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Il mulino euganeo attraverso i secoli

Il mulino euganeo attraverso i secoli: proprietà e diritti, affitti e mercato, manutenzioni e riparazioni. L’architettura del mulino a coppedello e la vita quotidiana che vi si svolgeva. Storia di diversi mulini. Viene qui pubblicata buona parte del terzo capitolo del libro di Claudio Grandis I mulini ad acqua dei Colli Euganei.

I precedenti capitoli: Premessa e Cap. ICap. II

OGNUNO TIRA ACQUA
AL SUO MULINO

Il mulino euganeo attraverso i secoli

Planimetrie degli impianti euganei,ricavate da mappe catastali del 1835.

Planimetrie degli impianti euganei, ricavate dalle mappe catastali del 1835.

Disegno di Claudio Grandis.

Il mulino ad acqua fa la sua comparsa nelle carte padovane fin dal IX secolo d.C. È difficile stabilire se la documentata presenza sia stata preceduta da secoli di attiva produzione nei fiumi di pianura o nei calti di collina. Un dato certo che può comunque confortarci sulla presenza di ruote idrauliche nell’area collinare proviene dall’individuazione, nell’area archeologica di Montegrotto Terme, di una profonda fossa nella quale alloggiava una noria, cioè una ruota idraulica molto simile alle ruote a coppedello, ma dal funzionamento esattamente opposto. La noria, infatti, serve per trasportare nelle cassette l’acqua raccolta dal basso al fine di riversarla in un condotto o in una vasca situate su di un piano più elevato 1. La fossa di Montegrotto presenta ancora in sito le bronzine sorreggenti l’albero della noria: la loro forma, la dimensione e il materiale con cui sono costruite sono analoghe e praticamente identiche a quelle di tanti mulini padovani, riemerse dal fondale del Bacchiglione, e alle tagiole presenti ovunque nei mulini a coppedello.

Con buona pace di archeologi e storici dell’Alto Medioevo, alla realtà molitoria ci riportano anche alcune preziose scoperte avvenute nelle acque interne del padovano. Dopo decenni di indagini e discussioni ormai è unanimemente accettato che le numerose imbarcazioni monossili recuperate nel Bacchiglione e nel Brenta altro non sono che rudimentali arche e sandoni di mulini galleggianti, cioè i natanti che anticamente sorreggevano i palmenti. A dar credito alle analisi incrociate di carbonio 14 e dendrocronologia, gli ultimi scafi datati sul finire dell’VIII secolo, recuperati a Selvazzano nel 1972, giusto dove per lunghissimo tempo hanno macinato due produttivi palmenti, riportano l’orologio della storia molinara padovana indietro di oltre un secolo rispetto alle testimonianze scritte degli archivi. Quanti fossero in quel tempo i mulini mai lo sapremo, che comunque esistessero sfruttando la spinta energetica del Bacchiglione è invece un dato ormai assodato e incontrovertibile.

Lasciando per il momento l’archeologia e tornando alle pergamene va rilevato che l’attestazione del mulino idraulico padovano appare più consistente per i luoghi periferici della Provincia che per le acque interne di Padova. È pur vero che la documentazione lacunosa e il naufragio di tanti archivi celano la vera origine dei palmenti padovani, seppur non è azzardato sostenere che al momento della loro registrazione in diplomi, concessioni imperiali e negozi privati, essi dovevano apparire ben presenti e operanti agli occhi di contraenti e notai roganti 2.

Nelle campagne il mulino è documentato a Corte di Piove di Sacco nell’897, verosimilmente azionato dalle acque del Fiumicello; a Bagnoli nel gennaio 954 alimentato forse dalla Fossa Monselesana, a Cinto Euganeo nel 969 movimentato dalle acque del Bisatto e a Tribano nel luglio 970 3. Per ritrovare a Padova ruote idrauliche dobbiamo attendere l’alba del secondo millennio, se accettiamo il parere dei paleografi nei riguardi di un mannello di documenti del IX secolo riferiti a Santa Giustina, giudicati spuri, cioè manipolati nel contenuto e quindi non affidabili 4.

Sarà stata la gelosa conservazione dei documenti pergamenacei, sarà stata la longevità di motivate comunità religiose, sarà stata la negligenza dei nobili clan familiari dissolti dal tempo, resta il fatto che le carte attestanti la primitiva presenza delle ruote idrauliche nel padovano si riferiscono quasi unicamente a patrimoni ecclesiastici consolidati nel tempo dallo scorrere dei secoli. Non è certo un caso riscontrare che la formale concessione di poste molitorie a soggetti subalterni della piramide sociale del tempo provenga per gli anni più lontani da regnanti e vescovi cittadini. Il Comune di Padova, inteso come soggetto politico, riuscirà solo nella seconda metà del XII secolo ad acquisire il controllo demaniale delle acque, così che il mulino, al pari di altri opifici mossi dalle ruote idrauliche, calamiterà su di sé attenzioni sempre più oculate tanto da spingere la nuova istituzione cittadina a farsi carico della costruzione di nuovi impianti, a Torricelle e lungo il canale Battaglia tra il 1201 e il 1204 5.

Padova, via Gualchiere. Bassorilievo raffigurante il mugnaio.

Padova, via Gualchiere. Il mugnaio dal bianco vestito raffigurato nel bassorilievo posto all’imbocco dei mulini delle Torricelle nel 1371.

Foto: Claudio Grandis.

