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Storia in breve della vita cristiana a Battaglia

Mons. Bellinati narra qui brevemente la vita della comunità cristiana di Battaglia, dalla fondazione della chiesa parrocchiale ai nostri giorni.

CONTRIBUTO ALLA STORIA DEL CRISTIANESIMO A BATTAGLIA
DALLA FONDAZIONE DELLA PARROCCHIALE (1332) AI NOSTRI GIORNI

La storia di Battaglia (il cui nome deriva probabilmente da Baptaleria, cioè dai “mulini”, dove si battevano i panni) risale sicuramente a prima ancora del Mille; anche se non si hanno tuttoggi attestazioni di archivio. Sarebbero sufficienti a dimostrarlo i reperti archeologici (cfr. L. LAZZARO, Fons Aponi, p. 43) e il probabile attraversamento dell’abitato, da parte della via per Bononia, com’è indicato dall’Itinerarium Antonini.
Se il cristianesimo a Battaglia è legato storicamente alla pieve di Pernumia, la cui antichità è fuor di dubbio (cfr. A. BARZON, Padova cristiana, 1979; S. BORTOLAMI, Pernumia e i suoi statuti, Venezia 1978), le memorie locali si rifanno a un antico luogo sacro, collocato sulla sommità del Monte delle Croci: il monastero benedettino di S. Maria, con i priori più recenti Gregorio (1216) e Giacomino (1239). Escluso che questo monastero fosse stato l’antica chiesa parrocchiale di Battaglia (come sembrano attestare il Sartori ed altri), si deve ritenere che la prima cappella a Battaglia sia sorta non molto lontano dal fiume, ove si accentuava una presenza demica del borgo e che questa si debba identificare con la cappella di S. Giacomo (ricordata nella lapide, tuttora esistente, del 1332). Prima di allora gli abitanti venivano battezzati e avevano il loro cimitero a Pernumia. Al più vicino Monte delle Croci potevano recarsi, in epoca più recente, per la messa festiva; ma la pieve rimase Pernumia, fino a quando – aperto agli inizi del Duecento il canale Padova-Monselice – la vita di Battaglia fu maggiormente imperniata, per traffici e commerci, su quella di Monselice e finì (agli albori del Cinquecento) per appartenere alla circoscrizione ecclesiastica di Monselice, mentre nella visita pastorale del 1449 appariva ancora come “cappella” della chiesa di Pernumia.
L’analisi della bella lapide, in scrittura gotica maiuscola, sulla facciata della chiesa di S. Giacomo (1332), rivela innanzitutto il milieu dei personaggi che ruotano intorno alla fondazione  (constituta fuit) della chiesa e alla dotazione dei beni. I commissari testamentari della nobile famiglia Zacchi (Antonio, Fina e il loro figlio Giacomo) sono tutte persone che occupano un posto di rilievo nella società di allora. Il giudice Pietro da Campagnola è un magistrato, che nella Sala della Ragione sale spesso sopra uno dei tredici “posti-uffizio” o banchi, nei quali veniva esercitata la giustizia. Corrado Zacchi roga importanti atti notarili, appartenendo appunto a questa categoria in Padova. Gualpertino Mussato poi, fratello del celebre Albertino, e abate di S. Giustina viene ricordato come uomo più di armi e di armigeri che cultore (come in questa lapide) di luoghi sacri. La chiesa viene costruita soprattutto con i beni di Giacomo Zacchi, donde si può arguire che il titolo della chiesa (S. Giacomo apostolo) sia stato scelto in memoria del precipuo benefattore. Il beneficio o “dote” della chiesa viene stabilito nell’ottava parte annua del reddito di quattro ruote da mulino, a Battaglia, verso Monselice; ma non si precisa da quale lascito testamentario siano provenienti. È comunque la base di un modesto beneficio parrocchiale, che non si accrescerà di molto nei secoli susseguenti, come ci è dato di constatare dall’ampia documentazione degli “Estimi”, nell’archivio vescovile.

L'epigrafe del 1332, importante documento della vita cristiana di Battaglia Terme.

(facciata esterna) Epigrafe del 1332 che ricorda la fondazione della prima chiesa.

