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Corsi d’acqua e mulini dei Colli Euganei

Tralasciando l’aggrovigliata maglia dei canali esterni all’anello fluviale considerato, è il caso di soffermarci più in dettaglio sul reticolo di calti e rii disseminati negli anfratti e nelle valli del rilievo euganeo, tenuto conto della conformazione morfologica dominata dalla dorsale che, seguendo la direzione nord ovest-sud est, segna l’intero sistema. Partendo dal Monte della Madonna (mt. 523) attraverso il Monte Pirio (mt. 335) e Baiamonte (mt. 486), passa per Venda (mt. 603), Peraro (mt. 372) e Gallo (mt. 385), dividendo in tal modo in due versanti ben distinti l’intero rilievo. Diversamente da quanto è possibile osservare oggi, a causa della massiccia captazione dell’acqua raccolta nei serbatoi degli acquedotti comunali, entrambi i versanti nel recente passato pullulavano di fontane e sorgenti ubicate a quote e posizioni diverse. Molte di queste spuntavano nei quadrivi e negli incroci definiti dalla viabilità minore, quasi a voler ricordare che l’insostituibile funzione alimentare ha finito col condizionare anche lo sviluppo della rete viaria euganea. Un censimento compiuto negli scorsi anni Settanta elenca ottanta sorgenti di acqua fredda, delle quali il novanta per cento classificate perenni, numero decisamente inferiore alla realtà, come ho potuto verificare dalle informazioni raccolte presso gli abitanti dei Colli, residenti nelle località interessate dalla presenza di mulini: valga per tutte il caso di Baone, dove nel 1998 (a locale amministrazione comunale ha restaurate e ripristinate ben tredici fontane a fronte delle sei censite nel 1976 dall’Istituto di Geologia e Mineralogia dell’Università di Padova 5.

Alle falde degli Euganei tuttavia non sgorgano solo acque potabili: da millenni l’acqua termale ribollente negli invasi naturali o fumante nelle vasche artificiali, attrae nel bacino di Abano, Montegrotto, Battaglia e Galzignano migliaia di ospiti, bisognosi di sanare o lenire dolori fisici e reumatici. Essa sgorga oltre l’anfiteatro che cinge Montegrotto anche nell’interna valle di Galzignano, attestata dalla manciata di case sorte a ridosso dell’antica chiesa medioevale conosciuta con il titolo di S. Bartolomeo dei Bagni o, anche, dei Fanghi. L’acqua calda comunque non è esclusiva solo dell’area delle celebrate “Fons Patavine”, ma sbuca pure attorno al Monte Calbarina e ad occidente della valle del Bignago: tutte polle geograficamente in comune di Arquà Petrarca. A ponente dei colli, dal versante che s’affaccia sulla pianura del Basso Vicentino, sorgenti da tempo note spuntano in Valcalaona, e a ridosso della località Fontanafredda che sta a ricordare, col suo toponimo, che nei pressi è esistito anche il bagno di Fontanacalda, per lungo tempo stazione dedita alla tintura dei panni. E sono le sorgenti della Cavalcaressa e della Crosara emergenti nella stretta pianura che stacca il cono di Lozzo dai colli Versa, Resina e Partizzon a segnalare la presenza di acque termominerali. Più a sud, tra Cinto e Rivadolmo, nell’odierno comune di Baone, fino agli anni Venti del secolo Ventesimo, da aprile ad ottobre erano attive le Terme di Calaona, pubblicizzate da manifesti e documenti che il passar degli anni ha ingiallito. La fortuna incontrata dal bacino orientale non si è voltata anche da queste parti e l’abbandono costituisce oggi la nota più dolente 6.

Carta idrografica dei Colli Euganei.

Carta idrografica dei Colli Euganei.

Disegno di Claudio Grandis.

Bagno, Bagnara, Bagnara Bassa, Bagnara Alta, Bagnarolo, Piombà, Bomba, Papalacqua, Rio Caldo, quanti idronimi e nomi di luogo, inclusi nell’anagrafe viaria di quasi tutti i comuni euganei, ci ricordano la diffusa presenza dell’acqua alle falde colIinari, là dove il rilievo si fa pianura. AI bagnato, all’umido, all’acqua occultata dalla vegetazione, ci riportano anche le tante voci venete (e padovane] di moio: Moggetto è il calto che spunta tra il Rusta e il Gemola per spegnersi alla Piombà (altro sicuro idronimo, seppur d’incerta comprensione] di Valle S. Giorgio. Così come Degora, Degoretta, Figarola, Gazzolina, Pantana, Businelle, Stua, Cannola, Sboghe, Gorzello, Gazo, Gazoletti, Coezze, Sguazzarola, Giazzane, Cogolli, identificano acque, condotti, collettori, ristagni, scarichi e canalizzazioni dalle funzioni idrauliche più diverse ubicate sulle curve di livello degli Euganei 7.