Le frammentarie notizie che accompagnano l’esistenza dei palmenti fino a tutto il Duecento, attestano comunque la contemporanea presenza di più tipologie nella complessa maglia idrografica della nostra provincia. Dai galleggianti del Bacchiglione, del Brenta e del Bisatto ai terragni del Battaglia non vi è dubbio che la padronanza tecnologica già nei primi secoli del secondo millennio era avanzata e concreta. Non è pensabile proporre per quel tempo modelli o soluzioni precarie, artefatte o improvvisate se è vera la morale di un vecchio adagio veronese che recita:

Seren de note,
on molin fato de strope,
e na vecia che se inamora
i è tre robe che no dura n’ora 6.

Per esistere, funzionare, macinare, il mulino doveva necessariamente risultare il costruito di abili maestranze in grado di domare pietra e legno, ferro e acqua. Non solo. Anche la permanenza in precisi luoghi ne è divenuta col tempo traccia inconfutabile. Si pensi ai tanti ponti stradali che scavalcano i corsi d’acqua e alle ampie gore che s’aprono a valle di essi: non sono state le strettoie delle pile sorreggenti le passerelle a generarle, bensì l’incanalamento nelle bove e la corrente obbligata sulle ruote. A differenza di quanto comunemente si crede, spesso sono stati i mulini a favorire la costruzione di attraversamenti pedonali, divenuti in tempi recenti ponti stradali. Il fiume Bacchiglione ne è un caso esemplare se si considera che, eccezion fatta per il ponte di Tencarola, sull’antica strada Montanara stesa tra Padova e Teolo, tutti gli altri attraversamenti da Selvazzano a Cervarese, passando per Creola, Trambacche e S.Martino (oggi scomparso) sono stati per secoli e secoli gli accessi ai palmenti galleggianti sulle acque sottostanti. Il fiume anticamente lo si attraversava nei guadi – il Vo’ di tanti toponimi – o con traghetto (i passi) di barca.

È pur vero che l’omissione nella documentazione diplomatica più antica di precise puntualizzazioni sulla presenza di mulini potrebbe essere giustificata dalla genericità delle descrizioni riservate a vasti patrimoni, spesso articolati in più componenti (terreni, case, stabili, contadini, animali, ecc.), come del resto è ampiamente dimostrato anche per altre regioni contigue al padovano per i secoli VIII e IX 7. È pur possibile inoltre che in forza della sua diffusione e dell’importanza raggiunta il mulino abbia iniziato a rivestire adeguato rilievo negli atti notarili solo più tardi, come appare ad esempio nella documentazione del X secolo più sopra elencata. Va da sé che le attestazioni sin qui reperite ci presentano per l’area collinare un impianto a Torreglia, acquistato nel 1123 dai monaci di Santa Maria di Praglia 8. Che si tratti del medesimo opificio di Valderio attestato successivamente e perdurato fino al primo dopoguerra del XX secolo, è dura comunque da dimostrare.

Lasciamo per il momento le considerazioni sulle presenze più antiche, in attesa di ulteriori dati archeologici capaci di dissolvere la fitta nebbia che avvolge ancor oggi le vicende altomedioevali del padovano. Soffermiamoci invece su alcuni dei tanti episodi documentati della vita, dell’organizzazione, della costruzione e riparazione dei mulini nostrani. I dati a disposizione del resto ci permettono di conoscere quanto ricca e variegata sia stata nel lontano passato la storia dei palmenti, in ragione soprattutto della loro valenza economica e produttiva.

È stato scritto che il mulino entrò ben presto a far parte delle dotazioni immobiliari dei più antichi monasteri disseminati nella città e nel territorio, in quanto espressamente consigliato dal capitolo 66 della Regola di San Benedetto da Norcia (480-547), che testualmente recita: Monasterium autem, si possit fieri, ita debet constitui ut omnia necessaria, id est acqua, molendinum, hortum vel artes diversas intra monasterium exerceantur, ut non sit necessitas monachis vagandi foris, quia omnino non expedit animabus eorum (Il monastero poi, deve essere costruito, se è possibile, in modo che ci sia tutto il necessario, cioè l’acqua, il mulino, l’orto e dentro il monastero si esercitino i diversi mestieri, perchè i monaci non siano costretti ad andar girando fuori, il che non giova assolutamente alle loro anime) 9. Una norma che riecheggia letteralmente nella domanda del 12 maggio 1220 presentata dal priore della comunità di Santa Maria in Vanzo al Comune di Padova. Per ottenere la concessione d’acqua Gioacchino ricorda espressamente che la confabulatio e il convictus dei laici sono il tarlo che rode e rovina la vita religiosa del monaco, cioè di chi per servire Dio si è segregato al mondo 10.

