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Battaglia e le sue acque

La navigazione fluviale euganea e gli opifici

In termini generali, parlando della navigazione fluviale e endolagunare ci riferiamo ad un fenomeno storico e sociale che investe la Pianura Padana in concomitanza con l’espansione urbana e con la ripresa economica che caratterizzò il basso Medioevo, al punto che “…riassumere la storia millenaria della navigazione attorno ai Colli Euganei vuoI dire delineare uno dei pilastri dell’ economia padovana tra medioevo ed età contemporanea. Con i suoi 265 chilometri di sviluppo, la rete navigabile patavina è stata fino alla metà del XX secolo una delle più estese dell’intera Penisola…22“.
La storia di Battaglia, “paese di barcari”, prende l’avvio nel XIII secolo grazie ad una posizione favorita dalla compresenza di canali artificiali navigabili e corsi d’acqua naturali.
A quell’epoca si era completamente formato un sistema idrografico complesso che interessava il comparto euganeo meridionale.
Il canale Bisatto, proveniente da Monselice (ma con origine a Longare) fu costruito nel 1143 da Veronesi e Vicentini sullo sfondo delle lotte comunali: deviando le acque del Bacchiglione per sottrarne il controllo a Padova, si garantirono così il collegamento con i centri di Este e Monselice e anche lo sbocco alla laguna di Chioggia, attraverso il canale di Pernumia.
Il Canale Battaglia, di poco successivo, fu invece realizzato dai Padovani tra il 1189 e il 1201: una direttrice artificiale navigabile, diretta e lineare, indispensabile per unire Padova a Monselice. Prima della sua costruzione infatti non esisteva un efficace collegamento diretto; la navigazione sfruttava un Fiumesello che, uscendo dalla cinta urbica padovana presso Porta Santa Croce, giungeva a Montegrotto (zona stazione ferroviaria) e da qui sino a Battaglia e al Porto di Galzignano23, oppure proseguendo attraverso un alveo minore sino ad un approdo secondario presso il lago di Arquà24.

Poco distante dal castello del Catajo, dal XVI secolo è funzionante la cosiddetta botte del Pigozzo, un traforo nella pietra lungo 66 metri, che convoglia verso S-E le acque del canale e dello scolo Rialto (il più lungo collettore di scarico, fluente dal comparto nord-orientale dei Colli verso il Vigenzone). Il Vigenzone (o Canale di Sotto) lambisce il quartiere degli opifici e del porto dell’antica borgata sulla riva destra, dove si concentrava un’intensa attività cantieristica e commerciale, e conduce le acque dei canali Bisatto e Battaglia fino a Chioggia e alle rotte adriatiche.
Nel XIII secolo nacquero anche le fraglie di barcaioli: nel XVIII secolo nel Padovano se ne contano ben 5: San Giovanni delle Navi e Portello (Ognissanti) a Padova; San Nicolò di Este; Monselice; San Baseggio di Piove di Sacco. La navigazione lungo l’asse Padova – Monselice fu disciplinata sino dal 1256 sia dagli Statuti padovani che dalle norme interne delle fraglie: barcaioli, mugnai (dei mulini di Mezzavia, Pontemanco, Battaglia, Rivella, Pernumia e Bagnolo di Monselice), fabbri e cartai si contendevano per le loro attività lo sfruttamento dell’ acqua del canale, ormai denso di traffici, merci e persone. In base ai registri della Palada della Rivella, si stima che nel periodo compreso tra la primavera e l’estate del 1563 lungo il Canale Battaglia siano transitate quotidianamente oltre una ventina di imbarcazioni25.
Il primo nucleo del borgo medievale, sorto come un gruppo di abitazioni costruite sulle rive del canale collegate da un ponte, si è rapidamente sviluppato in nodo commerciale per il trasporto delle merci via fiume (prodotti del comparto agricolo, pietrame dalle cave euganee), e in breve tempo è divenuto un nucleo proto-industriale, ospitando mulini e altri impianti azionati dall’energia idrica (fig. 3, numm. 1-4).