Accanto ad alcune considerazioni di ordine generale dedicate alla risorsa idrica, nell’economia della presente illustrazione vanno doverosa mente ricordati i principali torrenti che in passato hanno alimentato i serbatoi energetici − i gorghi da salvar l’acqua − posti a monte dei mulini idraulici, argomento specifico di questa ricerca. Seguendo la rotazione oraria e partendo dal quadrante nord orientale degli Euganei incontriamo la prima sorgente di Montirone, oggi praticamente estinta, che fino allo scadere del secolo scorso animava la grande ruota idraulica del mulino della Fontega (di fronte all’attuale “Hotel Ariston Molino”) di Abano Terme.

Non lontano dal centro termale, convergono anche le acque del Calto Freddo o Rio Calcina, fonte energetica, oltre che idraulica, dell’opificio di Torreglia. La sorgente è ubicata poco sopra Valderio: la disponibilità d’acqua pressochè continua per tutto l’arco dell’anno ne ha decretato in passato la fortuna. Oggi nel suo alveo scorre un rigagnolo insignificante, che impedisce un’esatta comprensione dell’importanza ricoperta per l’economia dell’antico abitato di Torreglia. Assieme al Rio Caldo, al Rio Spinoso, agli scoli Menona e Cannella e ad altri numerosi collettori minori della campagna, alimenta lo scolo Rialto – il corso d’acqua che iniziando al Ponte dei Cogoli con i suoi 16.848 metri di sviluppo è il più lungo collettore racchiuso tra Colli e Bacchiglione – per scaricarsi nella botte del Pigozzo, davanti al maestoso castello del Cataio.

Entrando nella valle racchiusa tra Galzignano, Valsanzibio e Battaglia, vediamo scendere dai versanti dei Colli Siesa, Rua, Orsara, Veraro, Gallo, Grotte e Orbieso, i tanti ruscelli che alimentano il canaletto S. Bortolo e il Cengolina, come il Calto dei Pomari e il Rio Pavaion, per finire nel canale Scaiaro ove confluiscono anche il Rio di Valsanzibio e il Calto Callegaro, dopo essere stati l’anima energetica dei mulini di Galzignano e Valsanzibio; assieme danno vita al canale Lispida, che infilandosi nel ponte-canale di Rivella sversa in Fossa Paltana le acque collinari.

Il quadrante sud-est usufruisce anch’esso dello scarico del ponte-canale Rivella. Nello scolo delle Valli confluiscono il fosso Calbarina in prossimità del laghetto della Costa di Arquà. Più a sud, dalla Valle del Bignago, proviene il Canaletto, mentre da Baone giungono l’omonima Degora, lo scolo Meggiorina, il Migliorina e il fosso Scagliara. La rete idrografica stesa a sud di Baone e delle colline Cecilia, Castello e Montericco, tra Este e Monselice, passando per Montebuso e Marendole tradisce col suo geometrico tracciato la regimazione attuata dalla mano dell’uomo, particolarmente all’indomani della costituzione della magistratura (= ministero, dipartimento) veneziana dei Beni Inculti (10 ottobre 1556). Nel quadrante considerato è comunque doveroso sottolineare che l’installazione di poste molitorie sul vicino Bisatto non è evento conosciuto, per la dominante presenza dei mulini di Battaglia (dei Sei e dei Quattro), Monselice (Bagnarolo) ed Este (Restara): complessivamente diciassette ruote dall’altissimo rendimento e dall’ininterrotta attività.

Rivolgendoci a sud-ovest, nel quadrante che s’affaccia a ponente, dal Monte Murale scende un piccolo rio, così come dal Monte Cero sversa in pianura al ponte canale di Piombà il calto della Pomara. A Valle S. Giorgio, luogo d’antica tradizione molitoria, in passato noto come Valle di Sotto, si riuniscono le acque del calto Volpare, discendenti dal pendio meridionale del Monte Fasolo, e da quello ponentino delle basse colline di Arquà. La vallata che si conclude sul Bisatto è rigata dallo scolo Molina e dal rio Giare, canaletti che in prossimità della botte della Piombà radunano le acque del Gemola e del Rusta, correnti nel calto Moggetto.

