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Storia della legge speciale che ha salvato i Colli Euganei

Storia della Legge speciale sui Colli, nota come legge Romanato (29 novembre 1971, n. 1097), tratta dal quaderno di documentazione n. 3 sui Colli Euganei, a cura di Gianni Sandon, pubblicato nel 1988.

Storia della legge che ha salvato i Colli

Introduzione (dalla quarta di copertina)
Presentazione di Giulio Bresciani Alvarez
Premessa
Articoli dei quotidiani
Testo del provvedimento e sentenza della Corte Costituzionale

INTRODUZIONE

Legge 29 novembre 1971, n. 1097: è la burocratica formula per indicare il provvedimento cui i Colli Euganei devono la loro sopravvivenza fisica. Senza tale legge chissà come sarebbero ridotte oggi queste colline. Che aspetto avrebbero assunto le singolari, originali forme del monte Cero, del monte Ricco, del monte Rusta, del monte Cinto, del monte Alto, del monte delle Croci e di tanti altri ancora se si fosse continuato a scavare ai ritmi infernali degli anni fino al 1970/71?

Monte delle Croci, nel territorio di Battaglia Terme.

In primo piano il monte delle Croci, vicino a Battaglia Terme, poi la collinetta di Lispida e in fondo il monte Ricco.

Ma una legge così importante non è certo arrivata per caso. Come è stato possibile in quegli anni ancora di sorda indifferenza ai problemi ambientali imporre (perché proprio di questo si è trattato) al Parlamento nazionale un provvedimento in contrasto con gli interessi di una categoria così potente come quella dei cavatori? Imporre, in concreto, la chiusura quasi immediata di una quarantina di cave?
Oggi, che di questa legge si vuoI richiedere una più rigorosa applicazione (per quelle cave che ancora restano aperte), può essere utile ritornare agli avvenimenti che hanno portato alla sua approvazione. Avvenimenti che allora hanno attirato l’attenzione di tutta l’opinione pubblica nazionale, contribuendo forse in modo non indifferente a risvegliare in tanti una maggiore sensibilità per i problemi dell’ambiente. E non va sottovalutato che da questo clima di grande attenzione i Colli hanno tratto anche un altro decisivo risultato: quello di veder ridimensionati tanti progetti urbanistico-edilizi speculativi che, se attuati, avrebbero deturpato non meno delle cave molte delle più belle località collinari.
La straordinaria mobilitazione di cui può essere capace un’opinione pubblica ben organizzata, il comportamento dei politici, il ruolo dei giornali e degli altri mezzi di informazione, le strategie dei sostenitori più o meno dichiarati delle cave: sono solo alcuni degli aspetti che, pur riferiti a quasi vent’anni fa, possono offrire validi motivi di riflessione di cui tener conto anche oggi nelle battaglie ancora aperte sui Colli come altrove.
La narrazione degli avvenimenti è incentrata in particolare sulle cronache del tempo (11 articoli) fatte da un giornalista-scrittore d’eccezione, Paolo Monelli, sulla terza pagina del quotidiano allora più diffuso e prestigioso: il Corriere della Sera. E questo anche a riprova dell’interesse nazionale suscitato dal problema della difesa degli Euganei.
A queste cronache sono state aggiunte solo essenziali notizie di collegamento tra un articolo e l’altro e qualche significativo documento per rendere più completa e agevole la comprensione degli avvenimenti. È stata invece inserita un’ampia documentazione fotografica sulla tragica situazione, a quell’epoca, dei Colli Euganei perché meglio delle parole sono proprio le immagini che possono descrivere quella situazione.

Cava Valdimandria a Montegrotto Terme.

La cava Valdimandria a Montegrotto Terme.

Si è anche ritenuto, con questa impostazione, di evidenziare come merita la sensibilità di un giornalista che ha seguito le vicende dei Colli non con l’atteggiamento distaccato e freddamente professionale dell’inviato speciale, ma con l’impegno civile e la passione di un uomo di cultura cosciente, più di tanti altri, che misfatti contro l’ambiente come questo non andavano subiti passivamente. Sarebbe stato un peccato, ci pare, oltre al resto, che fosse andato dimenticato e disperso questo omaggio ai Colli, non solo letterario e accademico, ma anche politico e autenticamente culturale.
Ma anche su un altro fatto questa pubblicazione vorrebbe contribuire a mantenere vivo il ricordo: sul ruolo decisivo avuto in tutta la vicenda in particolare da un politico, l’on. Giuseppe Romanato, il parlamentare della vicina città di Rovigo, a quel tempo Presidente della Commissione Pubblica Istruzione della Camera. L’on. Romanato non è stato solo formalmente il primo presentatore della legge (che porta così il suo nome, ma che porta poi anche le firme di altri 27 parlamentari di tutti, proprio di tutti, i gruppi politici) ma è stato soprattutto il parlamentare che con più coerenza e coraggio la legge l’ha voluta far arrivare in porto.
Si vedano gli avvenimenti decisivi che nell’autunno del 1971 hanno portato alla approvazione della legge: si riconoscerà che senza la personale determinazione dell’on. Romanato la legge sarebbe naufragata, forse per sempre. L’esempio di questa determinazione potrebbe davvero ispirare anche ai nostri giorni tanti politici, più propensi agli impegni verbali che alle concrete, coerenti decisioni.

