicare il rapimento e lo stupro, si allea con altri nobili padovani, tra cui Alberto da Baone, contro l’odiato Pagano. li moto scoppia il 23 giugno 1164. I Padovani, guidati da Azotto degli Altichieri, assediano Rocca Pendice, liberano Speronella e costringono Pagano a lasciare la città. Padova quindi avrebbe riacquistato la libertà dal giogo imperiale grazie anche al ratto di Speronella. Dall’insurrezione di Padova prenderebbe origine il movimento che si conclude con il patto di Pontida. E’ evidente che storia e leggenda si intrecciano.
Speronella viene quindi data in moglie a Pietro, fratello di Alberto di Giussano, l’eroe della vittoria di Legnano del 1176 sull’imperatore e protagonista della carducciana Canzone di Legnano. Nell’arco di pochi anni conosce ben cinque mariti, tra cui anche Ezzelino il Monaco, padre del tiranno, finché, colpita dalla ricchezza, dalla nobiltà d’animo, nonché dalle eccezionali risorse amorose di Olderico Fontana di Monselice, lo sposa e partorisce Jacopo, chiamato da S. Andrea, la cui insensata prodigalità induce Dante a collocarlo tra gli scialacquatori.
Poco prima di concludere la sua avventurosa esistenza, nel 1199 Speronella lascia per disposizione testamentaria al vescovo di Padova, Giovanni, la somma di lire 100 per la costruzione sul colle di S.Elena a Battaglia di un ospizio ubi pauperes debeant hospitari infra annum. La sua singolare vicenda ha lasciato sui Colli Euganei molte memorie; a lei, tra l’altro, è intitolata la strada Teolo-Castelnuovo lungo la quale, sulla destra, si può ancora scorgere una sua presunta dimora.

Strada Teolo-Castelnuovo, rovine della presunta dimora di Speronella.

Rovine della presunta dimora di Speronella lungo la strada Teolo-Castelnuovo.

Tornando a Jacopo e alla feroce condanna dantesca, correva voce che una volta, tornando dalla caccia con una brigata d’amici tutti infreddoliti e bagnati dalla pioggia, avesse fatto incendiare un gran casolare, compensando poi il proprietario col dono di dieci campi; altre volte, essendo in attesa di alcuni convitati, poiché l’ora era tarda, avesse ordinato di incendiare parecchi suoi casolari lungo la strada che essi dovevano percorrere, perché non smarrissero il cammino.
Sulla stessa linea Jacopo della Lana, trecentesco commentatore della Commedia, annota: … a costui venne in aspetto di voler vedere un gran fogo, e fe metere fogo in una soa villa e stava per vedere lo fogo in logo securo.
Negli ultimi anni della sua vita parteggiò per gli Estensi contro Ezzelino III da Romano per cui sembrerebbe sia stato fatto uccidere da quest’ultimo nel 1239.

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6

CANTO XV, 4-12

Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
temendo ‘l fiotto che ‘nver lor s’avventa,
fanno lo schermo perché ‘l mar si fuggia;

e quali Padoan lungo la Brenta,
per difender lor ville e lor castelli,
anzi che Carentana il caldo senta:

a tale imagine eran fatti quelli,
tutto che né sì alti né sì grossi,
qual che si fosse, lo maestro félli.

[Come i Fiamminghi tra Wissant e Bruges, timorosi delle mareggiate che si avventano contro di loro, erigono una diga perché il mare venga respinto, o come fanno i Padovani lungo il fiume Brenta per difendere i loro campi e le loro case, prima che sui monti della Carinzia si sciolgano per il caldo le nevi, così erano fatti quegli argini, anche se il costruttore, chiunque sia stato, non li aveva eretti così alti né così spessi.]

Insieme con Virgilio Dante cammina sopra uno degli argini del Flegetonte per evitare il sabbione arroventato dalla pioggia di lingue di fuoco in cui sono condannati i sodomiti, tra cui il suo venerato maestro Brunetto Latini.

Gustave Doré, Inferno Canto XV.

Gustave Doré, Inferno Canto XV, 28-29.

