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Don Giuseppe Giacomelli 1915-1945

Don Giuseppe Giacomelli 1915-1945.

don
GIUSEPPE GIACOMELLI
1915-1945

Vittima innocente, testimone di pace

La pioggia battente inzuppava i corpi straziati delle vittime e, mescolandosi al sangue, tingeva di rosso il piazzale della chiesa di S. Giustina in Colle: era il pomeriggio di venerdì 27 aprile, 1945.
Fra i ventitré caduti, don Giuseppe Giacomelli.
Nato a Borso 1 l’8 marzo 1915, apparteneva a una famiglia semplice e numerosa, che conosceva le ristrettezze economiche di quanti popolavano la zona pedemontana del Grappa in quei tempi.

Borso del Grappa, la famiglia Giacomelli.

Borso del Grappa. Il piccolo Giuseppe Giacomelli con le sorelle e i genitori.

Figlio di Paolo Giacomelli, il guardiaboschi che fece da guida al cardinal Sarto quando, patriarca di Venezia, il 4 Agosto 1901, salì sulla Cima Grappa per collocarvi la statua di Maria Ausiliatrice a patrocinio delle Venezie.

Cima Grappa, 1901. Il patriarca di Venezia, cardinale Sarto, si reca in vetta a cavallo.

Cima Grappa, 1901. Il patriarca di Venezia, cardinale Giuseppe Sarto, ascende alla vetta scortato dal guardiaboschi Paolo Giacomelli, padre di Giuseppe.

Il padre pensava di farne un meccanico e, al termine della terza elementare, non essendoci ulteriori possibilità in paese di proseguire gli studi, gli aveva trovato lavoro a Crespano.

Borso del Grappa, foto della classe seconda elementare.

Borso del Grappa. Foto ricordo della seconda elementare. Giuseppe Giacomelli è il 4° in alto, da sinistra.

Borso del Grappa, foto della classe terza elementare.

Borso del Grappa. Foto ricordo della terza elementare. Giuseppe Giacomelli è nella seconda fila in alto, il 4° da destra.

Il piccolo Giuseppe, però, trovò il coraggio di confidare alla mamma, Benedetta Cassanego, il desiderio di continuare la scuola e di farsi prete.
Sorretto moralmente dal cappellano don Giuseppe Rocco e seguito dal maestro Vedovotto Giovanni, completò come privatista le classi quarta e quinta elementare.
Entrò, quindi, in Seminario, da dove visse, con sofferta partecipazione, i gravi disagi, soprattutto economici, della sua famiglia.

22 settembre 1935, inaugurazione dell'Ossario di Cima Grappa. In primo piano, Giuseppe Giacomelli.

Cima Grappa, 22 settembre 1935. Inaugurazione del Monumento Ossario. In primo piano, con il cero, il chierico Giuseppe Giacomelli.

Fu ordinato sacerdote il 29 giugno 1940 dal Vescovo di Padova mons. Agostini.
Dalla fine del 1940 fino al 1943 fu cooperatore a Battaglia Terme, poi ad Enego, e il giorno dell’Immacolata del 1944 fece il suo ingresso a S. Giustina in Colle.

1940, Seminario Maggiore di Padova. Don Giuseppe Giacomelli è ordinato sacerdote.

Seminario Maggiore di Padova, 29 giugno 1940. Don Giuseppe Giacomelli il giorno dell’ordinazione sacerdotale.

Battaglia Terme. Giovani e ragazzi con don Giuseppe Giacomelli e il parroco, don Marco Romano.

Battaglia Terme. Giovani e ragazzi della parrocchia con il cooperatore don Giuseppe Giacomelli e il parroco, don Marco Romano. Don Giuseppe prestò il suo servizio a Battaglia dal 1940 al 1943.

Qui regnava un clima di particolare tensione nel generale movimento della Resistenza.
Inutilmente il parroco, don Giuseppe Lago (nato a Laghi di Cittadella il 21 agosto 1880), figura dalla forte personalità che, per ventisei anni in quel paese, aveva dato tale prova di grande integrità e di saldezza nella difesa dei principi cristiani e della libertà contro i soprusi da essere considerato prete ribelle, cercava di frenare gli odi e le violenze.

Don Giuseppe Lago, parroco di Santa Giustina in colle.

Il parroco di Santa Giustina in colle, don Giuseppe Lago (1880-1945).