La vita religiosa di Battaglia è in gran parte contenuta nei mss. delle “Visite pastorali”, degli “Inventari della diocesi padovana” e degli “Estimi” suaccennati, dai quali si può agevolmente trarre una serie sicura dei rettori della chiesa di S. Giacomo, fino al Concilio di Trento (1563). Essi sono: Giacomo del fu Angelo da Andria (1449), Nicolò (1476), Giovanni da Cremona (1507), Alvise di Stefano (1507), Benvenuto da Lodi (1541), Girolamo Vielmo, vescovo di Argo (1569), che regge la parrocchia per mezzo di un sostituto.
La vita del borgo si svolgeva tutta senza grosse novità, se togliamo la presenza di nuovi opifici per la produzione della carta (già nel sec. XIV) e l’attività di una segheria, nei pressi del sagrato della chiesa stessa, che causava spesso danni rilevanti al sagrato e al contiguo, piccolo, angusto cimitero.
Una stupenda descrizione di questa vita parrocchiale e del suo piccolo complesso di edifici l’ho potuta scoprire in una gustosa descrizione, per mano del “curato” di Battaglia: Marco Bonato da Lusiana (1569), contenuto negli “Inventari della diocesi padovana”. Essa ci offre per la prima volta un bellissimo “status animarum”, uno dei primi della diocesi, con la numerazione esatta delle famiglie di Battaglia e dei loro componenti. Un censimento, in tutta forma; dal quale veniamo a conoscere che i parrocchiani assommavano complessivamente a 419 anime: 163 i ragazzi inferiori ai 14 anni e 256 gli adulti. Marco Bonato ci racconta che nella sua chiesa si venera una bellissima Madonna, di cui gli abitanti sono molto devoti. Esiste l’altare di S. Rocco, invocato nelle frequenti pestilenze, causate forse dalle acque stagnanti (nella tomomastica del luogo si parla spesso di “palude grande”). Dall’alto di un piccolo campanile due bronzi scandiscono la vita del borgo. Vi si parla anche di lavori iniziati “per grandar essa chiesa”, davanti, verso la strada; ma la povertà dei mezzi non ha ancora consentito di portare a termine l’impresa. Tre anni più tardi (1572), al tempo del vescovo padovano Nicolò Ormaneto, famoso segretario di S. Carlo Borromeo a Milano, si dice che la chiesa “bene manet in suis haedificiis” (è solida nelle sue strutture). Il “curato”, un certo Giuseppe Ongaro da Padova, ripete a grandi linee la descrizione di Marco Bonato da Lusiana: la chiesa ha tre altari, due finestre, una sola porta a occidente. Esistono perfino i primi libri dei battezzati dei matrimoni, secondo le recenti disposizioni del Concilio di Trento. La vita del borgo si svolge sempre tranquilla, da un punto di vista religioso. Non esistono eretici o scismatici; tutti fanno Pasqua, meno “il rosso” (di capelli), dirà un documento del 1585, che “abita sotto il ponte del Bagno, e non vol obedire né a superiori, né a nissuna”.
Nel 1587 a Battaglia, che è sicuramente “cappella della pieve di Monselice”, si possono contare 740 abitanti che continuano spesso la dura vita dei loro antenati: barcaioli o scaricatori di barche. Il loro “curato”, Lodovico Massinoni, che li avrebbe guidati sino alla fine del Cinquecento, dichiara che la popolazione è aumentata e la chiesa si dimostra già insufficiente ad accogliere tutti i fedeli, che assommano complessivamente a 1005 unità. La prima metà del Seicento è caratterizzata a Battaglia da un cospicuo incremento delle cosiddette “fraglie” o aggregazioni di fedeli (ben 4 complessivamente), la più significativa delle quali ci sembra la “Congregazione della SS.ma Trinità”. È un’accolta di uomini e donne, che la domenica mattina, nel loro oratorio costruito contiguamente all’abside della chiesa e con essa comunicante, compiono i cosiddetti “esercizi spirituali” (l’oratorio è detto “noviter constructum” nel 1655). Animatore di così importante istituzione, ai fini di una aggregazione anche sociologica è quel rettore Giovanni Calarga, da Battaglia, che insegna la dottrina cristiana prima ancora della ben nota riforma di S. Gregorio Barbarigo. Le anime sono 1090, e il Calarga può con serenità attestare che in parrocchia “non vi sono risse, né inconfessi, né discordie”. La sua relazione sulla vita parrocchiale comprende anche una interessante descrizione della chiesa allora esistente sul Monte delle Croci, che sarebbe divenuto (qualche decennio più tardi) un luogo di cura preferito dal card. Gregorio Barbarigo. Il Calarga accenna all’esistenza di antiche tavole dipinte (già corrose in parte dal tempo) che sarebbe estremamente curioso sapere quale fine hanno fatto o dove possano ancora (semmai esistono) trovarsi.