Fig. 3. Rappresentazione dei siti di interesse entro l’ambito del borgo antico (elaborazione di C. Maratini su base CTR 1:10000, taglio 147100. “Regione del Veneto – L.R. n. 28/76 Formazione della Carta Tecnica Regionale”). 1: Mulino dei Quattro; 2: Arco di Mezzo; 3: Mulino dei Sei e Cartiera; 4: Approdo; 5: Chiesa di S. Giacomo.

La forza delle acque è governata mediante sostegni e opere di ingegneria idraulica: a partire da sud, dal nodo idraulico della Rivella (1557-1565) sino all’Arco di Mezzo al centro del paese (XIII-XIV secolo) e da qui verso nord, fino alla Botte del Pigozzo e alla Conca di Navigazione (inaugurata nel 1923).
Al centro della città, sulla sponda orientale del canale, l’Arco di Mezzo regola il deflusso delle acque dal Naviglio verso il Vigenzone (fig. 3, num. 2). Si suppone che il manufatto idraulico debba essere sorto in concomitanza con lo scavo del canale stesso, sebbene il primo fabbricato qui documentato con certezza risalga all’epoca carrarese (impianto che nei secoli subì comunque numerose riparazioni, modifiche e miglioramenti).
La forza idrica generata dal salto di 7,5 m tra il Canale Battaglia e il Vigenzone ha alimentato in passato gli opifici qui installati: i mulini (convertiti a fine XIX nella prima centrale idroelettrica del territorio padovano), la cartiera, una sega e un maglio.
La più antica installazione produttiva connessa alla realizzazione del Naviglio sono stati certamente i mulini26, che sfruttavano la potenza del salto d’acqua presso l’Arco di Mezzo (figg. 23). Il centro di Battaglia contava due postazioni molitorie principali, entrambe site sulle rive del Vigenzone, ai due lati dell’Arco: la “fabbrica” dell’uno (detto “Dei Quattro”, dal numero delle ruote. Fig. 3, num. 1) è tutt’oggi riconoscibile, dal versante di Monselice. Del secondo (“dei Sei” Fig. 3, num. 3), che doveva trovarsi dal versante di Padova, non restano tracce: la sua attività cessò improvvisamente verso la fine del XIX (al suo posto fu realizzata una piccola centrale elettrica).
Le pale dei “molini terragni d’acqua” erano alimentate da canaletti (bove); l’afflusso dell’acqua era regolato attraverso varchi o porte. Documenti cartografici d’archivio raffigurano infatti l’Arco di Mezzo e gli opifici (Molino da Quattro, Molino da Sei, Cartiera, Pile) sul Canal Grande (o Vigenzone), con annotazioni dettagliate sulla tipologia degli impianti (fig. 2)27. Qui osserviamo anche la dislocazione delle bove, tre/quattro per ciascun mulino. Poiché non rimangono elementi in sito, solo sulla base delle descrizioni dell’epoca e per analogia con altri contesti possiamo ricostruire il funzionamento di questi impianti Le ruote disposte a coppie, ruotando in senso orario per azione dalla forza dell’acqua, trasmettevano il movimento agli altri elementi, azionando le mole macinatrici. Le macine erano anch’esse disposte a coppie, ma solo quella superiore era mobile.
La buona qualità delle rinomate farine dipendeva anche dall’utilizzo di materiale resistente all’usura della macinatura dei cereali28: tra questi il più pregiato sino dall’antichità era la trachite euganea (sebbene il suo utilizzo non fosse esclusivo).