Pur diffusi capillarmente nel territorio, i corsi d’acqua non consentirono a tutti i cenobi padovani l’installazione di un mulino all’interno delle mura. I pochi fortunati ebbero inoltre vita breve e molti furono prima o poi costretti a ricorrere, attraverso donazioni, acquisti o permute, ad impianti esterni, spesso lontani parecchi chilometri dal recinto monastico. Rapidamente i mulini divennero un bene prezioso, utili non solo a soddisfare i bisogni quotidiani, quali la produzione di farina per minestre, polente e panificazione, ma anche in grado di riempire di denaro sonante le sempre vuote casse, o di raccogliere preziosi prodotti agricoli da custodire in capaci granai. La distanza geografica tra impianti e abbazie, unita al divieto di una gestione diretta da parte dei monaci, impose il ricorso prima al livello, e in seguito al più breve contratto d’affitto, con maestranze laiche professionalmente capaci di far fruttare l’opificio. Il contratto di livello della durata di ventinove anni, rinnovabili, largamente impiegato nelle affittanze dei terreni: non costituì la forma di affitto – se ci si passa l’espressione giuridica – dei mulini. È certo anzi che in una fase successiva, databile dalla fine del XIII secolo, ampiamente diffuso fu il contratto triennale o, più raramente, quinquennale. Praglia, ad esempio, già nel 1294 concedeva per la durata triennale la postam seu mulinare … cum duabus molendinis que est in Tencarola in flumine Bacayonis subtus pontem dicte ville, cum molis et alius sui necesar a Giovanni detto Pizzamiglio, per il canone di 60 moggia (circa 240 Kg) di buona e pulita biava di formento e miglio, da pagarsi in quattro rate, più due bonos capretas e un castrone, una coscia di manzo e mezza lira di zatron (pepe). Ai conduttore l’abate consentiva l’uso della canipa (caneva, magazzino) dei molini e gli prometteva inoltre di concedergli annualmente, e a scelta, un campo di bosco della vicina Selva Maggiore per ricavare il legname necessario alle riparazioni dell’impianto 11. Il 14 luglio di nove anni dopo il medesimo abate concedeva lo stesso opificio per un altro triennio al canone annuo di 68 moggia (circa 270 Kg) 12; il 18 maggio 1310 l’impianto veniva nuovamente affittato per ulteriori tre anni a Bongnetto mercante, a sconto di un prestito di 888 lire di piccoli che questi aveva concesso all’abbazia 13. E un altro esempio può ricordarsi a proposito di Ricolda, badessa del monastero di Santo Stefano di Padova, che concesse per cinque anni a ser Paolo mugnaio la postam molendini positum Padue in campo Pontis Molendinorum, in secunda piarda, riconosciuto dalle parti contraenti del valore di 85 lire di piccoli. Anche qui il canone è esclusivamente in natura: venti moggia annue di frumento (circa 80 Kg) buono, secco e crivellato, cioè pulito col setaccio, una coscia di manzo del peso di 37 libbre, una libbra di pepe intero, un’altra di candele di cera, un paio di capponi, un castrone e infine una lonza (taglio di carne macellata) di porco 14. Naturalmente obbligo sottinteso e concordato rimaneva per tutti i conduttori la macinazione gratuita di una quantità prestabilita di cereali portata al mulino dagli agenti del monastero.

I monasteri, in particolare, appaiono non solo “investitori” ma anche investiti. Laddove le possibilità economiche, o forse le condizioni di mercato, non ne consentono l’acquisto i benedettini provvedono a richiedere all’autorità cittadina la concessione d’uso. Così ad esempio accadde per le monache di Sant’Agata e Cecilia che nel 1232 rilevano la quota di un quarto, per ampliarla notevolmente nei secoli successivi, dei mulini di Battaglia da poco edificati 15; o per i monaci di San Benedetto di Padova che nel 1220 acquistano una prima porzione delle quattro ruote, e nel 1298 la rimanente, di quelli di Mezzavia 16. A Monselice il nuovo impianto di Bagnarolo nel 1233 viene concesso dal locale Comune ai monaci dell’Ospedale di San Giacomo per essere più tardi da questi subaffittato 17.

L’attenzione delle neonate fondazioni monastiche verso gli impianti che rapidamente sorsero lungo canali di recente escavo/ come appunto il Battaglia, o nei poli industriali individuati dal Comune cittadino, si affianca agli accesi scontri in atto per la rivendicazione di dibattute poste molitorie. È il caso del monastero di Sant’Agata e Cecilia di Padova che si confronta con il comune rurale di Cervarese Santa Croce per i mulini sul Bacchiglione e che sembra accettare la pace (transazione del 30 maggio 1260) solo di fronte alla garanzia di mantenere il possesso di almeno una delle due ruote 18. E sul medesimo teatro giurisdizionale erano già saliti nel 1238 il comune rurale di Tencarola e i monaci di Praglia per il mulino sul Bacchiglione: nell’occasione fu la sentenza di Rinaldo, giudice di Padova, a riconoscere all’abate il diritto sui palmenti e a imporre la rimozione del divieto posto dagli uomini del piccolo borgo rivierasco 19.

La fame di mulini che si coglie dalla lettura delle vicende di tanti cenobi non trova dunque piena giustificazione nel solo soddisfacimento del quotidiano bisogno alimentare. La ruota della farina sembra piuttosto suscitare golosi appetiti, stimolati dalla ricerca di agiatezza economica e sicurezza finanziaria immediate, condizione che le terre coltivate, soggette a tante vicissitudini, agli umori delle genti armate, alle calamità atmosferiche e alle avversità del tempo non sembrano in grado di assicurare. La ruota della farina appare più una ruota della fortuna dove a piene mani è possibile attingere, salvo guerre e carestie diffuse. Una diversa spiegazione non giustificherebbe l’attenzione, l’interesse, la manifesta severità che traspare nella secolare storia di tanti cenobi. E che si trattasse di un prezioso bene lo si coglie ad esempio anche dalla cura con cui fino alla sua confisca (1806) il monastero di Praglia registrò su preziosi cartolari in pergamena, riservati agli atti notarili più importanti (acquisti, permute, transazioni, ecc.), solo e unicamente i contratti triennali definiti con i mugnai di Tencarola, affidando invece al più comune supporto cartaceo le centinaia e centinaia di obbligazioni stipulate con la sterminata pletora di fittavoli insediata sui terreni dell’abbazia 20.

