Una memoria del Petrarca

UNA MEMORIA DEL PETRARCA
NEL PALAZZO DEI SELVATICO
“IN DOMO”

Vicende di un presunto ritratto di Francesco Petrarca affrescato sulla sua casa canonicale dietro il Duomo, trasferito poi nel palazzo Selvatico di via Vescovado e infine nel palazzo Vescovile.

La presenza di Petrarca a Padova ha lasciato da subito un segno nella memoria della città. È forse grazie anche a questo ricordo, ravvivato nelle puntuali celebrazioni commemorative patavine, che studi e contributi hanno favorito la diffusione delle sue opere. Parallelamente allo studio per l’opera petrarchesca, accanto a un sentimento nostalgico attorno alla figura del poeta si è andata creando nei secoli una certa “aura devozionale”, tale per cui qualsiasi cosa gli fosse appartenuta o avesse avuto una qualche relazione con la sua vicenda terrena destava non solo curiosità ma dignitoso rispetto.
È ciò che è accaduto al frammento di affresco con un busto maschile colto di profilo in atteggiamento orante, che dal 1816 si trova nel Palazzo vescovile di Padova, e che secondo la tradizione rappresenta Francesco Petrarca. Esso proverrebbe dalla casa canonicale che fu assegnata al poeta a seguito del conferimento del canonicato in Duomo nel 1349, e che di recente è stata individuata nella porzione restante del piccolo fabbricato di via Dietro Duomo, attualmente sede degli uffici del Museo diocesano 1.

Area intorno alla Cattedrale di Padova. Disegno di Giovanni Valle. Particolare della pianta intorno alla Cattedrale realizzata dal cartografo Giovanni Valle. È evidente l’area occupata dalla proprietà Selvatico.

Di un ritratto di Petrarca nella sua residenza padovana si ha testimonianza a metà Cinquecento quando, in occasione della costruzione del nuovo coro della Cattedrale per volere del cardinale Francesco Pisani, si ricorre alla demolizione di parte della casa abitata dal celebre canonico, suscitando malcontento e accesa disapprovazione tra i letterati del tempo. Ne parla lo pseudo-Ruzante nell’orazione con la quale invita il cardinale ad entrare nello ‘studiuòlo’ della casa dove il Petrarca è raffigurato “inzenocchiòn inanzo a na santa Maria, squaso bello e viuo, què ‘l pare verasiamén, que ‘l cante quella canzòn, que scomenza: Verghene bella, què in lo sol vestita2.
Molto probabilmente, al momento dell’abbattimento della casa l’affresco con l’effigie di Petrarca e l’immagine della Vergine viene asportato con parte di muro e trasferito in un edificio contiguo di proprietà del Capitolo 3. All’inizio del quarto decennio del Seicento Giacomo Filippo Tomasino, alle prese con il suo Petrarcha redivivus, insieme a Girolamo Gualdo, esperto collezionista, si reca nella casa che una certa tradizione indicava come parte della dimora padovana di Petrarca, allora abitata dai fratelli Girolamo e Domenico Boschetti, chierici della Cattedrale. L’erudito padovano riscontra di ‘antico’ solo un ‘Museolum‘, uno studiolo, e l’immagine della Vergine Madre di Dio “non incelebri manu in muro picta”, insieme alla quale un tempo si poteva ammirare il ritratto del poeta.
Ai tempi delle ricognizioni del Tomasino il frammento con l’effigie del poeta si conservava nel palazzo Selvatico di via Vescovado. Secondo quanto gli era stato riportato da Benedetto Selvatico, il cimelio sarebbe stato trasferito “ob artificii praestantiam” nel palazzo di famiglia dal fratello Giovan Battista, professore di diritto canonico 4, quale legittimo proprietario dei beni provenienti dalla casa canonicale concessa a livello al padre Bartolomeo nel 1553 5. La superficie con gli immobili che si trovavano a sud del nuovo coro della Cattedrale era di particolare interesse per i Selvatico in quanto il palazzo di loro proprietà confinava direttamente con un’area oggetto di trasformazioni in quegli anni. Di lì a qualche decennio si dava l’avvio alla ricostruzione del palazzo ad opera dei fratelli Selvatico con interventi che si conclusero per il corpo principale nel 1623 6, alcuni anni prima della testimonianza di Tomasino. Pur non conoscendone la precisa collocazione, immaginiamo che il frammento dovesse trovare un posto ragguardevole negli ambienti della rinnovata residenza urbana dei Selvatico. Incassato forse nella parete di una stanza, esso continuò per tutto il Sei e il Settecento ad essere oggetto di ammirazione da parte dei numerosi ospiti in visita, alcuni dei quali avanzarono proposte di acquisto; ultima quella di “un ricchissimo forestiere” che all’inizio dell’Ottocento “offerse una grande somma di denari all’egregio e benemerito nostro sig. marchese Pietro, perché gli permettesse di trasportarselo” 7. Invece, su consiglio di Giovanni De Lazara, il marchese Pietro Selvatico nel 1816 lo dona al vescovo Francesco Scipione Dondi Dall’Orologio, sapendo che la preziosa testimonianza sarebbe stata apprezzata e gradita, e soprattutto convinto che il prelato avrebbe garantito la “perpetua e fedele custodia de’ Vescovi successivi”. Il vescovo, che da sempre si era occupato di storia ecclesiastica padovana, pensa per il reperto un’ opportuna e degna collocazione nella grande sala del Vescovado, in restauro nel 1808. Lo fa restaurare ed integrare 8, ponendolo accanto ai ritratti dei vescovi della diocesi di Padova, sopra la porta a destra dell’ingresso principale, con un’iscrizione dipinta:

HANC / FRANCISCI PETRARCHAE / IMAGINEM / QUAE EX EIUS DOMUS RUINIS / IN AEDES SILVATICAE GENTIS OLIM TRANSLATA / NUNC PETRI MARCH. DE SILVATICIS LIBERALITATE / ANNO MDCCCXVI / PONTIFEX PATAVINUS / H.P.C.

Giannantonio Moschini ne dà subito notizia nella sua Guida per la città di Padova (1817) 9, mentre un sonetto scritto da Niccolò Tommaseo, studente dell’Università di Padova, e dedicato al vescovo Dondi ricorda il trasferimento dell'”antica immagine del Petrarca, trasportata dalle rovine del suo soggiorno in casa Salvadego, e da questa nel Vescovile palagio del Prelato”.

Oh! L’immago di Lui, che le divine
note temprò sull’aurea cetra un giorno,
e alle vaghe insegnò piagge vicine
di Laura il nome risuonar d’intorno,
del seggio suo ritolta alle ruine
altro fé loco di sua gloria adorno;
or n’ha, Signor, sede più degna, e alfine
luce acquista maggior dal tuo soggiorno.
Qui del suo Dondi, in te mirando espresso
il cognato valor, quasi rischiara
di nuova gioia il viso, e par che dica:
«La tua virtute, il tuo sembiante istesso
memoria, oh quanto! ed onorata e cara,
destarni in cor dell’amicizia antica!»10.

Non è da escludere che lo stesso Dondi abbia in qualche modo favorito la donazione della pregevole “reliquia”; più che un interesse personale per l’opera del poeta − aveva donato infatti al Seminario la lettera autografa del Petrarca indirizzata all’antenato Giovanni Dondi −, egli nutriva, prima quale vicario canonico e in seguito come rappresentante della Chiesa di Padova, un sentimento di rammarico per non aver assegnato ancora giusta memoria a un cosÌ illustre e prestigioso ‘confratello’. Nella Serie cronologico-istorica dei canonici di Padova pubblicata nel 1805, il Dondi, ripercorse le vicende del canonicato patavino, dalla data di concessione al lascito testamentario in favore del Capitolo cui Petrarca ‘apparteneva, si sofferma sulla dimora padovana illustrando i contenuti dell’orazione dello pseudo-Ruzante. Amareggiato che i canonici non avessero dato seguito alla delibera del 1633 (il Capitolo si era limitato allora all’approvazione di un monumento all’interno della chiesa da dedicare al celebre canonico), intendeva egli stesso portare avanti il progetto di un monumento a Petrarca coinvolgendo Canova, “il Fidia del Secol nostro della di cui amicizia mi onoro, che ci dia opra del suo divino scalpello in un busto di bianco marmo che la viva effigie del laureato poeta ci presenti” 11.
L’incisione che compare nella pagina a fianco del frontespizio del volume biografico sui canonici padovani, quasi una dedica del Dondi al canonico Francesco Petrarca, esplicita su carta l’idea di quel monumento commemorativo non ancora concretizzato e che solo un decennio più tardi, non a caso, proprio nel 1816 il Capitolo promuove e avvia, Nella seduta del 31 luglio 1816 i canonici approvarono la proposta presentata dall’arciprete della Cattedrale, presidente, a nome di Antonio Barbò Soncin che “desiderava di erigere a proprie di lui spese uno monumento in questa chiesa al nome glorioso dell’imortale nostro canonico Francesco Petrarca…” (Padova, Archivio Vescovile, Acta Capitularia, vol. VIII, c. 5). A scolpire il busto non fu chiamato Canova, bensì il padovano Rinaldo Rinaldi.
L’episodio acquista ancor più significato se lo si inquadra nel contesto del rinato interesse verso l’opera petrarchesca nell’ambiente accademico di primo Ottocento e in particolare nello studio patavino contraddistinto allora dalle figure di Antonio Meneghelli e dell’abate Marsand. Il primo volume delle Rime pubblicato da quest’ultimo nel 1819 diviene l’occasione per discutere sul probabile ritratto del poeta: il frammento di affresco, da poco trasferito in Vescovado, costituisce il motivo per un nuovo dibattito. Tra le pagine della citata edizione, Marsand inserisce !’incisione di Mauro Gandolfi su disegno commissionato a Gaetano Bozza prima che l’affresco fosse trasferito, cui accompagna le “Dichiarazioni ed illustrazioni storico-critiche del ritratto di F. Petrarca”, convinto “che se v’ha alcun ritratto, il quale possa e debba credersi rassomigliante a quel grand’uomo, ei debba esser questo” 12. Una derivazione da quest’ultima interpretazione è il ritratto del poeta conservato ancora oggi nella casa di Arquà, eseguito da M. Morosini Venier nel 1879.