Le radici della storia di questi complessi affondano nel Medioevo. Documenti d’archivio di inizio XIII secolo custodiscono il primo contratto di locazione in cui sia menzionato il mulino “dei Quattro”, con annesse pertinenze (tra cui una gualchiera, ovvero un impianto nel ciclo di produzione tessile). Alla stessa epoca, anche se di poco successive, risalgono notizie certe sulla presenza di un secondo mulino, anch’esso di proprietà del Comune di Padova. Nonostante i numerosi passaggi29, agli atti del XIV secolo esso risulta tra i beni appartenenti ai Carraresi, poi confiscati dai Veneziani. Diversamente, il mulino “dei Quattro” tra XIII e XV secolo annovera come azionisti principali il monastero padovano di S. Agata e la chiesa di S. Giacomo di Battaglia.
Tanto interesse va considerato alla luce dell’altissima redditività di questi potenti impianti, in primo luogo per la realizzazione di energia a basso costo e soprattutto per la loro capacità produttiva. L’abbondante produzione agricola locale garantiva l’approvvigionamento delle macchine. Inoltre, la posizione strategica del sito, allo snodo di una rete navigabile, ha favorito nei secoli la supremazia nel mercato padovano e nel distretto veneziano, sino a Chioggia e alla laguna, delle farine macinate a Battaglia e trasportate su imbarcazioni.
Gli statuti comunali già nel XIII secolo intervennero a regolamentare il controllo delle vie d’acqua, con riguardo ai settori di punta dell’economia locale: la navigazione e lo sfruttamento dell’acqua per il funzionamento dei mulini. Il possesso dei diritti di utilizzo di mulini implicava inoltre privilegi esclusivi sulle acque e particolari condizioni di approvvigionamento del legname dal bosco di Carrara e di pescheria.

Un documento del 1351 sull’affidamento del complesso di impianti, molini e folli, installati nella fabbrica del “Molino da Sei” ci offre il collegamento ad un altro polo di eccezionale interesse per il passato di Battaglia. Qui fu costruita infatti la prima cartiera del padovano, la seconda in Italia (fig. 2). Realizzata per volontà della signoria carrarese tra gli anni 1339-1350, produsse in regime di monopolio sino alla metà del Settecento30.
La realizzazione della carta a partire dal recupero di materia tessile (come stracci di cotone, canapa e lino) era particolarmente complessa e necessitava di acqua sia come forza motrice che per le diverse fasi di macerazione e lavorazione della materia prima (le strazze) e del prodotto finito (la carta bambasina). Per affinità con il ciclo della lavorazione dei tessuti (folloniche in antico o folli), le cartiere vengono dunque denominate “folli da carta”.
Anche in questo caso non resta molto della fabbrica della cartiera, ubicata all’inizio dell’attuale via Chiodare. Alcuni rilievi ci restituiscono la planimetria dell’opificio quando era ancora in funzione: gli spazi di lavorazione, prospicienti il Canale di Sotto, erano inoltre dotati di un proprio approdo (fig. 3, num. 4). Sul versante opposto della strada (ovvero sul lato nord di via Chiodare) invece erano i magazzini di deposito e gli alloggi dei lavoranti.
Al 1398 la cartiera di Battaglia constava di un follo (o posta, la ruota a pale) che azionava 6 pile per la triturazione degli stracci, con una tina adibita alla lavorazione della pasta finissima così ottenuta. Tra XVII e XVIII secolo la dotazione dell’opificio si accresce notevolmente, sino a censire otto folli (collegati a 136 piloni) e 5 tine31.
Le maestranze regolavano l’afflusso regolare e costante dell’acqua necessaria alle varie fasi di produzione, agendo su condotte che convogliavano l’acqua dal canale al meccanismo delle pale della ruota.
Alcune categorie erano addette a compiti specifici, come il rastrellamento e il trasporto degli stracci ai magazzini della cartiera, affidati rispettivamente alla fraglia degli strazzaroli e ai barcaioli. Per le fasi successive, come la selezione attenta dei tessuti (la qualità del tessuto condizionava la carta ottenuta, ovvero: reale -carta ordinaria-, mezana e cancelleresca, ed infine carta da strazzo) e la loro preparazione per la macerazione, nelle cartiere venete è attestato l’impiego di manodopera femminile.
Il mastro cartaio procedeva riversando il composto semiliquido, ottenuto dalla triturazione delle pezze macerate, entro la forma del foglio (simile ad un telaio) per farlo consolidare. La sua abilità permetteva nei tempi brevi di asciugatura di eseguire delicate operazioni per garantire l’uniformità del foglio. Su ciascun foglio veniva applicato un feltro e pile di fogli sovrapposti (poste) venivano pressati con un torchio.
Infine, i fogli, liberati dalla pressa e dal feltro, erano stesi ad asciugare nei tendadori all’ultimo piano della cartiera (anche questa fase è seguita da manodopera femminile). Nell’anno 1621 la cartiera di Battaglia comprende 7 folli collegati a 119 piloni, 29 pile di macerazione, 4 tine per la pasta e 3 tendadori. Sul foglio grezzo finito si applicava infine una colla di origine animale, ottenuta dalla cottura di scarti di lavorazione delle carni e delle pelli.