I secoli XII e XIII registrano inoltre un attivismo unico nella storia secolare di tante comunità religiose: non altrettanto brillanti appaiono le successive vicende. Alterne fortune si succedono a crisi profonde di natura più religiosa che economica, in grado tuttavia di minare alla base le fondamenta di patrimoni tanto tenacemente costituiti. Ma su questi aspetti indugeremo nelle prossime pagine, riservate ai singoli impianti.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano: alle origini del mulino euganeo

L’oggettiva difficoltà di conservare per lungo tempo i prodotti agricoli raccolti nelle vallate, nei pianori e nei pendii collinari è stata per secoli e secoli foriera di quotidiane preoccupazioni per quasi tutta la popolazione, non solo dell’area euganea. Il mulino ad acqua se da un lato ha sollevato la fatica quotidiana del macinare, dall’altro non ha saputo di certo sostituirsi alla scarsa produttività dei terreni, non di rado colpiti da avversità atmosferiche, da scontri bellici, da carestie frequenti. La storia del Padovano, così come quella di tante altre province contermini, vista dal basso è una storia di quotidiana sopravvivenza, di duro confronto con la natura di terreni continuamente lavorati, plasmati e modellati dalla mano del contadino; è una vicenda millenaria che pone le proprie ragioni d’operare nella sincera speranza di ottenere frutti lungo un arco temporale il più ampio possibile, sì da alleviare la fame quotidiana, almeno per due terzi dell’anno solare.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano è diventata in questi anni vuota invocazione, priva ormai del significato più profondo della preghiera a Dio creatore. Ma fino a pochi decenni or sono per buona parte della popolazione cattolica, padovana e non, essa ha incarnato la quotidiana attesa, la quotidiana speranza di alleviare il bisogno più elementare: una condizione che il recente benessere economico ha spazzato via, per gettarla, assieme al pane avanzato, nel cestino dei rifiuti.

Il mulino ad acqua, nel far la sua comparsa nei Colli Euganei di sicuro non cancellò del tutto la fatica manuale. Le tante macine di piccola dimensione reperite un po’ ovunque nell’area testimoniano una contemporanea presenza di strumenti rudimentali, idonei alla macinazione di poche manciate di grano, e di grandi ruote a coppedello ingranate alle mole dall’alto rendimento. Lasciando da parte le valutazioni sul considerevole numero di macine manuali – che nel 1992 assommavano ad una quarantina, tra le oltre cento diligentemente schedate dall’amica Maddalena Donner per tutto il Veneto 21 -, qui è solo il caso di ricordare che esse figurano ancora negli inventari del secolo XVIII tra gli attrezzi della cucina, come appare ad esempio nell’elenco dei mobili appartenuti alla nobildonna Isabella Molin, vedova di Todaro Correr, proprietaria di Ca’ Barbaro a Montebuso (odierno comune di Baone) il 17 ottobre 1754: “In cusina a basso … tavola grande in mezzo, di nogara vecchia, con sopra molino di pietra” 22.

Dignano d'lstria, 1929. Due donne alle prese con un mortaio e una macina manuale.

Dignano d’lstria, 1929. Due donne alle prese con un mortaio e una macina manuale. L’immagine proviene dall’lstria ma riproduce con fedeltà quanto accadeva anche nei Colli Euganei, dove la macinazione manuale è rimasta in uso fino a mezzo secolo fa.

Immagine tratta dall’album di 17 fotografie così descritto: La Sezione Consiglio Nazionale Donne italiane vuole che nelle vestigia del secolare costume italico S.E. Leone Magno Prefetto ricordi Dignano d’Istria … 5.5.1929, che la Libreria del Castello di Largo San Martino, 2 di SOLOPACA (BN) gentilmente mi ha consentito di pubblicare.

L’uso delle macine manuali, formate da due pietre cilindriche, somiglianti a quelle del mulino idraulico ma dal diametro compreso tra 40 e 70 cm., riaffiorava tutte le volte che s’azzeravano le risorse idriche dei gorghi, s’aggravavano le condizioni economiche delle famiglie, s’impedivano gli accessi dalle abitazioni al mulino, s’infittivano i controlli daziari, s’imponevano pesanti gravezze sul macinato. La memoria degli anziani, inerti spettatori dell’ultima guerra mondiale (1940-45), e il ricordo letterario di episodi vissuti, come quello narrato nei Racconti di Valnogaredo, restano a ricordarcelo. La pietra circolare superiore aveva un perno, a mo’ di manovella, sul bordo esterno, per farla girare, ed una cavità centrale in cui si faceva cadere un po’ di grano per volta. Tutt’attorno usciva farina bianca ch’era una festa vederla. Ma ne usciva ben poca per volta e per macinare una ventina di chili – dalle nove di sera – s’arrivò a mezzanotte o giù di lì. Adriano Rota così descrive l’operazione furtiva che tra l’inverno 1942 e quello successivo del 1943 animava le sere nella monumentale villa di Valnogaredo. Le macine funzionavano grazie alla forza di due baldi giovani, ma quando il deposito abusivo che riforniva la famiglia venne scoperto dai carabinieri, queste cessarono di girare, riproponendo nuovamente l’assillo sia del rifornimento di cereale sia della macinazione 23.

Valnogaredo, marzo 1999. Il gorgo Ambrosi.

