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Benedetto Selvatico P. P. P. P.

BENEDETTO SELVATICO
“PUBLICUS PRIMARIUS
PROFESSOR PATAVINUS”

La fama di questo esponente della famiglia Selvatico, celebrato ai suoi tempi come illustre medico docente dell’Università di Padova, è ora affidata piuttosto alle opere edilizie da lui realizzate, tra cui il suntuoso monumento eretto nella Basilica del Santo.

Ritengo che Benedetto Selvatico (1574-1658) sarebbe lieto di essere ricordato, oggi, con la sigla che, in forma tanto sintetica quanto criptica, esprimeva in passato il raggiungimento dell’apice della carriera accademica: P.P.P.P., ovvero, Publicus Primarius Professor Patavinus.
Benedetto Selvatico fu Cavaliere, o meglio Kavalier, la massima onorificenza della Repubblica Veneta; fu Protettore della Natio Germanica Artistarum, la più numerosa e autorevole delle associazioni studentesche dello Studio patavino; fu Prencipe dell’Accademia dei Ricovrati, la prestigiosa Istituzione tuttora esistente con la significativa specifica di “galileiana”, in onore di uno dei suoi primi affiliati; non ultimo, fu medico stimato in patria e all’estero da pazienti di ogni ceto sociale, compreso il re di Polonia, che lo nominò Protomedico e ne rimeritò i servigi conferendogli il titolo di Conte Palatino.
Tutti questi onori e riconoscimenti possono però essere considerati ricadute proprio della posizione accademica che aveva saputo raggiungere, confrontandosi con colleghi di rango e vincendo le resistenze delle autorità preposte alla politica culturale: infatti all’epoca, per scongiurare gli effetti del nepotismo e limitare il potere delle dinastie baronali, la legge in vigore non consentiva − se non in casi eccezionali di riconosciuta eccellenza − la nomina a “lettore ordinario in primo loco” di un cittadino padovano. A questo proposito non vanno dimenticati i suoi interessi economici personali e famigliari nel territorio padovano, che lo videro non solo attento osservatore degli effetti terapeutici della balneo e della fangoterapia, caratteristica della zona euganea, ma anche lungimirante imprenditore di una importante stazione termale allocata nei pressi della villa fatta costruire dal padre Bartolomeo sulla cima del Colle di Sant’Elena a Battaglia Terme e da lui ampliata e adattata al gusto del tempo e al prestigio della casata.
Possiamo aggiungere che Benedetto Selvatico fu studente a Padova tra Cinque e Seicento, e dunque in uno dei periodi più stimolanti dell’Università, godendo dell’insegnamento di docenti quali Prospero Alpini, Cesare Cremonini, Girolamo Fabrici d’Acquapendente e Galileo Galilei. E ancora che, godendo di una straordinaria longevità biologica e accademica, percorse tutte le tappe della carriera universitaria raggiungendo il raro privilegio di essere nominato lettore “sopraordinario”, con l’eccezionale prerogativa di non dover più sottoporsi alle usuali riconferme e di mantenere a vita l’insegnamento affidatogli. Ecco in sintesi la sua esemplare carriera: laureatosi nel 1597, già nel 1603 venne nominato lettore straordinario di medicina teorica in diebus festis, insegnamento paragonabile all’attuale “terza fascia” istituito proprio quell’anno, ad personam; professore straordinario di medicina pratica in secundo Ioco nel 1607 e in primo Ioco nel 1612; professore ordinario in secundo Ioco nel 1618 e, finalmente, in primo Ioco il 2 gennaio 1632.