Se Pietro Selvatico lo ritiene ancora nel 1869 il ritratto “più genuino del grande poeta”, con l’individuazione del disegno nel De viris illustribus della Bibliothèque Nationale di Parigi, ritenuto da subito il più verosimile 13, l’autorità dell’esemplare è andata diminuendo 14.
L’autore dell’affresco pare essere interessato più a ricordare la presenza del poeta in quella casa e la religiosa intimità in cui soleva ritirarsi, che a perseguire la veridicità dei lineamenti peculiari di Francesco Petrarca. Di profilo su uno sfondo blu in atto di umile raccoglimento, il Petrarca è raffigurato in abito rosso scuro con cappuccio a becco lungo foderato di pelliccia bianca, secondo la moda del tempo, che, arretrato e privo della consueta cuffia, mostra ciuffi di capelli grigio-bruno. Il profilo esibisce tratti fisionomici in parte contrastanti con quelli che la ritrattista celebrativa contemporanea mette in evidenza e assegna unanimemente a Petrarca. Pur riconoscendovi il mento pronunciato, il collo corto con il doppio mento, predominano quei caratteri come la fronte sfuggente, il naso piccolo e non aquilino, gli occhi minuti anche se dallo sguardo intenso. I tratti corsivi e non del tutto corrispondenti fanno pensare a un ritratto eseguito in assenza del modello vivente e, forse, suggestionato dall’effigie del poeta ripreso nel suo studio, unico lacerto superstite della decorazione trecentesca della Sala Virorum Illustrium della Reggia carrarese; sembra quasi che il pittore abbia ruotato il profilo perduto del celebre affresco. La posa assunta dal poeta induce a credere che si tratti di una raffigurazione post mortem realizzata presumibilmente qualche decennio dopo la sua scomparsa, su commissione, come già ipotizzato da De Nolhac 15, di qualche canonico allo scopo di preservarne a lungo la memoria nella casa un tempo da lui abitata. Petrarca originariamente doveva essere raffigurato in ginocchio a figura intera, rivolto verso la Vergine con il Bambino alla sua sinistra. Lo si voleva ricordare così, supplicante e devoto alla Madre di Dio che spesso pregava nell’intimità domestica davanti a una Madonna “opera di Giotto” di cui egli stesso parla nel testamento del 1370 16.

Pittore padovano, Francesco Petrarca in preghiera.Pittore padovano, Francesco Petrarca In preghiera Padova, Palazzo Vescovile.