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Colli Euganei, immagine di copertina del quaderno di documentazione n. 3.

PRESENTAZIONE

di Giulio Bresciani Alvarez – Presidente
della sezione di Padova di Italia Nostra

Riandare alle vicende che hanno portato, nel novembre 1971, alla approvazione della legge speciale per i Colli, nota come legge Romanato, dal nome del suo primo presentatore, o come legge 1097, dal suo numero di riferimento, potrebbe avere un interesse limitato se l’operazione fosse fine a se stessa, senza nessun aggancio con i problemi attuali.
Un interesse limitato, comunque, ma non certo del tutto trascurabile, perché si tratterebbe pur sempre della ricostruzione di avvenimenti che sono stati vissuti con grande partecipazione, anche se con diversi sentimenti, da tanti abitanti della zona euganea e che hanno avuto conseguenze decisive, per fortuna in senso positivo, sulla sorte dell’ambiente collinare. Avvenimenti che delineano una densa pagina di storia locale, insomma, certamente meritevole di essere ricordata.
Ma la storia della legge 1097 trascende per più aspetti la cronaca locale e inoltre per tanti versi conserva più che mai una sua significativa attualità. Se ne possono trarre quindi preziosi insegnamenti anche per le battaglie ambientali ancora aperte, sui Colli come altrove.
Che la storia di questa legge, che tanto ha significato per i Colli, trascenda la cronaca locale è un fatto che oggi tende forse a essere dimenticato, travolti come siamo da problemi ecologici che interessano ormai ogni angolo d’Italia. Ma si ritorni al clima degli anni Sessanta: i problemi ambientali non solo non erano allora di moda, ma non erano neanche considerati degni di particolare attenzione se non da ristretti settori dell’opinione pubblica. Che atteggiamenti di sufficienza e di snobismo, quanto isolamento e quanta incomprensione nei confronti di chi tentava allora, come Italia Nostra, di attirare l’attenzione di cittadini e governanti sulla rovinosa situazione del nostro patrimonio naturale e culturale e sulla urgenza di darsi da fare per contenere questa rovina!
In questo clima il caso dei Colli Euganei è stato uno dei primi a interessare, anzi vorremmo dire a scuotere l’opinione pubblica nazionale. E ce n’erano purtroppo fondati motivi: innanzitutto l’ampiezza e la brutalità dell’assalto portato a queste piccole ma singolari e preziose colline, sorte come per un capriccio della natura nel bel mezzo della pianura più di 30 milioni di anni fa.

Cave sul monte Lonzina (Torreglia).

Cave sul monte Lonzina (Torreglia).

Raramente, nonostante tutto, s’erano visti tanto accanimento e tanta furia distruttrice contro il proprio luogo di vita.
Già questo fatto cominciò a emozionare in termini via via crescenti l’opinione pubblica.
Ma alla gravità dell’offesa si contrappose, verso la fine degli anni Sessanta, la determinazione di un movimento di reazione ancora raro per quei tempi. Un vero e proprio movimento di base, popolare, alimentato sin dall’inizio da Italia Nostra, il quale assunse ben presto un ruolo decisivo nell’imporre il problema dei Colli Euganei all’attenzione di tutti.
A un certo punto la battaglia innescata tra difensori e aggressori dei Colli prese ritmi e dimensioni avvincenti, diventando quasi un caso emblematico di sfida tra due opposti modi di considerare il territorio e l’ambiente.
Se ne resero conto, tra gli altri, di questo significato, i grandi mezzi di informazione che cominciarono a seguire ogni sviluppo della vicenda. Non c’è stato giornale nazionale che non abbia dedicato ampio spazio alla “battaglia per salvare gli Euganei”.