B.G. Selvatico Estense, in un lavoro realizzato nel 1922, in occasione del settimo centenario dell’Università di Padova, riporta con evidente orgoglio alcuni giudizi relativi all’antenato 1. Significativo quanto divertente quello attribuito a John Evelyn, in Veneto alla metà del Seicento perché «trovansi a Padova i più famosi professori d’Europa»: «usando bere vino rinfrescato con neve e ghiaccio, come è costume qua, io fui così malato di angina e mal di gola che quasi mi costò la vita. Dopo tutti i rimedi che il Cavalier Veslingio, primo professore qua, potè applicare, essendo chiamato il vecchio Salvatico (quel famoso medico), egli mi applicò coppette e scarificazioni in quattro posti della schiena, ciò che principiò a darmi respiro e per conseguenza vita, perché io era nel più grande pericolo: ma Dio essendomi stato pietoso, dopo una quindicina di giorni ero di nuovo fuori di casa».
Certi che all’epoca spesso l’intervento divino prevalesse su quello professionale, il nostro discorso rischia di arrestarsi in un vicolo cieco o, meglio ancora, in un circolo vizioso. È oggi infatti molto difficile dire − e ancor più dimostrare − quali meriti abbiano portato in cattedra Benedetto Selvatico e gli abbiano meritato gli onori ai quali abbiamo fatto cenno. Un aiuto ci giunge finalmente dall’esame delle sue Consiliorum et responsorum medicinalium centuriae quatuor edite a Padova nel 1656, due anni prima della morte. Una successiva edizione apparsa postuma a Ginevra nel 1662 conferma, se mai fosse necessario, la vasta fama del Selvatico e il diffuso apprezzamento per questa sua monumentale opera, che rappresenta la summa di oltre cinquant’anni di pratica professionale.

Ritratto di Benedetto Selvatico e frontespizio del volume stampato nel 1656.

Ritratto di Benedetto Selvatico e frontespizio dell’opera riprodotti nel volume edito a Padova nel 1656 da Paolo Frambotto.

Ma come possono aiutarci questi quattrocento tra consulti forniti a clienti privati e risposte date a quesiti sottopostigli da colleghi medici? Ci aiutano facendosi riconoscere come prodotti emblematici del loro tempo: responsi barocchi a interrogativi barocchi. Senza eccessive ricerche − ma non senza una certa dose di malizia − tra le centinaia di capitoli del volume di Selvatico abbiamo scelto alcuni casi che più che un libro scientifico ci ricordano un’ opera teatrale: “Melancholia Hypochondriacapro nobilissima Matrona; “De Affectione Flatulenta“, pro Nobili Anglo; “De Catharro Falso“, pro Generoso Patiente e “De Catharro Falso et Melancholica Affectione“, senza nome del paziente.
Da questa massa di dati possiamo riconoscere un medico perfettamente in sintonia con il suo tempo, capace di soddisfare le esigenze immediate ma non a mirare al futuro e, forse proprio per questo, destinato a non durare nel tempo.
Quanto detto non deve essere inteso come una critica ma solo come una constatazione.
Il nostro Selvatico fa parte di quella numerosissima schiera di personaggi che, molto noti in vita, vennero rapidamente dimenticati. Alcune evidenti analogie biografiche ed editoriali impongono un confronto tra Benedetto Selvatico e Giovanbattista Morgagni. È però subito evidente che, a parità di lunghezza della carriera e di numero di osservazioni cliniche, la fama imperitura del secondo è dovuta al modo nuovo di saper guardare “dentro” il paziente e, conseguentemente, di affrontare la diagnosi e le necessarie terapie.
Possiamo però anche guardare più vicino cronologicamente. Prendiamo ad esempio Santorio Santorio, che forse in vita non raggiunse i vertici di fama e di compensi del nostro Benedetto, ma che seppe però affrontare alcuni dei tantissimi quesiti della nascente fisiologia e della patologia ancora strettamente umorale con nuovi metodi di indagine sperimentali.
Se dunque il volume dei Consigli di Benedetto Selvatico − il suo monumento di carta − non ha retto il passare del tempo, miglior sorte è toccata alle testimonianze di pietra che egli ci ha trasmesso per celebrare la sua famiglia: oltre al monumento funebre da lui fatto erigere nella Basilica di Sant’Antonio, che milioni di fedeli ammirano, pur senza conoscere il nome dell’antico committente, e alla villa di Battaglia Terme, che oggi è stata riportata all’antico splendore, va ricordato il Palazzo di città, nell’attuale via Vescovado, donato con un gesto munifico degli ultimi proprietari, i nobili Antonio e Augusta de’ Buzzaccarini, proprio all’Università della quale il Selvatico si sentiva fieramente P.P.P.P. La fastosa dimora è ora diventata, dopo i restauri, sede della prestigiosa Biblioteca del Dipartimento di Storia.

1) Selvatico Estense B.G., Adriano Spighelio e Benedetto Selvatico, in L’Università di Padova nel VII centenario della sua fondazione. Numero unico, Padova 1922, p. 52.

Maurizio Rippa Bonati

Copertina della rivista: Padova e il suo territorio, n. 116.Questo articolo è stato pubblicato nel numero 116 (agosto 2005) della Rivista di storia arte e cultura PADOVA e il suo territorio, alle pagine 17-18.