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Corsi d’acqua e mulini dei Colli Euganei

La diffusa rete idrica dei Colli Euganei, qui descritta in maniera accurata, ha consentito per secoli il funzionamento di mulini, che hanno lasciato nel territorio una viva traccia della loro presenza.

PREMESSA

Un ramificato quanto impercettibile intreccio di calti e rii, scoli e canali riga profondamente i pendii dei Colli Euganei. La mano dell’uomo nell’ultimo mezzo secolo ha raccolto in bacini, serbatoi e invasi, spesso occultati alla vista del frettoloso passante, la preziosa linfa delle sorgenti naturali e delle fontane. Nuovi bisogni, cresciuti in fretta nel corso del Novecento, hanno imposto la captazione e la canalizzazione forzata dell’insostituibile risorsa in acquedotti comunali, così che nuove condotte, nuove tubazioni, interrate tra la pietra vulcanica e il soffice terreno coltivato, hanno convogliato l’acqua sorgiva, scaturente dalle profonde fenditure della roccia trachitica o dal materasso calcareo, in vecchie e nuove residenze.
Il paesaggio euganeo, con il radicato insediamento rurale alternato agli eremi, ai luoghi di preghiera, alle signorili architetture della nobiltà veneta, tradisce la diffusa capillarità del prezioso elemento. Case, insediamenti, edifici hanno beneficiato nei secoli di sorgenti, fontane, pozzi artesiani, tanto che la loro esistenza solo raramente è stata posta in discussione. Lo sguardo attento alle tracce del terreno, la memoria lunga dei suoi abitanti, lo scritto prezioso delle carte antiche restituiscono al nostro osservare distratto un ambiente che oggi sembra irriconoscibile. Descrivere l’intreccio d’acque potabili, calde e fredde dei Colli diventa l’imprescindibile condizione per narrare cos’è stata la civiltà del mulino ad acqua degli Euganei.

Non è facile spiegare come giravano le ruote dai grandi raggi, come si riempivano le cassette a coppedello, come stridevano i mozzi sui robusti cuscinetti in pietra, se prima non si pone lo sguardo sulla diffusa realtà idrica del rilievo euganeo, se s’ignora l’abilità dell’uomo collinare nell’imbrigliare l’acqua per generare energia idraulica. Aggrappati ai ripidi pendii dei calti torrentizi, immersi nei rocciosi bacini di raccolta, incastonati tra le profonde valli di deflusso dei rii, i mulini euganei hanno costituito per quasi un millennio un capitolo a sé stante nella storia dell’economia collinare. A differenza degli impianti disseminati lungo i grandi fiumi di pianura, Adige, Brenta e Bacchiglione, da quest’ultimo rimossi a partire dal secondo decennio del Novecento, i mulini euganei hanno lasciato una viva traccia della loro presenza ancor oggi palpabile. Sebbene le ruote idrauliche siano andate tutte distrutte, eccezion fatta per quella ancora in loco di Valle San Giorgio, gli edifici che per secoli ospitarono macine e mugnai sono ancora in buona parte al loro posto. Anche l’identificazione in diversi casi non è difficoltosa: qualcuno è localizzato dal toponimo che accompagna una strada, come via Molini alle falde del Monte Venda o via Molinrotto a Villa di Teolo; oppure da un corso d’acqua quale il Rio Molini di Boccon o il Rio Molina di Valle San Giorgio; qualche altro infine è riconoscibile dalle insegne pubblicitarie, magari di un noto locale come il ristorante “Ai Molini” di Torreglia, o di un prestigioso stabilimento termale quale l’albergo “Ariston Molino” di Abano Terme. Qui, tra l’altro, a ridosso della celebre polla d’acqua termale del Montirone, scendevano dalla collinetta alla ruota le acque termali scorrendo dentro un aereo acquedotto, sorretto da una lunga fila di piloni decrescenti; sotto vi passava la strada d’accesso, battuta dai clienti del mugnaio e solcata, negli anni seguenti la fine della macinazione, anche dai binari del tram inaugurato nel 1911. Negli altri casi è la tradizione del luogo o l’attenta analisi delle vecchie carte topografiche che ne permettono il riconoscimento: è il caso della “Gran Carta del Padovano” di Giovanni Antonio Rizzi Zannoni, una preziosa mappa del 1780, che identifica la conca tra Teolo e Zovon con l’appellativo di “Rio dei Molini”. In altri, infine, è l’esame della ricca documentazione archivistica disseminata nelle sedi più disparate a restituirci il ricordo di una millenaria presenza.

Il tracciato del calto Rio Molini di Boccon nella carta topografica dell'Istituto Geografico Militare.