Ed è proprio principalmente attraverso l’occhio di un cronista “esterno” di eccezione che si è ritenuto interessante ripercorrere le tappe più importanti di quella battaglia: l’occhio dello scrittore e giornalista Paolo Monelli. Da una tribuna prestigiosa come la terza pagina del “Corriere della Sera”, allora diretto da Giovanni Spadolini, Monelli seguirà tutta la vicenda della legge, dal suo primo affacciarsi sulla scena ancora sotto forma di confuse proposte (fine 1968) fino alla sua definitiva approvazione e alla sua conferma da parte della Corte Costituzionale (inizio 1973).
Sono state necessarie poche integrazioni e pochi essenziali documenti per dare alla “storia” una sua completezza, che si è poi opportunamente ritenuto di arricchire con un’ampia documentazione fotografica, naturalmente tutta dell’epoca cui si riferiscono i fatti narrati.
Nessun articolo di Monelli, questo val la pena di sottolinearlo, è casuale: ogni suo intervento era impostato in stretto collegamento col fronte dei difensori dei Colli e rispondeva a precise necessità. Quasi sempre si trattava di far superare alla legge qualche ostacolo frapposto sul suo cammino. Chi poneva questi ostacoli, fosse un ministro, un parlamentare, un giudice, o altri, era certo contestato sul piano locale, ma inevitabilmente, se insisteva, finiva sulla terza pagina del Corriere (si vedano i casi dei ministri Misasi e Ferrari Aggradi, del Presidente del Senato Fanfani, ecc.).
Non c’è niente dunque di accademico fine a se stesso, di improvvisato, di “sprecato” negli articoli di Monelli; si può ben intuire anche solo da questo quanto importanti siano stati nel rendere possibile il successo della battaglia per la legge.
Ma gli articoli di Monelli rappresentano anche un omaggio ai Colli, un ambiente che lo scrittore conosce bene, sia per la loro importanza storico-artistica passata e attuale, che per l’interesse naturalistico che li fa “un territorio senz’altri esempi in Italia e forse nel mondo per il suo aspetto vago e pittoresco e per la sua originalità geologica”. E c’è quindi da parte sua sincera partecipazione alla battaglia per salvare, come lui lo chiama, “questo paradiso che muore di lebbra”. Certe sue descrizioni sono come pennellate che fissano con grande incisività angoli e suggestioni di questo ambiente. E alle descrizioni si succedono assai frequenti i richiami storico-letterari, non per sfoggio di erudizione, ma per ricordare ai politici che “i Colli Euganei non sono una bellezza provinciale; distruggerli, come si minaccia di fare, sarebbe come abbattere il Partenone o ridurre in briciole il Colosseo”. O, ancora, per chiarire come “non si tratta soltanto di salvare il pittoresco, ma che è dovere dello Stato di conservare una testimonianza così rara di storia, di cultura, di armonia fra la natura e l’arte”.

Cava Vallarega sul monte Solone (Teolo).

Cava Vallarega sul monte Solone (Teolo).

Ci pare quindi che questi articoli costituiscano nel loro insieme un documento significativo allo stesso tempo sotto il profilo culturale e sotto quello dell’impegno civile: un esempio di “schieramento” cui non sarebbe male si ispirassero tanti illustri rappresentanti del nostro mondo culturale-giornalistico.
Non si avranno certo difficoltà, è appena il caso di rilevarlo, a perdonare allo scrittore alcune inesattezze tecniche, rare del resto, inevitabili per un non addetto ai lavori.
Paolo Monelli, va ben messo in evidenza, non è stato comunque l’unico giornalista di prestigio a seguire le vicende dei Colli, anche se indubbiamente è stato quello che l’ha fatto con maggiore ampiezza e continuità. La terza pagina de “La Stampa” ha ospitato gli appassionati interventi di Gigi Ghirotti, il giornalista che molti ricorderanno anche per un’altra “cronaca”: quella della sua lotta con la inesorabile malattia che l’ha colpito pochi anni dopo la battaglia per la salvezza dei Colli (anzi è stata proprio questa malattia a limitare la sua partecipazione agli ultimi avvenimenti prima dell’approvazione della legge). E anche quella di Ghirotti non è stata una partecipazione freddamente professionale: anch’egli si sente emotivamente coinvolto dagli avvenimenti. Sarà anzi proprio lui, come si vedrà, a prospettare ai difensori dei Colli la strategia che si rivelerà quella vincente.
Per ricordare ancora qualche nome, sulle colonne di “Paese Sera” ha scritto Felice Chilanti, su quelle de “l’Espresso” Bruno Zevi, e così via per tanti altri.

