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Il merletto di Battaglia Terme

Il merletto di Battaglia tra le due guerre del XX secolo era giunto ad occupare circa un migliaio di lavoranti a domicilio sparse in tutto il circondario da Pernumia a S. Pietro Viminario, da Pozzonovo a Monselice e a Due Carrare. Questo merletto si distingueva per essere una tipologia particolare con una predilezione per l’ornato-figurato. Tra le imprenditrici-artiste del merletto di Battaglia Terme si distinse Carlotta Ciprian (1873-1956).

Paolo Francesco Zatta

Cominciamo con un po’ di storia

L’arte del merletto, o del pizzo o ancora della trina, è una lavorazione di filati per ottenere un tessuto leggero, prezioso e ornato, la cui storia si perde nella nebbia del tempo. In quest’arte Venezia fu davvero sovrana distinguendosi, per la raffinatezza dei suoi prodotti, frutti del paziente ed abile lavoro di molte donne di tutte le età, le quali, un po’ per passione e un po’ per bisogno, riuscirono a far conoscere al mondo intero la loro abilità e la bellezza delle loro creazioni. Il merletto è un tessuto leggerissimo, “un sospiro degli angeli”, che si ottiene dall’intreccio di fili di ogni tipo: lino, cotone, seta, fino all’oro e all’argento. Nei secoli andati i maggiori poli di produzione del merletto ed affini furono Venezia, Francia e le Fiandre, poi, solo tardivamente, l’Irlanda con le trine irlandesi. In origine il merletto era un’occupazione prevalentemente d’élite che occupava il tempo delle donne dell’alta classe e quello delle monache nel silenzio dei conventi. Col tempo nell’arte del merletto, perché di vera arte si deve parlare, entrarono a farne parte come protagoniste le donne delle classi popolari che diedero vita allo sviluppo di un mercato florido, prima di carattere artigianale e quindi di tipo industriale.
Il merletto veneziano affonda le sue radici nella leggenda, come molte delle grandi tradizioni della Serenissima. Narra infatti la leggenda che un marinaio veneziano, ritornato in patria da un lunghissimo viaggio, abbia portato in dono alla sua amata sposa una pianta marina, l’alga Halimeda opuntia, popolarmente nota come “Trina delle dame”.

L'alga Halimeda opuntia

L’alga Halimeda opuntia.

Di Nhobgood Nick Hobgood (Own work by Nhobgood) [CC BY-SA 3.0 o GFDL], attraverso Wikimedia Commons con modifiche.

Quando il marinaio se ne ripartì, per nuovi lunghi viaggi, l’inconsolabile sposa cercò di riempire il vuoto lasciato dall’amato imitando con ago e filo la pianta ricevuta in dono. Così, secondo la leggenda, nacque il merletto veneziano.
Leggenda a parte, il merletto ha una solida documentazione, a partire dalla seconda metà del XV secolo, come ornamento della biancheria con le sfilature, il buratto (dal latino burra, stoffa rustica) e il mòdano (dal latino, modus, misura). In questi lavori l’ago si appoggia a un fondo di tessuto la cui trama (rada) è quasi trasparente, di colore bruno, bianco o colorato. Queste tecniche vengono considerate precorritrici, quasi un momento di passaggio dal ricamo al vero e proprio merletto dove il filo crea fondo e disegno.
Tra il XV e il XVI secolo a Venezia la pratica del merletto si diffuse ad opera di alcune nobildonne che furono promotrici di scuole di ricamo, e nello stesso tempo imprenditrici. Fra queste occorre ricordare Giovanna Dandolo, sposa del doge Pasquale Malipiero (1392-1462). A seguire la passione travolse la dogaressa Marina Morosini sposa del doge Marino Grimani (1545-1614) eletto, si dice, con un notevole contributo economico della ricchissima moglie. La “Morosina”, che viene ricordata per la fastosa incoronazione del 1597, la più solenne di tutte le incoronazioni delle dogaresse, é altresì nota per aver promosso l’istituzione di una scuola per merlettaie in contrada S.ta Fosca che impiegava circa 130 lavoranti che producevano “gioielli” d’ago e filo per la classe nobile e per delle regalie alle chiese della città come tovaglie per altari, paramenti sacri e per le necessità dell’alto clero.

La dogaressa Marina Morosini ritratta da Domenico Tintoretto

Marina Morosini (1545 – Venezia, 22 gennaio 1614), dogaressa di Venezia dal 1595 al 1605 come consorte del doge Marino Grimani, ritratta da Domenico Tintoretto.