Boccon, 1968. Il particolare della tavoletta (carta topografica) dell’Istituto Geografico Militare evidenzia il tracciato del calto Rio Molini di Boccon.

L’abbandono totale della macinazione tradizionale sui Colli del resto risale all’immediato ultimo dopoguerra, seppur va annotato che già alcuni decenni prima diversi impianti avevano lasciato il posto ai mulini a cilindri azionati da motori elettrici, magari costruiti in vicini centri di pianura privi di risorse idriche. La memoria della loro secolare presenza tuttavia è ancora viva nel grande scrigno dei ricordi che ogni anziano del luogo porta con sè, spesso condita dal rimpianto per il sapore che la granulosa farina, prodotta dal rapido girare delle pesanti mole di pietra, sapeva offrire in anni in cui allentare il morso della fame costituiva spesso il principale e unico problema quotidiano.
Attratti dalle bellezze panoramiche e monumentali, attenti alle peculiarità geologiche del rilievo, affascinati dall’ambiente vegetale e rurale del mondo euganeo, ricercatori, studiosi ed esperti non hanno rivolto ai mulini della zona l’attenzione che invece meritano, in virtù, soprattutto, dell’insostituibile ruolo ricoperto per la popolazione locale nell’arco di quasi un millennio. Le ragioni di questa specificità del resto sono più d’una. La prima va sicuramente individuata nell’antichità della loro presenza: nelle pagine che seguono vedremo come già nel XII secolo gli opifici furono oggetto d’interesse sia da parte di monasteri, e non solo dell’area euganea, sia di importanti famiglie feudali del padovano. La seconda ragione sta nella capillare diffusione dei palmenti in tutto il rilievo collinare, nonostante la massiccia presenza lungo il perimetro nord-occidentale e meridionale dei mulini galleggianti del Bacchiglione (Cervarese, San Martino, Trambacche, Creola, Selvazzano e Tencarola) e di quelli fissi del canale Battaglia-Bisatto (Mezzavia, Battaglia, Rivella, Bagnarolo a Monselice, Restara a Este). Un’altra ragione ci riporta alla singolarità tipologica dell’impianto e alle soluzioni tecniche adottate per assicurare il funzionamento quotidiano delle macine, soluzioni che non si riscontrano negli altri analoghi opifici della provincia padovana. Un’ultima considerazione va infine riservata al patrimonio edilizio rimasto che, seppur profondamente manomesso, induce proprio in questi anni a riflettere sull’opportunità di avviare adeguati interventi di valorizzazione, a dotare il Parco Regionale dei Colli Euganei d’idonea segnaletica in grado di evidenziarne i siti: tutti interventi che, oculatamente attuati, potrebbero costituire un’ulteriore mèta nel dedalo di itinerari che i Colli quotidianamente offrono.

Rilievo di Giovanni Falconi del 1675 in cui sono indicati gli abitati più importanti insediati tra i calti e il canale Battaglia-Bisatto.

La rilevanza dei corsi d’acqua per i Colli Euganei si coglie in questo prezioso rilievo, abbozzato dal pubblico perito Giovanni Falconi nel 1675, in cui sono indicati gli abitati più importanti insediati tra i calti e il canale Battaglia-Bisatto corrente ai margini del rilievo collinare. (Archivio di Stato – Padova – Arch. Notarile, f. 1139, dis. I).

A fronte dei tanti spunti che la ricerca svolta ha offerto, devo doverosamente premettere che questo libro illustra solo un frammento della secolare storia di macine e mulini, mugnai e contadini, proprietari e fittavoli. Oltre la narrazione di episodi, vicende, date ed eventi, emerge lo scorrere quotidiano della fatica dell’uomo, il bisogno del pane, !’insicurezza del domani, l’imprevedibilità dei tempi. I tanti nomi che qui si rimembrano emergono dal buio del passato, trasportati a noi dalle mute carte, gelosamente custodite negli archivi. Dietro un nome, un cognome, una paternità sfilano anagrafi anonime di volti, prive spesso del più elementare profilo biografico, a riprova di quanto ricca e inesplorata sia ancora la storia della nostra terra. L’indiscutibile capacità di far giungere al vorticoso vivere quotidiano il senso del tempo, della memoria, dell’abilità, della manualità rimane perciò l’eredità più autentica del passato di questa folla di antenati. Senza le macine, senza i mulini non ci sarebbe stata farina sufficiente per far crescere intere generazioni. E senza farina, certamente, oggi non sarei qui a raccontarne la loro storia. Se avessi poi dato retta a quanto scrisse Marc’Antonio Sanfermo nel 1842 (I Colli Euganei così ricchi di acque termali mancano pressochè interamente di acque dolci. Picciole sono, e di lievissima importanza le sorgenti; e intermittenti queste, e non mai abbastanza copiose per mantenere alcuna perennità di corso. Pochissimi e di niun rilievo sono i molini che vi esistono, dovendosi per lo più accumulare le acque del rivo che li anima per renderli operosi – Ricordi sui Colli Euganei, p. 188-189) quest’opera mai avrebbe preso l’avvio; pur tuttavia giunto al termine del cammino un profilo inedito e inatteso mi ha rivelato quanto delicato sia l’equilibrio di un ambiente così singolare.