Valnogaredo, marzo 1999. Il gorgo Ambrosi, ultimo e unico invaso rimasto nell’area euganea, oasi di flora e fauna dal fascino fiabesco, angolo incantato di un mondo scomparso, popolato dalla fantasia della memoria di fate e streghe, miti e riti di un mondo sepolto.

Foto: Claudio Grandis.

Mulini rudimentali, dalle modeste capacità commisurate ai bisogni di piccole comunità, li troviamo inoltre dentro o nei pressi dei monasteri collinari. Un paio di esempi lo testimoniano, a conferma della volontà di osservare il su ricordato capitolo 66 della Regola di San Benedetto da Norcia, così da raggiungere la massima autarchia all’interno del convento, ed evitare ai monaci inutili perdite di tempo, condite dalle chiacchere, veri nocumenti alla vita consacrata. Il primo ci porta a Praglia, dentro le nuove mura erette tra la fine del Quattrocento e i primi decenni del secolo seguente. Fallito il tentativo di costruire sul Rialto un nuovo impianto per il monastero, l’abate Celso Guglielmi da Venezia tra il 1574 e il 1581 con una spesa di 1074 lire fece ristaurare il molino del monastero di già esistente per i bisogni di esso. Da ciò appare – scrive l’archivista pragliese don Benedetto Fiandrini (1755-1827) – che in quei tempi eravi un molino in casa, trovandosi anche memoria, che sotto il governo dell’abate Flavio Bonfio da Padova l’anno 1650, 3 marzo, fu rimesso, col consenso dei decani radunati a tal effetto, il molino esistente sotto le camere abaziali, sostituendovi in quel luogo una stalla da bestie, cambio in vero poco dissimile dal primo per gli odori, e per li strepiti 24. Per quanto infelice, la scelta dei monaci fu dettata da oggettive necessità logistiche, poiché il sito prescelto, a sud del chiostro botanico, coniugava da un lato i bisogni della cucina, posta proprio sull’ala meridionale dell’intero complesso, e dall’altro il percorso obbligato della condotta scendente dal colle delle Are, da sempre recapitante nelle cisterne del monastero le acque naturali della vicina sorgente.

Il secondo riguarda Abano Terme, o meglio il mulino di Montaonis (Montirone) detto anche della “Fontega calda”, da non confondersi con il piccolo impianto del Rio Caldo, documentato nel 1304. Agli inizi del secolo XV appare tra i beni e a breve distanza dal monastero di San Daniele in Monte, così che i monaci possono assicurarsi farina per pane e polenta senza dover ricorrere ai vicini palmenti di Torreglia e di Mezzavia, i meno lontani in linea d’aria. Se è vero che la titolarità sull’impianto è indice di un cospicuo potere economico riconosciuto alla giovane comunità religiosa, è pur vero che la sua vicinanza, a ridosso di un colle senza calti né rii come il San Daniele (fatta salva la sottostante fonte d’acqua solforosa) entro limiti ragionevoli dà corpo comunque al dettato benedettino 25.

Abano Terme, mulino. Tempera risalente alla fine del XVIII secolo.

Abano Terme, Monastero di San Daniele, 2000. L’amenità del paesaggio collinare fa da sfondo al mulino verso il quale si rivolgono l’asino, il suo conducente e lo sguardo della donna seduta sulla porta di una locanda, riconoscibile per la frasca sporgente dal porticato. All’autore della tempera, eseguita sul finire del XVIII secolo, colli e mulini dovevano essere familiari, visto che lo spunto per la composizione proviene dall’ex corte benedettina di S. Giustina (oggi cantine Bernardi) di via Castelletto a Torreglia, tuttora dominata dalla splendida colombara.

Immagine tratta da un dipinto a tempera (fine sec. XVIII) che si può ammirare in una stanza del monastero di San Daniele in Monte di Abano Terme: sono particolarmente grato alla comunità benedettina e alla rev. Madre badessa per avermene concesso la pubblicazione.

Nell’economia della presente illustrazione mi sembra opportuno a questo punto esaminare singolarmente le attestazioni più antiche che ci riportano alla presenza del mulino ad acqua nell’area dei Colli Euganei. L’illustrazione è limitata agli impianti e alla tipologia dei palmenti di cui è nota la documentazione, sì che scontata resta la parzialità del censimento.

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La distribuzione dei mulini ad acqua nell’area pedecollinare euganea.

Nelle pagine inziali ci si è soffermati sulla costruzione del canale Padova Monselice, avvenuta tra il 1189 e il 1201, e della singolare condizione idraulica creatasi nell’intersezione tra la nuova asta fluviale e i canali Biancolino, Rialto – Sotto Battaglia, Rivella e Bagnarolo. Con l’apertura di scarichi laterali sulla sponda orientale dell’alveo, vi fu sin dall’inizio la possibilità di sfruttare dei salti d’acqua di notevole altezza, suggellati dagli oltre sette metri dell’Arco di Mezzo a Battaglia. A ridosso di tali salti vennero piantati solidi mulini, tipologicamente molto diversi dai palmenti collinari utilizzanti ruote a coppedello. Una presenza lungo il canale Battaglia che per oltre sette secoli ha fortemente limitato il potenziamento degli impianti operanti sul versante orientale degli Euganei.