Il modello di riferimento più prossimo sono i ritratti di Oranti affrescati da Guariento nella distrutta chiesa di Sant’Agostino a Padova, in particolare il personaggio che si propone di identificare con Iacopo II da Carrara, raffigurato di profilo con le mani giunte portate all’altezza del volto e il cappuccio di simile fattura arretrato sul capo. L’apparente concordanza formale doveva essere nota a Marsand, spettatore nel 1819 della demolizione della chiesa domenicana e del trasferimento degli affreschi strappati agli Eremitani, che nella necessità di fissare una contemporaneità tra pittore e Petrarca non esita ad attribuire il piccolo frammento a Guariento o alla sua scuola, creando così un precedente storiografico che Pietro Selvatico riporta e Moschetti accoglie. Da tempo scartata l’ipotesi di tale paternità, più correttamente sono stati ravvisati esiti formali vicini alla cultura neogiottesca padovana, pensando ad un ambito altichieresco (Grossato e D’Arcais) o all’esempio di Giusto (Bellinati) 17. In realtà, la stesura della materia, per quanto rimane, lascia intravedere un naturalismo che, sulla scia di Altichiero, raggiunge un pittoricismo più sensibile da collocare a fine secolo, se non addirittura in apertura del Quattrocento. Ma non doveva essere certo l’autore ad interessare i Selvatico, che forse non consideravano il frammento un pezzo della loro collezione; ciò che motivava i gelosi proprietari era la “perpetua e fedele custodia”, per dirla con le parole di Marsand, quel sentimento di sacro rispetto che a metà Cinquecento era stato violato per edificare un Tempio più grande.

Andrea Nante

1) C. Bellinati, La casa canonicale di Francesco Petrarca a Padova. Ubicazione e vicende, in Contributi alla storia della chiesa padovana nell’età medioevale, XI, l, Padova 1979, pp. 83-224 (Fonti e ricerche di storia ecclesiastica padovana). Il presente contributo riprende in gran parte ciò che è stato scritto in occasione della mostra Petrarca e il suo tempo (Padova, Musei Civici agli Eremitani 8 maggio – 31 luglio 2004).
2) Tutte le opere del famosissimo Ruzante, di nuovo con somma diligenza rivedute e corrette, Vicenza 1584, p. 19.
3) Ibidem, pp. 148-149.
4) Ph. J. Tomasini, Petrarcha redivivus, Patavii 1635, p. 169. Download: books.google.it
5) C. Bellinati, La casa canonicale…, cit., p. 97.
6) Per il palazzo Selvatico si veda G. Bresciani Alvarez, L’architettura civile del Barocco a Padova, in Padova. Case e palazzi, a cura di L. Puppi e P. Zuliani, Vicenza 1977, pp. 228-229.
7) A. Marsand, Le rime del Petrarca, Padova 1819, p. 344. Download: books.google.it
8) A tale proposito è interessante rinviare ad una foto dell’affresco scattata prima del restauro in occasione della mostra Da Giotto a Mantegna del 1974, in Frasso, Itinerari con Francesco Petrarca, catalogo della mostra permanente del VI centenario della morte di Francesco Petrarca (1304-1374), Arquà Petrarca, Padova 1974, fig. 83.
9) G. Moschini, Guida per la città di Padova all’amico delle belle arti, Venezia 1817, pp. 84-85 nota. Download: books.google.it Il Moschini informa anche sulla riproduzione commissionata dall’abate Marsand per l’edizione de Le Rime. Si veda il seguito del contributo.
10) Sonetto reso noto da M. Pecoraro, La formazione letteraria del Tommaseo a Padova, in Niccolò Tommaseo nel centenario della morte, a cura di V. Branca e G. Petrocchi, Firenze 1977, p. 328.
11) F.S. Dondi Dall’Orologio, Serie cronologico-istorica dei canonici di Padova, Padova 1805, p. 151. Download: books.google.it
12) Marsand, Le rime cit., p. 342.
13) P. De Nolhac, Pétrarque et l’humanisme d’après un essai de restitution de sa bibliothèque, Paris 1892, p. 380.
14) Per un rapido excursus sui ritratti padovani di Petrarca vedi G. Floriani, Francesco Petrarca. Memorie e cronache padovane, Padova 1993 e il più recente G. Mariani Canova, Ritratti padovani del Petrarca, “Padova e il suo territorio”, 106, 2003, pp. 27-31.
15) Ibidem, p. 379.
16) T. Mommsenn, Petrarch’s Testament, Itacha (New York) 1957.
17) F. Flores D ‘Arcais, Guariento, 1965 e 1974, p. 78, L. Grossato, in Da Giotto al Mantegna, 1974, scheda n. 60; Bellinati, La casa canonicale cit., p. 168.

Copertina della rivista: Padova e il suo territorio, n. 116.Questo articolo è stato pubblicato nel numero 116 (agosto 2005) della Rivista di storia arte e cultura PADOVA e il suo territorio, alle pagine 28-30.

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