Pubblico dominio, Collegamento

Per visualizzare nel lettore l’immagine di quegli argini che incanalano i flutti ribollenti di sangue, il poeta evoca il ricordo di due tipologie di schermi: le dighe dei Paesi Bassi e gli argini del Brenta in prossimità di Padova. Dante non vide mai le dighe e le località fiamminghe che cita, ma essendo allora Bruges un fiorente centro commerciale, fu sicuramente meta di molti mercanti fiorentini che, al ritorno, ne riportarono notizia.
Gli argini del Brenta gli sono sicuramente più familiari e certamente, negli anni in cui soggiorna a Padova, tra il 1304 e il 1305, ha modo di chiedersene la ragione. Sono una sicura difesa contro le piene minacciose, le brentane, che immancabilmente si verificavano ogniqualvolta si scioglievano le nevi sulle Alpi orientali, provocando vaste inondazioni.
Per quanto riguarda il toponimo Carentana, che in varie edizioni antiche e moderne della Commedia è anche letto Chiarentana o Chiarantana, i primi commentatori danteschi, sulla scorta del Villani e di altri scrittori coevi, pensano che Dante si riferisca al Ducato di Carinzia, ma forse è più probabile che si riferisca genericamente a tutto il complesso delle Alpi Carniche.

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7

CANTO XV, 109-114

Priscian sen va con quella turba grama,
e Francesco d’Accorso anche; e vedervi,
s’avessi avuto di tal tigna brama,

colui potei che dal servo de’ servi
fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,
dove lasciò li mal protesi nervi.

[Il grammatico Prisciano cammina in quella triste schiera ed il giurista Francesco d’Accorso: inoltre, se avessi osservato con maggiore attenzione quella sozzura, avresti scorto quel vescovo che fu trasferito dal papa Bonifacio VIII, il servo dei servi, da Firenze a Vicenza ove abbandonò i suoi desideri contro natura.]

Luca della Robbia, Prisciano, o la grammatica, formella in marmo.

Luca della Robbia, Prisciano, o la grammatica, formella in marmo proveniente dal Campanile di Giotto, 1437-1439, Museo dell’Opera del Duomo, Firenze.

[Public domain], attraverso Wikimedia Commons

Tra i sodomiti che Brunetto Latini indica a Dante c’è anche il vescovo Andrea dei Mozzi. Costui, cappellano e segretario di numerosi papi, diventa vescovo di Firenze nel 1287. È durante il suo vescovato che vengono poste le fondamenta della chiesa di Santa Croce. Nel 1295 viene trasferito per punizione da Bonifacio VIII, a causa della sua scandalosa condotta, nella sede vescovile di Vicenza, la città del Bacchiglione, dove muore nello stesso anno o l’anno seguente.
Dante ha trent’anni e sicuramente è al corrente dello scandalo; i commentatori più antichi della Commedia parlano con toni assai critici di questo vescovo vizioso, disonestissimo e di poco senno. Ciò spiega, forse, il tono sarcastico e sprezzante con cui il poeta ne parla, diversamente da quanto avviene per gli altri personaggi condannati per la stessa colpa.
Assai frequente sia in Dante che in altri poeti il vezzo di alludere a determinate città o a regioni citando il fiume che le attraversa.

E quel che fé da Varo infino a Reno,
Isara vide ed Era e vide Senna
e ogne valle onde Rodano è pieno.
(Par. VI, 58-60)

piacemi almen che’ miei sospir’ sian quali
spera ‘1 Tevero et l’Arno,
e ‘l Po, dove doglioso et grave or seggio.
(Petrarca, All’Italia, 4-6)

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Franco Marchioro

La copertina del libro "Il Veneto nella Commedia di Dante".

Franco Marchioro, Il Veneto nella Commedia di Dante, Grafiche RGM, Monselice, per conto della CRDSL – Battaglia Terme, 2017 – pagine 15-27.

CRDSL: Centro per la Ricerca e la Documentazione sulla Storia Locale.
In questa versione digitale del testo sono state aggiunte alcune immagini.
Ringraziamo la moglie di Franco Marchioro (1941-2015), sig.ra Luciana, per averci dato il consenso alla pubblicazione.