I palmenti dell’anello fluviale Battaglia-Bisatto

Osservando la carta degli opifici balza evidente lo squilibrio tra il pendio occidentale, popolato da quasi venti palmenti, e il versante orientale che annovera unicamente le ruote di Abano, Torreglia, Galzignano e Valsanzibio, quest’ultime peraltro attivate solo nel 1678. Anche se esulano da queste pagine le vicende delle otto ruote (due poste di quattro ruote ciascuna) di Mezzavia, delle dieci di Battaglia (Mulino dei Sei e dei Quattro), dell’impianto distrutto prima della guerra a Rivella, dell’opificio comunale di Bagnarolo alle porte di Monselice, e infine della quaterna di macine della Restara, ai Carmini di Este, ritengo tuttavia doveroso tratteggiarne per ciascuno un brevissimo profilo. Gli impianti terragni dell’asta navigabile Padova – Monselice sono stati di recente argomento di studio: storicamente costituiscono un aspetto rilevante per la storia sociale ed economica del quadrante sudorientale del padovano 26. Sin dal loro sorgere essi hanno attratto dal lontano Conselvano, dagli abitati di Albignasego, Maserà, Bovolenta, giù fino ai centri rurali prossimi all’Adige schiere di piccoli e grandi proprietari, contadini e fittavoli, senza contare lo stuolo innumerevole di produttori insediati lungo il canale stesso, da Padova ad Este.

L’attenzione che in queste pagine si riserva nasce dalla constatazione del loro influsso, del loro legame, della loro importanza anche per l’economia collinare. Come detto ritengo pertanto utile, anche se si tratta di riassumere vicende già note, illustrare a grandi linee il profilo storico di ciascuno dei cinque impianti suelencati, poiché se la loro origine è radicata nel secolo dell’espansione comunale di Padova, lo sviluppo occorso nei decenni seguenti attesta la rilevante importanza per l’economia dell’area pedecollinare.

Mezzavia

Il territorio dell’odierno comune di Due Carrare estendensosi fino alla riva sinistra del canale Battaglia include i resti dell’antico complesso molitorio di Mezzavia, un antico impianto attivo già nei primi decenni del XIII secolo e dismesso solo nell’immediato ultimo dopoguerra. Le ruote idrauliche azionate dal salto d’acqua che dal canale Battaglia si scarica nel Biancolino per mezzo di due archi in pietra, erano equamente distribuite nei quattro condotti, chiamati bovoni, che ancora si possono notare sotto il piano viabile dell’odierna strada statale 16 “Adriatica”. In realtà solo chi percorre via Saline, proveniente da Pontemanco ed è a conoscenza dell’antica funzione che queste opere idrauliche svolgevano, riesce ancora a comprendere la funzione degli antichi manufatti superstiti.

Mezzavia, 1670. Il mulino attivo oltre la sponda sinistra del canale Battaglia.

Mezzavia, 1670. Il mulino attivo oltre la sponda sinistra del canale Battaglia, all’inizio del fiume Biancolin, riconoscibile dalle ruote idrauliche, con l’ambiente circostante costituito dalla casa rurale porticata, dall’ampio brolo delimitato da una fossa d’acqua, dalle due “chiesure” e dalle strade per Monselice e Carrara; sul canale il rapido profilo di un’imbarcazione da carico, trainata da una cavallo guidato dal cavallante. (Archivio di Stato – Padova, Arch. Notarile, f. 2266, c. 409)

Proprietà del Comune di Padova, l’impianto risulta già attivo nel 1209. Nel 1220 il beato Giordano Forzatè, priore del monastero di San Benedetto di Padova, ne compra una porzione da Leopardo Leopardi. Già allora funzionavano due impianti distinti, dotati complessivamente di quattro ruote. Il 13 marzo 1262 il monastero, ricevendo da Giacomo Fallavoso il resto delle ruote, diventa proprietario di tutta la posta. Il 12 luglio 1298, a seguito della divisione tra la comunità maschile e quella femminile, le ruote verso Padova passano alle madri benedettine mentre quelle verso Battaglia finiscono ai padri dei due monasteri di San Benedetto.

L’alto rendimento dell’opificio sin dai primi secoli di attività indusse i titolari della concessione idraulica ad aggiungere altre quattro ruote all’impianto, equamente divise tra i due monasteri femminile e maschile, tanto che nel secolo XV Mezzavia poteva contare su otto palmenti per la macinazione dei cereali, qui portati dai tanti contadini fittavoli di ricchi latifondisti della zona: Priuli, Bragadin e Pasqualigo.

Solo con la fine della Repubblica Veneta (maggio 1797) e le successive adozioni delle leggi napoleoniche, le ruote vennero tolte ai monaci e vendute poco dopo a famiglie private. Le note di cronaca che si raccolgono spulciando i documenti degli archivi, ricordano che nel 1617 i mulini di Mezzavia furono gli unici a salvarsi da una tremenda alluvione che sommerse buona parte dei palmenti del territorio padovano; la gente affamata in quell’occasione li assalì tanto che “l’uno dall’altro strappavasi dalle mani tanta quanta era la farina che macinavano”, scrivono i cronisti dell’epoca. Oggi ad assalire le reliquie rimaste, dato che il fabbricato che ospitava macchinari e tramogge è stato totalmente abbattuto per allargare la strada statale, sono solo le automobili che corrono sopra gli antichi calloni 27.

Battaglia

Alimentate dal periglioso salto d’acqua dell’Arco di Mezzo, le due poste molitorie di Battaglia rispetto alla cascata furono sin dall’origine conosciute con l’appellativo di Mulino dei Quattro a meridione, verso Monselice, e Mulino dei Sei a nord, verso Padova. Documentate nel 1208, pochi anni dopo l’entrata in esercizio del canale navigabile Padova-Monselice, le ruote a meridione fanno la loro comparsa in occasione della cessione livellaria che il comune di Padova, verosimilmente propiziatore della loro installazione, fece al notaio Boceka; quelle settentrionali, invece, appaiono in attività nel 1210 e figurano nel patrimonio immobiliare dei Da Carrara. Anche in questa occasione è un contratto di livello, a favore di Pietro Pizoli, a documentarne l’esistenza.