Domenico Tintoretto [Public domain], via Wikimedia Commons

Da Venezia il merletto ad ago o a fusello si diffuse un po’ in tutto il territorio della Serenissima con la creazione di numerosi “punti” per realizzare opere alle quali concorsero con i loro disegni prestigiosi artisti come Alex Paganino, autore de Burato, libro de ricami (1527), o l’incisore Cesare Vecellio (Pieve di Cadore, 1521 – Venezia, 1601) nipote e assistente del grande Tiziano. Ecco allora svilupparsi, con la pazienza e la perizia di tante donne, i vari punti: a groppo, a maglia quadra, il punto tirato, il punto tagliato, il punto in aria, per non parlare del famoso punto Burano, fino al più difficile, e più costoso nei risultati, punto Venezia.

Colletto maschile a punto Venezia. 1670-1680 ca.

Colletto maschile a punto Venezia. 1670-1680 ca.

By Sailko (Own work) [CC BY-SA 3.0], via Wikimedia Commons con modifiche.

Il XV e la prima metà del XVI secolo rappresentarono per Venezia il periodo in cui le manifatture del merletto raggiunsero l’importanza che il commercio aveva tradizionalmente svolto nell’affermazione della potenza veneziana. Il merletto fin dal XV secolo veniva esportato un po’ dovunque laddove giungessero gli interessi commerciali della Serenissima, facendo sì che i suoi meravigliosi prodotti andassero ad abbellire, con estrema raffinatezza, i più sofisticati clienti che richiedevano corsetti per nobili lombi, maliziosi ventagli, biancheria più o meno intima, tendaggi di ogni tipo e financo calzature, paramenti sacri e molto altro ancora. In occasione dell’incoronazione del re d’Inghilterra Riccardo III (1452-1485), l’ultimo dei Plantageneti, il famoso protagonista dell’omonimo dramma shakespeariano, la regina consorte Anna di Neville (1455-1485) si fece notare per la sua eleganza, ma soprattutto per lo splendido mantello riccamente ornato di merletti veneziani.
Molti altri personaggi di rilevanza storica apprezzarono i merletti veneziani come Maria di Tudor (1496-1533) moglie di Luigi XII di Francia (1462-1515) e sorella del re d’Inghilterra Enrico VIII (1491-1547), l’eclettica Caterina de’ Medici (1519-1589), la famigerata protagonista della strage degli Ugonotti della notte di San Bartolomeo del 24-25 agosto 1572, sposa quattordicenne di Enrico II re di Francia, che introdusse nel regno gallico il gusto e l’eleganza della corte medicea. Sono giusto questi alcuni personaggi estimatori del merletto veneziano.
La Francia era una forte importatrice di merletti veneziani, e questo gravava sulle finanze del paese, ragion per cui il ministro Jean Baptiste Colbert (1619-1683), per ridurre i costi delle importazioni, ordinò la creazione di manifatture in varie città francesi avvalendosi della maestria di una trentina di merlettaie veneziane. Ed è proprio da questa iniziativa francese che i punti del merletto assunsero nomi francesi. Nel XVIII secolo, Venezia, Genova e le Fiandre dovettero adattarsi alla moda delle trine francesi, le “dentelles”, per contrastare la concorrenza che era ormai diventata feroce.

Pubblicazione con due esempi di "dentelles".

Pagina di una pubblicazione del 1922 in cui sono raffigurati due esempi di “dentelles”.

Di Thérèse de Dillmont (1846-1890); Dollfus-Mieg & Cie [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

Con la caduta della Serenissima nel 1797 venne a decadere anche l’industria del merletto finché, verso la fine dell’800, la contessa Adriana Marcello, con l’ausilio dell’allora famoso politico veneziano Paolo Fambri 1, non pensò di ridare vita, animata anche da uno spirito filantropico, all’antica tradizione del merletto di Burano. Erano tempi in cui la fame sulle isole veneziane era nera e la magra pesca a malapena riusciva a sfamare le famiglie spesso numerose. Grazie alla conservata memoria di una vecchia signora del popolo, la merlettaia Vincenza Memo, meglio nota come Cencia Scarpariola, solitaria depositaria dei segreti di un tempo, si riuscì a tramandare attraverso la maestra elementare Anna Bellorio di Este, e quindi alle figlie di questa e poi ad un gruppo di ragazze, l’antico merletto di Burano 2 con l’istituzione della scuola omonima. La contessa Marcello fu l’asso vincente di questa storia in quanto fu prezioso tramite per reperire commesse fra le dame dell’alta società veneziana e europea quali la principessa Beatrice di Sassonia-Coburgo-Gotha, la principessa Pauline von Metternich, la duchessa Mary Victoria Douglas-Hamilton, la contessa Marie von Bismarck, la regina d’Olanda e la nostra regina Margherita di Savoia, e altre ancora.

Vincenza Memo, detta Cencia Scarpariola.

Foto della merlettaia Vincenza Memo, detta Cencia Scarpariola (da una cartolina del 1905).