Le tre visite pastorali del Barbarigo (1655, 1683, 1689) mettono in evidenza alcune realtà di estremo interesse. C’è un sacerdote, D. Francesco De Rossi, che fa scuola ai bambini del borgo; ed è una grossa novità, se pensiamo quanto più tardi sia venuta una organizzazione scolastica per tutti i bambini di ogni paese. L’economo (cioè colui che amministra ad interim la parrocchia) Giangiacomo Guerra, di Battaglia, assicura (1655) che non esistono “inconfessi”. Continua l’interessante azione della fraglia della SS.ma Trinità (detta anche “dei pellegrini”), che annovera molte delle 1175 anime della parrocchia. In quest’epoca sorgono qua e là diversi “oratòri” di famiglie abbienti, che porteranno ad incrementare una presenza di ecclesiastici nel territorio, non sempre tuttavia operanti in conformità alla pastorale della parrocchia stessa. All’epoca del notissimo rettore, Andrea Schiavetti, di Bergamo, la chiesa (1683) si dimostra incapace, nonostante gli ampliamenti anche recenti, ad accogliere la “ingens populi multitudo”. Gli abitanti sono infatti saliti a 1280 unità. Nel 1689 lo stesso S. Gregorio Barbarigo ordina, in una visita pastorale, che sia innalzato il soffitto della chiesa; sia restaurato il pavimento, qua e là “inequale” e disagevole; siano tolti soprattutto quegli scanni, che innalzati spesso da famiglie abbienti, finivano spesso per creare un duplice e palese inconveniente: la discriminazione dei fedeli e la maggior ristrettezza dello spazio. Anche il cimitero deve essere tenuto meglio, afferma il Barbarigo; si ripari la scala, che con gradini di pietra scende dalla chiesa al luogo destinato ai defunti; lo si custodisca e lo si adorni meglio, tagliando gli alberi, che non servono. Il Barbarigo soprattutto si lamenta che i fanciulli non sanno le verità di fede; che troppe persone abusano di bevande alcooliche e poi hanno un eloquio reprensibile; che troppi lavorano alla festa, soprattutto quelli, che “scaricano scaggia” dalle barche. Viene invece elogiata l’opera dello Schiavetti, che oltre ai suoi impegni pastorali si sobbarca a far scuola a un gruppo di ragazzi, gratuitamente (“per carità” è detto nel documento, con la tipica espressione popolare). Esistono anche maestri e maestre di scuola, con un evidente incremento di alfabetizzazione, in un’epoca ancora carente non solo di mezzi, ma anche di ogni benché minima organizzazione razionale in merito.
Le quattro visite pastorali del settecento (1734, 1747, 1762, 1781) evidenziano una situazione in conformità a un’epoca veneziana, che si avvia al tramonto. È vero che anche per la chiesa di Battaglia si pongono in evidenza la dovizia dei paramenti sacri e degli addobbi (“splendide ornata”, si dice); ma il rettore, Sebastiano Carrara (1747) annota che “barcaroli, murari e facchini” continuano a lavorare in giorno di festa e che cresce il numero di “inconfessi” (fino a raggiungere, nell’Ottocento, la cospicua somma di 300).
La situazione si fa veramente drammatica nella visita pastorale del 1822, quando il rettore, Antonio Bassignani, assicura che molti ormai non frequentano più la chiesa; i genitori dimostrano “grandissima trascuratezza” verso i propri figli, i quali oltrepassano talora i 30 senza essere stati ancora ammessi alla Cresima o alla Prima Comunione. Nel 1876, il parroco, G. B. Benetti da Gallio, espone con precisa ed evidenziata esperienza una situazione religiosa veramente incredibile. Su 1765 abitanti, oltre 300 non hanno fatto Pasqua; cifra altissima, in rapporto alle comunità ecclesiastiche circonvicine, dell’epoca. Nel 1888 i non pascalizzanti sono saliti a 350 circa. L’infaticabile rettore, D. Angelo Guazzo, puntualizza una situazione d’interessanti condizioni sociali, caratterizzate dalla presenza di diversi opifici. Ancora una volta si palesa la storia delle origini di Battaglia, legata alle acque, agli opifici, al lavoro di operai. Il pensiero si rifà all’antica vita religiosa del Monte delle Croci, ove – si afferma – esiste ancora la torre campanaria, più qualche avanzo di muraglia dell’antica chiesa. È quel tanto che basta per legare la memoria a un passato di semplice religiosità, unita alle preghiere e ai canti dei monaci. La chiesa parrocchiale rimane, nonostante il sorgere di vari “oratòri”, il centro della vita del paese, fino a che “lo spostamento del centro del paese al di là del naviglio e il pericolo derivante dall’essere la chiesa affacciata sulla statale per Monselice percorsa da intensissimo traffico” consiglieranno la costruzione di una nuova parrocchiale.
La storia della pietà popolare e della vita religiosa di Battaglia guarda ancora a quelle prime, lontane radici, dalle quali venne un messaggio cristiano alla popolazione che è anche legato alle pietre, ma soprattutto fiorisce nell’animo delle nuove generazioni, chiamate pur esse ai valori più alti dello spirito, sulla scia delle tradizioni storiche dei padri.

Claudio Bellinati       

La chiesa di S. Giacomo, copertina.

La chiesa di S. Giacomo. Arte e storia, a cura di Anna Maria Spiazzi, Battaglia Terme, La Galaverna, 1982 – pagine 9-11.