Battaglia Terme, 1787. A sinistra del canale il Mulino dei Sei, a destra il Mulino dei Quattro.

Battaglia Terme, 1787. Planimetria dell’area occupata dal canale Battaglia e dai due fabbricati ospitanti i dieci palmenti idraulici: a sinistra il Mulino dei Sei, a destra il Mulino dei Quattro, così chiamati dal numero delle ruote azionate dal salto d’acqua. (Archivio di Stato – Venezia, Beni Inculti PD-Pol., rot. 337, mazzo 10A, dis. 4)

Tralasciando le vicende patrimoniali raccolte prima di me da altri studiosi, è comunque il caso di ricordare la presenza delle monache di S. Agata (nel Mulino dei Quattro) e soprattutto la conflittuale coabitazione con i barcaioli, risolta non si sa quando con la regolamentazione dell’uso delle acque: due giorni alla navigazione, cinque alla macinazione. Se il Mulino dei Quattro rimase fino all’alba del secolo XIX sotto il controllo di religiosi e di altre casate padovane, diversa sorte ebbe l’impianto con sei ruote. Caduta la signoria carrarese (novembre 1405) impossessatasi in precedenza del bene comunale, il governo veneziano pose all’asta l’opificio assegnandolo, unitamente ad altri immobili, ai fratelli Barbon e Bernardo Morosini e in società con Francesco Cornaro. Soppresso il monastero di S. Agata e Cecilia nel 1806, l’impianto venne ceduto a nuovi imprenditori che sul finire dell’Ottocento, e ancor più nei primi decenni del Novecento lo sopraelevarono e lo potenziarono sino a trasformarlo nel massiccio fabbricato, ora residenziale, che sovrasta l’abitato di Battaglia Terme. Rimase in attività, dopo aver sostituito le antiche ruote a pale con moderne turbine fino al 1965, quando macchinari, cilindri e buratti vennero rimossi e condotti altrove.

Il Mulino dei Sei, invece, chiuse i battenti all’alba del XX secolo, dopo esser passato dal consorzio di nobili veneziani ai fittavoli che l’avevano in gestione già nei primi decenni dell’Ottocento. L’alto rendimento degli impianti fu sovente messo a rischio dalle frequenti piene e dalle esondazioni del canale; analoga sorte subirono in questa temperie le altre attività, quali la cartiera, il battirame, la sega, i folloni da panni e le pile da riso che col passare dei secoli s’affiancarono ai palmenti da grano, profilando tuttavia un’esistenza ben più ridotta e ancor meno documentata di questi ultimi 28.

Rivella

All’incrocio che s’apre in corrispondenza del ponte mobile, sulle strade per Arquà Petrarca ad occidente e Pernumia ad oriente, per oltre sei secoli girarono le tre ruote idrauliche del mulino di Rivella. Il fabbricato, le condotte, i calloni, sono rimasti solo nella memoria cartacea custodita dagli archivi. Alcuni disegni, piccole mappe e colorati catasti sanno ancora restituire l’immagine di un centro molitorio oggi totalmente scomparso. Si tratta di un caso singolare, poiché quasi ovunque le tracce dei vecchi mulini affiorano ancora, sicchè indicarne il sito in questo caso non è impresa facile. Per l’esattezza il fabbricato sorgeva all’angolo sud-est formato dalla strada per Monselice con quella per Pernumia, a ridosso del corso d’acqua che fiancheggia la strada stessa. Dotato di altre ruote anche per folloni da panni, già nel 1261 appare tra i beni del monastero padovano di S. Agata; agli inizi del secolo XVI risulta invece comproprietà con il vicino convento di S. Maria di Lispida e con quelli padovani di S. Giacomo di Pontecorvo e S. Maria di Betlemme, sostituiti dopo il 1509 dalle monache di S. Giorgio e S. Maria della Misericordia, entrambe padovane, in un intreccio di quote, rapporti patrimoniali e diritti livellari particolarmente fitto e complesso. Agli inizi dell’Ottocento con la soppressione dei monasteri anche il mulino cambiò padroni, rimanendo attivo fino all’alba di questo secolo. Superfluo ricordare che gran parte del versante orientale dei Colli, verso Arquà in particolare, e della grande piana bonificata e ridisegnata tra il 1557 e il 1561, convergeva a Rivella per macinare i cereali, oltrepassando il ponte prossimo al tunnel che consente alle acque piovane di sottopassare il canale Battaglia 29.

Monselice

Una posta molitoria a servizio dell’importante centro comitale di Monselice è genericamente segnalata in due atti del 914 e 1169. Ben prima dell’escavo del canale Battaglia, il centro della Rocca aveva nel Bagnarolo un corso d’acqua d’indubbia rilevanza, tanto che all’entrata in funzione del nuovo collegamento fluviale con Padova potè far valere le antiche ragioni e pretendere l’installazione e la successiva detenzione della posta molitoria. Mulino terragno, posto a cavaliere del Bagnarolo, nel punto in cui le acque si separano dal Bisatto, esso costituì un prezioso bene comunale, tanto che nelle polizze d’estimo dell’età moderna, cioè dal 1518 al 1797, compare sempre al primo posto del lungo elenco di beni immobili denunciati dalla locale comunità. Nel 1684, ad esempio, su di un patrimonio immobiliare complessivamente stimato 128.075 lire, le tre ruote incidevano da sole per ben 19.609 lire, poco meno di un sesto dell’intero capitale.