La lunga ricerca che sta a monte di questo lavoro non ha certo la pretesa di esaurire tutti i rivoli documentari che formano il grande fiume della millenaria storia del mulino ad acqua collinare. Il tentativo di tracciarne comunque un profilo, di delinearne un volto, di capire come nei secoli sia mutata, cambiata, trasformata l’attività molitoria dei Colli Euganei è comunque alla base del lavoro, particolarmente attento ai secoli della seconda dominazione veneziana (1509-1797); per una maggiore comprensione, tuttavia, non ho rinunciato ad effettuare incursioni nel passato più lontano del tardo Medioevo, conscio comunque delle difficoltà identificative, tra documento e monumento, che tali operazioni spesso comportano. Ripescare nel mare dell’oblio le vicende di questo patrimonio tecnologico ed edilizio è il fine che qui mi sono proposto di perseguire, confortato dalla messe abbondante di testimonianze raccolte in loco e nei santuari archivistici di Padova e Venezia; intenzione che, al di là della ricostruzione storica, vuole soprattutto restituire ai mulini a coppedello il singolare ruolo ricoperto nella trasformazione dei prodotti di quell’economia agro-silvo-pastorale euganea che per secoli ha segnato il quotidiano vivere della popolazione collinare.

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Man mano che raccoglievo dati, informazioni, indicazioni e rilievi mi sono preoccupato di compiere i debiti riscontri sui luoghi che per secoli ospitarono macine e mugnai: in molti casi i sopralluoghi si sono rivelati preziosi oltre ogni aspettativa, così come gli incontri con testimoni oculari residenti nei paesi visitati, che di fronte alle domande e alle richieste di precisazioni, dopo un comprensibile imbarazzo misto a stupore, mi hanno aperto con insospettata generosità il grande libro della loro memoria: da queste “pagine verbali” ho appreso notizie, indicazioni e precisazioni, quand’anche impensabili e preziosi documenti. Devo anche a loro parte del raccolto che qui presento *.

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* Questa ricerca riprende, sviluppa, amplia e corregge il lungo articolo I mulini a “coppedello”, apparso nella rivista “Padova e il suo territorio“, anno IX, numeri 50 (agosto) e 52 (dicembre) 1994, rispettivamente alle p.20-23 e 34-39.

I MULINI AD ACQUA DEI COLLI EUGANEI

Acqua passata non macina più

Sorgenti, fontane, calti,
rii e canali del rilievo euganeo

Un anello fluviale alimentato dal Bacchiglione cinge il rilievo euganeo, comprendendo nel quadrante nord occidentale un ampio slargo pianeggiante del territorio vicentino. Due derivazioni artificiali create tra XII e XIII secolo convogliano le acque nel canale Bisatto, lungo il piede collinare occidentale del rilievo, e nel canale Battaglia, da Bassanello (Padova) a Monselice sul versante orientale. Alvei pensili, elevati sopra il piano della circostante campagna, accolgono il flusso idrico, impedendo con le alte arginature lo scarico diretto dei calti e dei rii scendenti dai versanti degli Euganei. Una condizione singolare, un delicato equilibrio creato dall’uomo medievale che, ereditato dai governanti veneziani (secoli XV-XVIII), fu oggetto di una lunga e articolata serie di interventi di regolazione, regimazione e sistemazione idraulica ancora in pieno Ottocento 1.