Il suo cappellano, don Mario dal Checco, per seguire i giovani che si erano dati alla macchia e impedire imprudenze e gesti temerari, si era gravemente compromesso.
Spiato e denunciato, riuscì a fuggire alla cattura (10 settembre 1944) saltando dal primo piano della canonica, dileguandosi poi nei campi e nascondendosi per alcuni giorni nei casolari di campagna.
Sempre braccato dalla polizia, riuscì a raggiungere l’Altopiano di Asiago.
Più tardi, fu assegnato come cooperatore a Enego, mentre il cappellano di quella parrocchia, don Giuseppe Giacomelli, fu invitato a sostituirlo a S. Giustina in Colle.
La fuga di don Mario dal Checco non fu senza conseguenze: per rappresaglia il parroco venne catturato e condotto al Comando delle SS a Camposampiero (26 settembre 1944). Dopo maltrattamenti e interrogatori, fu liberato per intervento del Vescovo.
Nella primavera del 1945, in concomitanza con l’avanzata nel Polesine delle truppe alleate, si moltiplicarono gli attentati e gli atti di sabotaggio per tagliare la ritirata alle truppe tedesche in fuga.
Furono queste provocazioni che determinarono feroci rappresaglie, le ultime terribili vendette, le ultime vittime innocenti.

29 aprile 1945, eccidi di Castello di Godego e di S. Martino di Lupari.

29 aprile 1945, gli eccidi di Castello di Godego (TV, a sinistra) e di S. Martino di Lupari (PD).

Anche nel territorio di Cittadella si intensificò la attività partigiana.
A Santa Giustina in Colle, fin dal settembre 1944, esisteva un piccolo presidio tedesco che, nella notte del mercoledì 25 aprile 1945, fu attaccato dai partigiani delle brigate “Damiano Chiesa” e “Garibaldi”.
Nello scontro, due soldati tedeschi, uno dei quali colpito gravemente, furono catturati, gli altri componenti del presidio riuscirono a scappare.
I tedeschi delle SS ed elementi della brigata nera “Begon” di Camposampiero e di Castelfranco, avvertiti del fatto, si misero in marcia per una azione punitiva.
Circa duecento uomini, appoggiati da autoblinde, presero posizione, nella notte fra il 26 e il 27 aprile, attorno a S. Giustina.
I partigiani, in numero assai inferiore e male armati, tentarono di opporre una disperata quanto inutile resistenza, trincerandosi al centro del paese, particolarmente nei locali della parrocchia: l’asilo, il teatro, il campanile.
Invano il parroco don Giuseppe Lago cercò di dissuadere i partigiani e li invitò a mettersi in salvo finché erano in tempo, prima che il cerchio si stringesse.
li terrore, quando ormai era troppo tardi, ebbe il sopravvento: popolazione e partigiani tentarono di fuggire in tutte le direzioni, cadendo inevitabilmente in mano ai nazifascisti che iniziarono una vera caccia all’uomo, esasperati dalla fretta, dall’ira, dalla paura.
Fu in quei terribili momenti che il partigiano vicecomandante di battaglione Fausto Rosso, rimasto mortalmente ferito al primo scontro, si trascinò fino alla canonica, abbandonando zaino, bagaglio e armi nella sala d’entrata.
Subito soccorso dal parroco, dal cappellano e dalla sorella di quest’ultimo, fu adagiato su un piccolo divano nell’attiguo ufficio parrocchiale.
Mentre all’agonizzante partigiano venivano prestate le prime cure, don Giuseppe Giacomelli, uscito dallo studio per portarsi al piano superiore dove stavano dei medicinali, si trovò di fronte ai soldati tedeschi e alle camicie nere che lo atterrarono a pugni e a calci. Stessa sorte toccò al parroco.     .
I due preti rimasero distesi e tramortiti nell’atrio della canonica, mentre la sorella di don Giacomelli fu costretta a precedere i militi nella perquisizione in sacrestia e nella chiesa.
La scoperta del fucile abbandonato dal partigiano in fuga valse nuove percosse e accuse al parroco che, terminato il sopralluogo, venne trascinato in piazza, davanti alla chiesa, dove già erano ammassati gli ostaggi, una sessantina, schierati contro il muro.
In quel momento, dal campanile dove si era rifugiato, un partigiano sparò nel tentativo di mettere in fuga i soldati e di liberare i prigionieri.
Nonostante gli sforzi per catturarlo, questi riuscì a dileguarsi.
Con l’animo ancor più inasprito, gli uomini delle SS e della brigata nera procedettero al sorteggio fra gli ostaggi per la fucilazione. Il parroco tentò in tutti i modi di opporsi, protestando che nessuno di essi era colpevole e offrendo se stesso come vittima al loro posto.
Ventuno persone, tra le quali quattro ragazzi fra i 16 e i 18 anni, dodici di S. Giustina, le altre capitate per caso, vennero destinate al supplizio.
L’esecuzione comincia alle 14,45. Il cappellano don Giuseppe Giacomelli dall’alto della spianata, grida ai condannati la formula dell’assoluzione. I tedeschi se ne accorgono. Lo colpiscono con la canna di un mitra e, sollevatolo per i piedi, gli fracassano la testa sui gradini con quattro colpi di pistola. Nel frattempo spingono la sorella in cucina e la obbligano a cucinare per loro, ignara di quanto stava accadendo fuori della canonica, dove il fratello sacerdote viene ulteriormente massacrato a colpi di scarpone chiodato sul volto.
I condannati furono fucilati ad uno ad uno con la faccia rivolta verso il muro di cinta della chiesa, con le mani sovrapposte alla nuca.
Ultimo il parroco: pallido in volto, con lo sguardo verso l’alto, stringeva la corona del Rosario, mentre le labbra mormoravano qualche preghiera.
Don Giuseppe Lago fece qualche passo verso la canonica, ma il comandante del picchetto lo afferrò brutalmente per un braccio, lo scosse con furia, mentre lo investiva di bestemmie e di offese.
Quando il carnefice estrasse la pistola, il vecchio parroco alzò le braccia: l’arma venne puntata contro la bocca. Partirono due colpi.
Erano le tre del pomeriggio. Terminato l’eccidio, un senso di sgomento e di orrore si diffuse ovunque.
Solo verso il tramonto, il padre guardiano dei Minori Conventuali di Camposampiero si recò sul luogo della tragedia per rincuorare i superstiti e dare sepoltura ai morti.
Raccolte pietosamente le vittime, i sacerdoti furono deposti su due tavolati in una sala della canonica, gli altri in una stanza attigua.
Durante la notte i tedeschi tornarono nuovamente a S. Giustina. Penetrati nella canonica, non si fermarono davanti ai due cadaveri ricomposti nella calma della morte, ma presero a infierire su quei miseri resti, colpendoli ripetutamente con i calci dei fucili.
Nel pomeriggio della domenica, 29 Aprile, senza alcuna funzione in chiesa, le bare furono portate al cimitero.
La salma di don Giuseppe Giacomelli, la domenica successiva, 6 maggio 1945, fu portata a Borso e sepolta nel locale cimitero.

