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Il rilievo commerciale di Battaglia nel 1300

Nel 1300 Battaglia assunse un rilevante ruolo commerciale per la sua posizione geografica e per le attività che vi si svolgevano. Tra queste, la molitura e la fabbricazione della carta.

La cartiera di Battaglia

L’industria cartaria è dunque il fatto nuovo del Trecento che vede approdare a Battaglia esperti del mestiere, artigiani e lavoranti vari.
Il cartaro aveva un compito importante: trarre dalla macerazione degli stracci di cotone, canapa e lino, la carta “bombasina” destinata agli uffici amministrativi delle cancellerie al posto della pergamena usata fino ad allora.
I più esperti in quest’arte erano i maestri cartai di Fabriano, un borgo situato in provincia di Ancona, da cui Padova si era rifornita di carta prima di avvertire la necessità di produrla in proprio.
Per fare questo però non bastavano capitali e immobili, bisognava assicurarsi la presenza di chi conosceva le tecniche e i segreti di lavorazione.
Dunque si pensò di offrire ai maestri cartai che avessero accettato di trasferirsi a Padova, cittadinanza e condizioni ideali di ospitabilità.
Ecco perché per quasi due secoli vissero ed operarono nella nostra provincia artigiani fabrianesi che gestivano le cartiere di Battaglia ed anche le cartolerie cittadine.

Il territorio padovano. Carta di Abraham Ortelius pubblicata per la prima volta nel 1570.

Il territorio padovano. La carta appartiene all’Atlante di Abraham Ortelius Theatrum Orbis Terrarum, pubblicato per la prima volta nel 1570. L’immagine è in direzione est-ovest ed è vista da Venezia, capitale della Repubblica Veneta con forte vocazione commerciale, soprattutto verso l’Oriente.

Abraham Ortelius [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

Nel novembre del 1405 i Carraresi furono annientati dai Veneziani e nell’inverno del 1407 la cartiera di Battaglia ebbe, per decisione del Senato della Serenissima, il monopolio della produzione nel padovano.
Un documento stabiliva il divieto di costruire nuove cartiere per cinque anni consecutivi, proibiva l’esportazione di pezze e colle animali senza averne la licenza, permetteva il commercio della carta oltre i confini della provincia solo nei casi di produzione eccedente, vietava a chiunque di tenere presso di sé a scopo di lucro gli stracci destinati ai folli di Battaglia. Vietava inoltre il commercio di carta prodotta in luoghi diversi, pena l’applicazione di pene severe e il sequestro della carta contrabbandata.
Nel 1676, dopo le lamentele dei sindaci, dei professori e degli studenti dell’Università di Padova per il persistere del monopolio, che aveva permesso al cartaio Marco Sordino di arricchirsi vendendo un prodotto pessimo, il Senato della Repubblica di Venezia lo abolì per favorire il libero commercio e la concorrenza.
Nei secoli della cartiera di Battaglia sono usciti migliaia di fogli per uffici della città, del territorio, della Curia vescovile, delle parrocchie, la corrispondenza privata, la contabilità, il puro divertimento.
Scarsa sono le notizie sulla cessazione di tale attività, determinata comunque, verso la fine del 1700, dalla crescita economica di altre cartiere e dal degrado dell’edificio in cui operava.
Scrive il Gloria nel 1862 in “Il territorio padovano illustrato” che “presso la cateratta ed i molini della Wimpffen è la contrada delle Chiodare ove nella casa Mincio esistevano anche negli ultimi tempi fabbriche di carta linea, che estinsero per le frequenti torbide dell’acqua”.

Battaglia, importante snodo commerciale e di collegamento

Oltre ai mulini e all’industria cartaia il nostro paese assunse nel 1300 un ruolo commerciale importante per la sua posizione geografica di luogo ideale per il collegamento dell’ambiente collinare con la città di Padova.
Il monastero del Venda infatti possedeva a Battaglia delle abitazioni, dei campi affittati e dei magazzini per la raccolta del grano, della biada e del vino di pianura: il fatto interessante è che tali prodotti venivano venduti al prezzo ricorrente in paese, riconoscendo così l’importanza del mercato battagliense.
Anche il monastero di S. Maria di Lispida si serviva del canale della Battaglia per trasportare con i suoi barcaioli pietrame in città e fino a Venezia, confermando la funzione di snodo commerciale e di comunicazione assunto dal villaggio. Ne è un’ulteriore testimonianza la fondazione della chiesa di S. Giacomo, ad opera degli Zacchi, la famiglia padovana che mantenne nel territorio ingenti proprietà, affittò case e terreni, controllò botteghe di straccivendoli e sfruttò boschi.