Salendo verso nord, le valli che si aprono con regolare alternanza, vedono scorrere nella linea di massima pendenza il rio Fontanafredda, a lungo produttore d’energia per i mulini di Faedo e della stessa Fontanafredda, il rio di Valnogaredo, arricchito dagli apporti dei calti della Casara e del Brecale, capace di movimentare ben tre distinte ruote idrauliche, e il rio di Piè Vendevolo, detto anche calto Rondolino e calto Fondo nella parte a monte. Alle falde del Vendevolo non va poi dimenticata la singolare presenza della Busa della Casara, la sorgente dotata di un’ampio invaso ricavato dentro il monte, parte dalla natura e parte dall’uomo, capace in passato di alimentare l’acquedotto romano di Este, e oggi quello comunale di Cinto 8. Nella zona spicca la presenza della Fontana Murà, situata nella contrada S. Silvestro di Cortelà che, a detta di quanto scriveva Luigi De Marchi nel 1905, costituisce un valido esempio di alimentazione dovuta alle acque cadenti sui Colli nei periodi di pioggia, alimentazione probabilmente assorbita parzialmente “nelle ghiaie grossolane che rivestono da questo lato tutti i versanti, e che sono il prodotto di disgregazione superficiale della roccia trachitica, in parte dal materiale caotico di frana che costituisce l’altipiano” 9. Agli inizi del secolo poi un’aliquota rilevante delle acque del fontanile veniva deviata dall’uomo per irrigare i terreni, essendo tutto il versante al di sotto dell’altopiano intensamente coltivato. Un esempio, quello di Fontana Murà, capace di attestare ancora una volta il cospicuo impiego, diverso dall’uso potabile, della risorsa idrica euganea. E ancora di rilievo è la presenza dei toponimi Monte Resino e calto Resino: nomi che ricordano i canaletti in legno utilizzati per far scivolare a valle i tronchi tagliati nei boschi dei pendii collinari, tronchi che spesso venivano condotti a destinazione mediante fluitazione nel Bisatto 10.

Nell’ultimo dei quadranti considerati è concentrata la metà esatta dei molini a coppedello attivi all’alba del Novecento nell’area euganea. Nella fascia pianeggiante nord occidentale distesa verso il Bacchiglione, non sono mai esistite poste molitorie di una certa rilevanza in grado di dominare la scena economica locale. La discreta portata idrica delle fosse Nina e Bandezzà, riservata in passato prevalentemente alla fluitazione del legname dei vicini boschi di Montemerlo, Cervarese e Carpaneda, non fu infatti sufficiente allo stabile insediamento di mulini. Quello documentato a Vò Vecchio già all’alba del XVI secolo risulta infatti distrutto dalla brentana del 1594. Attorno a Boccon, corsi d’acqua importanti sono ancor oggi il calto della Gazzolina, alimentato dal calto delle Vaccare, il rio Fontanelle e il Rio Molini di Boccon, idronimo, quest’ultimo, capace di ricordarci esplicitamente la funzione ricoperta in passato.

Dalle falde di Castelnuovo scende il calto Contea, con direzione sud-nord: le sue acque confluiscono nel calto Cànnola, che scorre con andamento opposto al primo, e insieme danno vita all’invaso del rio Zovon, una delle arterie principali del rilievo euganeo. Con l’odonimo via Molare e il toponimo Rio dei Mulini da secoli s’identifica l’intera conca che da Castelnuovo scende a Zovon, segnata dalla presenza, sicura, di sette mulini distinti. Ad alimentare il calto Contea, in prossimità di Castelnuovo, è la cascata di Schivanoia, celebre località rimasta per secoli dominio incontrastato della nobile famiglia padovana dei Capodilista, seppur mai titolare del vicino palmento. Sul versante orientale delle colline di Teolo, sotto la proiezione incombente della rocciosa Pendice, il rio di Villa e il calto delle Giare conducono le acque a Treponti. Anche qui, a poca distanza tra loro, per secoli due ruote hanno rotto il silenzio della valle attingendo quotidianamente dal gorgo sito presso l’abitazione dell’ex famiglia Rossi, alias “Cunea”. Le acque ruscellanti dei versanti orientali di Teolo, e più precisamente del pendio soleggiato di Monte della Madonna e Monte Grande, aggiunte alla sorgente perenne della fontana Farnea, convogliano nel surricordato calto delle Giare: opportunamente imbrigliate nel “Gorgo del Munaro”, che la memoria di Luciano Archieo descrive come “un lungo bacino” 11 hanno saputo far girare le coppe del Molinrotto, un impianto la cui presenza è rimasta nella toponomastica, localizzata ai piedi di monte Sirottolo là dove origina lo scolo Rialtello. Per chiudere la nostra escursione idraulica, non dobbiamo dimenticare la fonte del Figaro, che scaturente poco lontano dalla chiesa parrocchiale di S. Giorgio, alimentando l’omonimo calto del Figaro, all’ombra del Monte Grande dirige a Bastia le acque del mulino di Rovolon.

La cascata formata dal calto Contea, in località Schivanoia (Castelnuovo, comune di Teòlo).