Settembre 1944. Le case di Borso del Grappa incendiate dai nazifascisti.

Borso del Grappa, 4 settembre 1944: ventuno case vengono incendiate dai nazifascisti.

Borso del Grappa, provincia di Padova e diocesi di Treviso.

Borso del Grappa.

Sulla tomba fu posta questa lapide:

A
don Giuseppe Giacomelli
dal cielo dove ti crediamo
prega per i tuoi genitori
e desolate sorelle
che ti assistettero
nella tragica tua fine
in segno d’amore
i patrioti posero.

A ricordo delle vittime, Santa Giustina in Colle ha costruito sul tragico terrapieno una balaustra di pietra rossiccia con ai piedi un tappetto verde e una rete d’acciaio a maglia larghissima.
Pare il fianco di una nave. Ha ventiquattro piccoli oblò aperti su rettangoli di marmo bianco. I volti degli uccisi guardano e sorridono ai passanti; i due sacerdoti massacrati benedicono ancora e la chiesa pare il cassero dal quale Dio dirige la navigazione verso sponde lontane. Al di là della piazza, nel cimitero, il monumento ossario raccoglie le salme. Sull’architrave è scolpito il testamento delle vittime: PAX.

S. Giustina in Colle. Chiesa, campanile e area a ricordo dell'eccido.

Santa Giustina in Colle. La chiesa, il campanile e l’area a ricordo dell’eccidio.

1) Provincia di Treviso, diocesi di Padova. N.d.R.

a cura di
Tonietto Andrea
Zordan Ivano

Don Giuseppe Giacomelli 1915-1945. Copertina.

Testo e immagini tratti da: Tonietto Andrea, Zordan Ivano (a cura di), don Giuseppe Giacomelli 1915-1945, Comune di Borso del Grappa, 1987, pp. 6-16.

Ringraziamo il dott. prof. Zordan Ivano, sindaco del Comune di Borso del Grappa, per averci dato il consenso alla pubblicazione.