Per dar sostegno al neonato ospedale di San Giacomo, il comune già prima del 1191 lo mise a disposizione delle religiose; i rapporti s’incrinarono dopo la liberazione dalla tirannia di Ezzelino da Romano (giugno 1256), tant’è che le monache riuscirono solo al termine di una lunga vertenza a riottenere almeno la quarta parte dell’impianto in livello perpetuo. La ragione della controversia poggiava sul potenziamento dell’impianto, salito da una a tre ruote, rivendicato dalle religiose e non riconosciuto dal comune che a sua volta accusava le religiose di connivenza con il tiranno sconfitto. E tre ruote rimasero dalla metà del Duecento alla fine del Settecento, quando i Provveditori veneziani, accogliendo l’istanza di Giovan Battista Cromer, nel 1791 permisero l’aggiunta di una quarta ruota. Nel 1895 l’impianto poteva contare su ruote con pale d’acciaio, più tardi sostituite da turbine, incapaci comunque di reggere il confronto con l’avanzante progresso dell’ultimo dopoguerra. Da tempo nell’antico fabbricato, seppur ancora proprietà del comune di Monselice, al posto di macine, ingranaggi e buratti, opera un autoriparatore sicchè all’antico girare di macine s’è sostituito il girare rapido di ruote gommate 30.

I mulini galleggianti del Bisatto e della Brancaglia

Lungo le rive del Brancaglia e del Bisatto non pochi mulini sono stati attivati negli ultimi secoli del Medioevo. Quasi tutti sono stati spiantati tra la fine del XVI e la metà del XVII secolo per lasciar scorrere acque e barche, vista la necessità per il Brancaglia di scolare le acque raccolte sulla piana occidentale dei Colli e per il Bisatto di lasciar transitare liberamente le imbarcazioni colleganti Venezia e Padova con l’estense, e più a monte con i centri abitati posti ai margini meridionali dei Colli Berici 31.

Bibliografia, abbreviazioni.

Note

1 Montegrotto Terme, p. 29; TÖLLE KASTENBEIN, p. 199-203.
2 È notorio che la lacunosa documentazione d’archivio padovana non va oltre la fine del IX secolo e che anche quella del X secolo è sicuramente solo una reliquia dell’intera produzione diplomatistica, originariamente ben più consistente. Già nelle leggi emanate in età longobarda con l’Editto di Rotari (anno 643) si fa esplicito rinvio al mulino ad acqua e alle sanzioni in caso di distruzione intenzionale (Le leggi dei longobardi, p. 42-43).
3 C.D.P. I, doc. 18 p. 34-35; doc. 42 p. 61-64; doc. 53 p. 78-79; doc. 56 p.82-83.
4 C.D.P. I, doc. 6 p. 9-12; II doc. 1484 p. 483-484; I, doc. 55 p. 80-82. COLLODO 1986, p. 119-127.
5 BORTOLAMI 1988, p. 301-302.
6 BONOMI, p. 246.
7 CHIAPPA MAURI, p. 10.
8 C.D.P. II, doc. 141 p. 116-117.
9 Regola, p. 262-263. Sulla diffusione del mulino si veda il classico BLOCH, e ora anche MALANIMA 1990, p. 132-134.
10 SAMBIN, p. 169 e doc. p. 175.
11 Abbas … monasteri tota lignamen quod fuerit necessarium ad prefatum molendinum retinendum de eo quod invenietur in suis nemoribus (A.S.P. Corona, b. 182 perg. 8917 e 8937).
12 A.S.P. Praglia, vol. 165, c. 250.
13 Ibidem, vol. 165, c. 236-240.
14 Edito in BORTOLAMI 1988, p. 328-330.
15 A.S.P. S. Agata, vol. 3, c. 40-43; ANTONELLO 1989b, p. 246-251.
16 GLORIA 1862, II, p. 77.
17 GRANDIS 1994, p. 416-418.
18 CARRARO, p. 157-160.
19 GLORIA 1862, II, p. 52.
20 A.S.P. Praglia, vol. 178-182, dove i contratti si susseguono spesso a distanza anche minore di tre anni.
21 DONNER, num. 1, 4, 5, 39.1-42.3, 60, 140.
22 Giudici, b. 454/119, num. 30.
23 ROTA, p. 123.
24 FIANDRINI, c. 43-44; A.S.P. Praglia, I. 126, c. 406-409.
25 Sull’impianto vedi più avanti alle p. 95-101.
26 ANTONELLO 1989a; ANTONELLO 1989b; GRANDIS 1994. Manca solo per Este un puntuale approfondimento sull’impianto della Restara.
27 ANTONELLO 1989a.
28 ANTONELLO 1989a; ANTONELLO 1989b.
29 ANTONELLO 1989a; BILLANOVICH, p. 55-57.
30 GRANDIS 1994, cui vanno aggiunti GALENO, e i due voluminosi fascicoli, non consultati da chi scrive per l’allora inaccessibilità dell’archivio comunale, segnalati recentemente da VIGATO 1995, p. 153-156.
31 A.S.P. Ducali, vol. 2, c. 180-181 (220-221): accordo del 25 agosto 1458.