Le acque che da Longare s’immettono nel Bisatto sono conseguenza delle operazioni di derivazione compiute dai vicentini per togliere a Padova l’acqua preziosa alla navigazione e al funzionamento dei mulini galleggianti, disseminati tra Montegalda e il cuore di Padova 2. Il canale Battaglia, scavato tra il 1189 e il 1201, venne invece realizzato per collegare direttamente la città del Santo a quella della Rocca. La necessità di trasportare merci, persone, pietra trachitica e prodotti collinari (legna, olio, vino, frutta) fu all’origine di quella decisione. La costruzione dell’alveo, inoltre, favorì l’installazione dei mulini di Mezzavia, Rivella e Bagnarolo, nonché la nascita del primo centro protoindustriale di Battaglia, villaggio ove trovarono spazio operativo, oltre ai mulini, anche i folli da panni, il maglio da ferro e l’unica cartiera del padovano attiva per i secoli XIV-XVIII 3. E proprio a Battaglia venne realizzata la foce artificiale per tutte le acque del Bisatto, riversate da Monselice, e del Battaglia, scaricate da Padova, mediante la costruzione di un manufatto regolatore detto l’Arco di Mezzo, originariamente innalzato con strutture lignee e in seguito con materiali ben più duraturi, pietra euganea e laterizi. Lo scarico in tal modo ha dato vita ad un salto di oltre sette metri, così che le acque dirette nel canale di Sottobattaglia o Vigenzone prima di scendere con !’impeto proprio di una cascata, sono incanalate per diversi metri al fine di generare preziosa energia idraulica.

All’interno di questo anello fluviale, chiuso sul versante settentrionale dal tratto meandriforme del Bacchglione, nel corso dei secoli vennero rettificati, ampliati e dirottati numerosi scoli minori, molti dei quali direttamente alimentati dalle acque scendenti da rii e calti dei Colli. Come si può capire, essendo l’anello con le sue arginature più alto del piano della campagna distesa ai piedi degli Euganei, per poter far defluire le acque provenienti dai versanti collinari, si rese necessario scavare dei condotti sotto l’alveo del circuito fluviale alimentato dal Bacchiglione. Gli interventi, per ragioni politiche ed idrauliche, furono attuati in tempi diversi: sotto il canale Battaglia tra il 1189 e il 1201 venne scavata la Botte del Pigozzo, cioè venne forata in senso orizzontale l’appendice rocciosa che fronteggia il castello del Catajo e che si stende sotto l’attuale strada statale “Adriatica”. Così facendo le acque dello scolo Rialto, provenienti dal quadrante nord-orientale dei Colli e dai collettori delle campagne di Bresseo, Feriole, Abano e Montegrotto, hanno trovato sfogo oltre l’argine verso il mare. Negli anni 1557-65 venne invece costruito il ponte-canale di Rivella, nel quale convergono le acque del versante sud-orientale che scendono da Battaglia per Valsanzibio, Arquà e Baone, alle quali si aggiungono le condotte degli scoli rettilinei scavati tra Este e Monselice.

Analoga condizione idrografica si ripete sul versante occidentale. Qui le portate degli scoli sottopassanti il Bisatto sono minori, poiché minore è lo spazio pianeggiante che separa l’alveo dall’unghia pedecollinare. Le acque che dai pendii nord-occidentali scendono da Bastia, Zovon, Vò, Valnogaredo e Fontanafredda convergono a Lozzo Atestino, a ridosso di Villa Correr: qui sottopassano il Bisatto per dar vita allo Scolo di Lozzo, opera idraulica che, assieme ad altri ponti canali alla Piombà e alla chiavega di Rivadolmo, fu realizzata tra il 1588 e il 1598 4. Nello stesso scolo, più a sud, dove il Bisatto sembra quasi penetrare nelle valli aperte tra Cinto e Monte Cero, convergono le acque del Rio Giare e del Calto della Pomara, che condotte alla Piombà, a nord ovest di Este, scorrono entro un tunnel sotto l’alveo dell’ onnipresente Bisatto.

Note

1 Un quadro riepilogativo è ampiamente offerto dai diversi contributi raccolti nel volume La riviera euganea, seppur a tal proposito non vanno comunque dimenticati i numerosi interventi operati dai consorzi di bonifica che tra Ottocento e Novecento hanno apportato non poche rettifiche e variazioni ai collettori di pianura; a puro titolo di esempio si veda la corografia in appendice a Proposte.
2 A. SIMIONI, Storia di Padova. Dalle origini alla fine del secolo XVIII, Padova 1968, p. 253-255.
3 Si vedano nel volume Battaglia Terme. Originalità e passato di un paese del padovano, a cura di P.G. ZANETTI, Battaglia T. 1989, in particolare le p. 19-31 (P. Lotti); 41-51 (G. Antonello); 53-72 (C. Grandis) e 143-166 (F. Vallerani).
4 B.I. Pr. 23, fasc. “Contarini Domenico − Irrigazione Valnogaredo”, relazione del perito Antonio Glisenti del 12 agosto 1588; A.S.P. Praglia, f. 157, relazione del 20 giugno 1598.

Fonti inedite

B.I. Pr. Archivio di Stato − Venezia, Provveditori sopra Beni Inculti. Processi.
A.S.P. Praglia Archivio di Stato − Padova, Corporazioni religiose soppresseMonasteri del territorio, S. Maria di Praglia.