Blasone della famiglia Zacchi del 1332. Battaglia aveva già un rilevante ruolo commerciale.

Il blasone scaccato della famiglia Zacchi. Appartiene all’iscrizione affissa nella facciata della vecchia chiesa parrocchiale di S. Giacomo (parte destra). L’iscrizione risale al 1332, data di fondazione della chiesa. In questo periodo Battaglia ha già un rilevante ruolo commerciale.

Foto: Carmelo Donà.

La misurazione del tempo nel Medioevo

Prima di trattare il lungo periodo di dominio veneziano sul nostro territorio, è interessante accennare ad alcuni aspetti della vita di allora, a cominciare dalla misurazione del tempo.
Nella società medievale, in gran parte contadina, si divideva il tempo il modo approssimativo. Nelle ore diurne si prendeva come punto di riferimento il sole, nelle ore notturne le indicazioni erano ancora più vaghe: “dopo il tramonto del sole”, “a notte fonda”, “all’ora del primo sonno”, “al primo canto del gallo”…
Il tempo medievale apparteneva soprattutto alla chiesa: monaci e preti erano i soli che conoscevano come misurarlo e ne erano i padroni. Ascoltando il suono delle campane che annunciavano le preghiere e i riti religiosi, i contadini e i popolani delle città potevano sapere che momento fosse della giornata. Erano queste le ore “canoniche” sulle quali tutti si regolavano: il “mattutino” (verso la mezzanotte), le “laudi” (alle tre del mattino), la “prima” (alle sei), la “terza” (alle nove), la “sesta” (a mezzogiorno), la “nona” (alle tre del pomeriggio) “i vespri” (alle sei), “compiéta” (verso le nove di sera).

Pagine interne di un Libro delle Ore del XV secolo.

Pagine interne di un Libro delle Ore risalente al XV secolo.

Di The National Library of Israel Collection (The National Library of Israel Collections) [CC BY-SA 3.0], attraverso Wikimedia Commons con modifiche.

Più tardi, accanto alle campane delle chiese, nelle città comparvero quelle che chiamavano al lavoro gli operai, fino a che non arrivarono gli orologi muniti di meccanismi che permettevano di far suonare le ore.
La capacità di indicare il tempo, col cielo coperto come col cielo sereno, di giorno come di notte, nel corso del 1300 spinse alcune città ad installare degli orologi ora sulla torre campanaria (la torre della campana del lavoro), ora sul campanile della cattedrale.

Padova, Piazza dei Signori. Palazzo del Capitanio e Torre dell'Orologio.

Padova, Piazza dei Signori. Palazzo del Capitanio e Torre con l’orologio astronomico, costruito da Giovanni e Giampietro delle Caldiere nel 1437. Essi ripresero il trecentesco meccanismo realizzato da Jacopo Dondi (o forse dal figlio Giovanni), danneggiato da un incendio.

Di Leandro Neumann Ciuffo (Piazza dei Signori) [CC BY 2.0], attraverso Wikimedia Commons con modifiche.

In campagna comunque le giornate rimasero ancora per secoli regolate dalle albe e dai tramonti del sole, dal succedersi sempre uguale dei lavori agricoli, dai rintocchi che segnalavano l’alternarsi degli uffici divini nella chiesa o nel convento più vicini.
Il calendario cristiano, con i suoi santi e le sue feste, è restato fino ai nostri giorni.

Jean-François Millet, L'Angelus. Museo d'Orsay, Parigi.

Millet, l’Angelus. La preghiera dell’Angelus Domini (L’Angelo del Signore) viene recitata tre volte al giorno: mattino, mezzogiorno e sera. Il quadro mostra una coppia di contadini che, al suono delle lontane campane, interrompe il proprio lavoro per la recita dell’Angelus serale. Museo d’Orsay, Parigi.

Jean-François Millet [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

Lucia Boaretto

Questo articolo è stato pubblicato nel numero di marzo 1998 de “La Finestra”, periodico della Pro Loco di Battaglia Terme, con il titolo “Battaglia: la nostra storia tra ipotesi e realtà – 8a parte”.

Le immagini e le relative didascalie sono a cura di BATTAGLIATERMESTORIA.