Castelnuovo, loc. Schivanoia 1995. La cascata formata dal calto Contea, a monte del mulino di Schivanoia appartenuto per lungo tempo alla famiglia veneziana dei Mocenigo.

Foto: Claudio Grandis.

La rilevante disponibilità di acque ruscellanti, correnti, defluenti, sgorganti, uscenti dal permeabile mantello steso sulle sottostanti rocce sedimentarie di origine marina o eruttive dalla composizione varia quali basalti, rioliti, trachiti e latiti, ci fa dunque comprendere perché !’insediamento dell’uomo sulle sommità e sulle dolci dorsali dei Colli Euganei abbia conosciuto una singolare fortuna; ma spiega, nel contempo, perché il mulino sia potuto radicarsi nell’area adattando la ruota idraulica alla specificità dei corsi d’acqua, diversamente da quanto avveniva, negli stessi scorci di tempo, nella contigua pianura dove altre ruote idrauliche e altre pale anziché sospinte dall’alto venivano alimentate dal basso, mosse dalla perenne corrente di fiumi e canali. E non a caso nel 1934, a proposito della profondità delle valli solcate dalle acque, Luigi De Marchi scriveva che una delle ragioni della povertà degli Euganei era da ricercarsi nei rivi “così incassati da non permettere sfruttamento per irrigazione” e tali da essere così “esili da non dare energia sufficiente per lavorazioni di qualche entità: io conosco – concludeva l’illustre cattedratico – solo il piccolo molino di Schivanoia”. Una conferma, alla vigilia del secondo conflitto militare, dell’irreversibile scomparsa del mulino a coppedello e soprattutto delle acque, incapsulate in pochi decenni nei serbatoi degli acquedotti consorziali 12.

Claudio Grandis

Note

5 A. MAZZETTI, I percorsi di Baone, Baone 2000, p. 32-60.
6 F. SELMIN, Storie di Baone, Baone 1999, p. 79-87.
7 Tavolette dell’Istituto Geografico Militare − Firenze, in scala 1:25.000, fogli 50 Il S.O. Abano Terme, 50 III S.E. Teolo, 64 IV N.E. Lozzo Atestino, 64 IV N.E. Battaglia Terme, ora aggiornate dalla Carta Tecnica Regionale, ma soprattutto si vedano le mappe e i sommarioni dei catasti censuari redatti a partire dal 1810.
8 P. ZANOVELLO, Aqua atestina, Aqua patavina, sorgenti e acquedotti romani nel territorio dei Colli Euganei, Padova 1997, p. 27-81.
9 L. DE MARCHI, L’idrografia dei Colli Euganei nei suoi rapporti colla geologia e la morfologia della regione, Venezia 1905, p. 26.
10 M. AGNOLETTI, Segherie e foreste del Trentino. Dal Medioevo ai giorni nostri, S. Michele all’Adige 1998, p. 30-31. Sulle sistemazioni idrauliche un breve riepilogo è in Cenni storici illustrativi del consorzio Ottoville, Padova 1911.
11 L. ARCHIEO, Luoghi della memoria, Vigodarzere 1995, p. 40.
12 L. DE MARCHI, Idrografia ed evoluzione morfologica dei Colli Euganei, in Il problema idrico dei Colli Euganei, “Atti e memorie della R.A. di SS.LL.AA.” a 1934-35, vol. LI, p. 23.

I mulini ad acqua dei Colli Euganei, copertina.

Claudio Grandis, I mulini ad acqua dei Colli Euganei, Este, Parco Regionale dei Colli Euganei, 2001 – Premessa e Capitolo I (pagine 7-17).

Claudio Grandis
I MULINI ad ACQUA
DEI COLLI EUGANEI

Agli inizi del secolo XX trenta ruote idrauliche muovevano le macine dei Colli Euganei, nonostante l’esigua disponibilità d’acqua raccolta nei gorghi ne ponesse in discussione la quotidiana esistenza. Aggrappati ai calti, ai rii di valle, i piccoli impianti a coppedello macinavano per la popolazione locale poche ore al giorno, costituendo una voce importante per la povera economia locale. Ora che il rumore delle ruote si è spento, questo libro ne racconta la storia, percorrendo il lungo filo della memoria impresso nelle tante carte d/archivio e nel vivo ricordo degli ultimi protagonisti.

Claudio Grandis, nato a Padova nel 1956 ma da sempre residente a Tencarola, da tempo si occupa della storia dei corsi d’acqua padovani e del loro utilizzo. Dopo aver curato alcune mostre storico fotografiche e specifiche ricerche sul territorio del Bacchiglione, ha rivolto la sua attenzione alla navigazione fluviale e alla cartiera di Battaglia, alternandola a dettagliate indagini sugli storici mulini della provincia, quali Monselice e Grantorto.

(Dalla quarta di copertina)