Ma la riproposizione dei fatti che hanno portato alla legge speciale ha anche altre motivazioni, oltre a quelle di ricordare un avvenimento importante sul piano politico-culturale, e le abbiamo anticipate prima: questi avvenimenti possono fornirci ancora oggi alcuni preziosi insegnamenti.
La battaglia per salvare i Colli non è certo terminata, anche se volessimo far riferimento solo all’attività estrattiva. Non c’è dubbio che la distruzione più feroce è stata arginata: forse in nessun’altra parte d’Italia c’è mai stato un così drastico ridimensionamento di una attività distruttiva dell’ambiente. Ma la legge ha lasciato aperti dei varchi, ha consentito la prosecuzione dell’attività di cava in due particolari settori: quello della produzione di materiale per i cementifici e quello di estrazione della trachite “da taglio”, cioè da lavoro.
Si sarebbe dovuto trattare, in ogni caso, di una prosecuzione limitata e rigidamente controllata. Alla base di questa impostazione della legge c’era fondamentalmente un doveroso atteggiamento di “fiducia” nei confronti di chi riceveva la legge in eredità per gestirla e applicarla: la Regione innanzitutto, ma anche le amministrazioni locali, sempre protagoniste, in positivo e in negativo, di quel che avviene nel loro territorio.
Fiducia malriposta, purtroppo. Attenti, ammoniva già del resto Monelli nel suo articolo del 18 febbraio ’71, che c’è il pericolo di “offrire la possibilità agli imbroglioni e agli speculatori di aggirare la legge!”.
Infatti i varchi lasciati aperti, nonché ristretti, sono stati invece progressivamente allargati. Basti dire che i Colli, questo “acrocoro in miniatura”, sono diventati addirittura la capitale mondiale della produzione di cemento, grazie anche ai potenziamenti delle cementerie consentiti dopo la legge. E che dalle cave di trachite da taglio è andata sempre più crescendo la quantità di materiale vile, cioè non lavorato, estratta e venduta.
Anche ora che si parla di “parco” dei Colli Euganei, le prospettive di contenimento dell’attività delle cave non sembrano rientrare tra gli obiettivi della Regione. Intere colline sembrano destinate a scomparire: monte Fiorin (invero già raso al suolo), monte Merlo, monte Rovarola, monte Oliveto…

Il monte Rovarola, a Zovon di Vo' Euganeo.

Il monte Rovarola, a Zovon di Vo’ Euganeo.

In questa situazione la legge Romanato può tornare a essere l’ancora di salvezza per i Colli: non potendo più fare affidamento sulla sensibilità della Regione, alla Regione stessa deve essere imposto di adeguarsi rigorosamente alle prescrizioni della legge. Che stando alla sentenza della Corte Costituzionale successiva alla approvazione della legge, sono inequivocabilmente queste (si vedano, alla fine del quaderno, legge e sentenza): tutte le cave dei Colli dovevano cessare l’attività entro cinque anni dall’entrata in vigore della legge stessa. Invece di anni ne sono passati, da quella data, più di quindici e queste cave continuano ad avanzare.
Ma già si sentono le obiezioni a questa richiesta di applicazione rigorosa della legge. Già si hanno come sotto gli occhi i contorsionismi dei politici chiamati a decidere: i Colli?, si, preziosi, ma… e il cemento, e le strade e la “questione occupazionale”?…

Tutte cose importanti, chi può negarlo?
Che hanno però un peso ben diverso da quello che vorrebbe loro attribuire chi in realtà vede solo cemento e strade e della questione occupazionale fa un mito fine a se stesso, se non un pretesto, dietro al quale nascondere la propria insensibilità per i problemi dell’ambiente.
Si può almeno smetterla, controbattiamo noi, di puntare a cementizzare quel che resta del nostro territorio, riducendo così di molto, tra l’altro, le necessità di estrarre sempre nuovo materiale? Si può inoltre imboccare la strada “moderna” del riciclaggio di tanti tipi di materiali alternativi, provenienti da altre lavorazioni industriali, invece che continuare a spianare colline? Si deve proprio sempre enfatizzare la questione occupazionale quando c’è di mezzo la difesa dell’ambiente?

Torreglia, via Volti.

Via Volti a Torreglia.