Pubblico dominio, attraverso Wikimedia Commons

Nel 1875 la Scuola di Burano contava oltre 100 allieve, alcune di età giovanissima, che lavoravano sei ore al giorno d’inverno, sette in estate. Alla morte della contessa Marcello (1893), il testimone passò al figlio che ne continuò l’opera. La produzione della scuola proseguì con buoni risultati fino alla prima guerra mondiale e, tra gli alti e bassi dell’economia, riuscì a sopravvivere fino agli anni 30 del ‘900 per poi andare via via scemando fino a chiudere i battenti negli anni ’70 del secolo scorso.

Merletto ad ago e a fuselli tra bellezze ed intrighi

Il merletto ad ago fece la sua comparsa con le trine “a reticello” già alla fine del XIV secolo come ornamento prendendo il nome dal reticolato del punto base impreziosito da disegni. Dal reticello si sviluppò successivamente il “punto in aria”, il primo vero merletto ad ago, il primo pizzo cucito da solo, senza essere messo prima su un tessuto. Solo più tardi, intorno al XVII secolo, apparvero opere più sontuose come il “gros point de Venise” e altri ancora.

Disegno per reticello.

Disegno per reticello ricavato da una pagina della pubblicazione di Federico Vinciolo.

Pubblico dominio, attraverso Wikimedia Commons

Nel XVI-XVII secolo, con Maria de’ Medici (1575-1642), venne introdotto in Francia, il “point coupé”, grazie al veneziano Federico Vinciolo, autore de I singolari e nuovi disegni per lavori di biancheria, pubblicato a Parigi nel 1587. Maria era una donna raffinata che nel 1600 sposò Enrico IV di Navarra, quello del famoso “Parigi val bene una messa”. Maria era figlia del granduca di Toscana Francesco I (1541-1587) chiacchieratissimo amante, e poi sposo, della nobildonna veneziana Bianca Cappello (1548-1587), protagonista del mondo del gossip, ma anche grande appassionata di merletti, che morì misteriosamente il giorno appresso la morte di Francesco I.
Contemporaneamente al merletto ad ago fecero la loro comparsa “le trine a fuselli”, che avevano un’origine più popolare con finalità di tessere soprattutto galloni e passamani, attraverso l’incrociare, l’avvolgere e l’intrecciare i fili raccolti a un’estremità su piccoli fusi, e nell’altra estremità puntati con spilli a un cuscinetto detto “tombolo“. Celebri furono i merletti a fuselli genovesi “rosaces de Gênes”, e quelli milanesi e di Cantù, molto usati nel XVII secolo soprattutto per arredi sacri, come celebre fu il merletto abruzzese di Pescocostanzo e de l’Aquila, ma anche i fuselli nelle Fiandre col punto d’Inghilterra o di Bruxelles, il punto gaze, in gran voga nel XVIII secolo.

Tombolo con fuselli.

Tombolo con i fuselli. Il merletto si ottiene intrecciando i sottili fili di tessuto.

Autore: CC BY-SA 2.5, via Wikimedia Commons con modifiche.

1) Personaggio risorgimentale di grande interesse il veneziano Paolo Fambri (Venezia, 10 novembre 1827 – Venezia, 5 aprile 1897), figlio di Lorenzo, negoziante che “vendeva pignatte in Barbaria de la Tole”, e di Elena Correnti. Paolo era di carattere alquanto turbolento tanto che, a poco più di dieci anni, venne espulso “da tutti i ginnasi del Regno Lombardo Veneto per insubordinazione”, per cui venne iscritto nell’Istituto di educazione militare marittima (Roma, Arch. centrale dello Stato, Carte P. Fambri, b. 1), una specie di ergastolo per ragazzi discoli. Nel 1848 fece parte della Repubblica di S. Marco con Daniele Manin, e con un colpo di mano liberò Nicolò Tommaseo dai Piombi. Nel 1859 partecipò alla II guerra per l’indipendenza dove scaricò tutta la sua esuberanza. Dopo l’Unità d’Italia del ’61 rimase attivo nell’esercito, fino al 1864. Nel 1866, in occasione della III guerra d’indipendenza, chiese di tornare a combattere come volontario senza stipendio, per la liberazione del Veneto; gli venne riconosciuto il grado di capitano. Nel 1880 cercò senza successo la carriera politica. Rimase sempre un libero pensatore e conservatore. Laureato in ingegneria a Padova, fu matematico, ingegnere, giornalista polemico, letterato e maître à penser dell’Italia umbertina. Morì quasi dimenticato nella sua amata città natale il 4 aprile 1897. Cfr. Paolo Fambri di Nicola Labanca in Treccani.it
2) Touring Club Italiano, Arte applicata e lavorazioni tradizionali: uno straordinario patrimonio di tecniche e abilità manuali, a cura di Roberta Corbò, 2003.