Proprio qui, a proposito di queste preoccupazioni, la recente storia della legge 1097 può darci una incontestabile lezione che vogliamo proporre in tutta la sua valenza.
Come non meditare sul fatto che fino all’ultimo la si sarebbe voluta fermare proprio per impedire presunti drammi e tracolli dell’occupazione e dell’economia? Si guardino queste due lettere, scelte tra le altre per il loro significato emblematico: tutti i parlamentari democristiani di Padova (pur firmatari della legge!) così come unitariamente le tre organizzazioni sindacali, nel momento più critico dell’iter della legge, quello decisivo, diffidano apertamente l’on. Romanato dal mandare avanti la legge stessa. Bisogna, sostengono, far precedere l’approvazione da provvedimenti per il lavoro e l’occupazione.
E se l’on. Romanato avesse ceduto a queste pressioni, come pur sarebbe stato più comodo in quei momenti? (E non lo diciamo a caso che sarebbe stato più comodo: si ricordi la fine elettorale cui lo si è subito “condannato” nel 1972!) Se fosse prevalsa, prioritaria e fine a se stessa, la questione occupazionale? Chi avrebbe mai più riproposto la legge? Come sarebbero ridotti oggi i Colli, con tanti altri milioni di metri cubi di polpa sbranata? Si sono o no risolti i problemi che si sarebbero voluti drammatici e insolubili? (Anche se è vero, a ben vedere questo aspetto, che si sarebbe potuto far meglio e più seriamente: anche questa è una lezione di cui tener debito conto.)

Cava Spinazzola a Rovolon.

Cava Spinazzola a Rovolon.

Possiamo o no anche noi, in definitiva, come quel turista straniero citato da Monelli nel suo articolo del febbraio ’71, affermare adesso che “senza quella legge tante cave sarebbero esaurite e la regione guasta per sempre”? Con grande vantaggio per chi? (Il turista si riferiva, citandola ad esempio per i nostri Colli, ad una legge che aveva da tempo salvato dalla distruzione i suoi Siebengebirge.)
Eccoli dunque, tutti insieme, alcuni seri e attuali motivi di riflessione.
Sui limiti della “centralità”, spesso pretestuosa, della questione occupazionale sollevata in contrapposizione alle esigenze di difesa dell’ambiente.
Così come sulla inattendibilità di tante posizioni dei politici, basate più sul protagonismo e l’esibizionismo che non sulla effettiva convinzione della serietà dei problemi affrontati, posizioni che poi portano inevitabilmente al “tradimento” nei momenti decisivi.
E ancora: sulla redditività, se così possiamo dire (per la collettività, intendiamo, non sempre a titolo personale), degli atteggiamenti coraggiosi e coerenti. È solo, lo ribadiamo, grazie a un atteggiamento di questo tipo, protagonista l’on. Romanato, che i Colli sono stati sottratti alla sicura distruzione.
E altrettanto decisivo può rivelarsi il ruolo dell’opinione pubblica, sia per neutralizzare gli atteggiamenti arrendevoli e ambigui, come per valorizzare e favorire quelli più coraggiosi. Un’opinione pubblica che per essere incisiva deve sapersi organizzare ed esprimere, in modo coordinato, attraverso tutte le sue componenti: i movimenti spontanei di base, le associazioni protezionistiche più rappresentative, la stampa, naturalmente, così come i più sensibili rappresentanti del mondo della cultura…
Non vogliamo infine dimenticare un’ultima “lezione”. La battaglia sostenuta per imporre la legge 1097 ha portato in realtà a un duplice beneficio. Quello, evidente e già di per sé straordinario, di un drastico ridimensionamento delle attività di cava, ma anche a un altro, meno sottolineato di solito, ma conseguente al clima di grande mobilitazione e di generale attenzione creatosi attorno ai problemi dei Colli. Non è certo per caso infatti che dopo la legge vengano bloccati anche tanti di quei micidiali progetti di selvaggia urbanizzazione che, se attuati, avrebbero ricoperto i Colli, specialmente le parti più belle e pregevoli, di asfalto e cemento. Del resto la maggior parte dei provvidenziali vincoli paesaggistici verrà stesa sul territorio euganeo proprio nel corso della battaglia contro le cave e la presente pubblicazione lo metterà opportunamente in rilievo.

Monte Cimisella a Galzignano Terme.

Monte Cimisella a Galzignano Terme.

Anche oggi, sullo slancio di una mobilitazione per sottrarre i Colli al pericolo di una compromissione irreversibile ancora ad opera delle cave, bisogna saper approfittarne per raggiungere obiettivi più consistenti e avanzati. Obiettivi che potrebbero riassumersi in uno solo: l’istituzione del tanto atteso e discusso “parco” dei Colli Euganei, parco che per noi, in estrema sintesi, significa non cancellazione e appiattimento, ma esaltazione e rispettosa valorizzazione di quegli irripetibili valori con cui uomo e natura hanno arricchito questo nostro ambiente di vita. (1)

(1) Il Parco Regionale dei Colli Euganei sarà istituito con la L. R. 10 ottobre 1989, n. 38. [NdR]

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