Le vicende della cartiera di Battaglia sono meglio documentate durante i secoli della dominazione veneziana (XV-XVIII). Sebbene sia un dato inconfutabile che l’installazione della cartiera di Battaglia avvenne per volontà dei Carraresi entro il secondo quarto del XIV secolo e che questo evento si collochi nell’ambito una politica di generale irrobustimento del dominio della Signoria, non sono emersi riscontri documentari univoci per fissare la data della conversione a folli da carta di alcuni dei mulini di loro proprietà in Battaglia.
Il più antico documento relativo alla fabbricazione fabrianese della carta bambasina risale al 1264; la cronaca dei Cortusii menziona per l’anno 1339 la costruzione dei folli per la produzione della carta a Padova: entro questa parentesi si collocano dinamiche connesse alla diffusione della carta e alla formazione di cartai specializzati nella nostra provincia (anche attraverso l’attrazione di maestri artigiani fabrianesi tra XIV e XVI secolo), preliminari alla creazione di un centro di produzione cartaria. La presenza di mastri cartai (cartolari e cartieri) è documentata nel Padovano dalla fine del XIII secolo; vale la pena di sottolineare che le botteghe o stationes di cartolari erano dei veri e propri laboratori artigianali: legatorie e rivendite, ma soprattutto centri di produzione della carta.
L’utilizzo della carta bambasina, dapprima esclusivamente importata e non ammessa per atti prodotti in giudizio, sopperì alle esigenze della Cancelleria carrarese e si affermò definitivamente nel corso del XV secolo come supporto per atti notarili e libri liturgici.
“La seconda metà del XVII secolo vede il paese animato da un insusitato dinamismo di attività” (Antonello 1989, p. 44); la forza dell’acqua viene sfruttata anche per azionare una pila da riso e la sega da legname (figg. 23).

Conclusioni

La nostra breve analisi ripercorre le vicende antiche di Battaglia, focalizzando sulle tracce di questo passato nel tessuto storico e monumentale del borgo; il nostro scopo è coglierne i tratti salienti, dalla singolare nascita allo straordinario sviluppo durante quattro secoli centrali nella storia postmedievale e moderna del sito (XV-XVIII).
Il progressivo abbandono del canale come arteria di comunicazione e di trasporto di merci e persone condiziona in modo determinante (e inesorabile) il sistema economico e produttivo del paese.
Ancora nel pieno XIX secolo la risorsa del sito è lo sfruttamento della navigazione fluviale: “Il paese di Battaglia è importante per la sua posizione. Di fronte al continuo passaggio di ruotabili di passeggeri, come per carichi di merci d’ogni sorta, sta la prosperità del suo commercio, così animato, così progrediente, così utile al comune tutto da dovere seriamente pensare di coltivarne i mezzi che lo rendano costante32“.
La profonda trasformazione del settore economico nel secondo dopoguerra, congiuntamente al declino della navigazione fluviale, travolse definitivamente anche gli storici mulini di Battaglia.

Chiara Maratini

NOTE

22) Grandis 2005, p. 229.
23) In occasione di interventi di riassetto della maglia idrografica per migliorare le condizioni di navigabilità, come il Retratto di Monselice (1557-1571) furono interrati o di smessi segmenti di questa rete secondaria.
24) Grandis 2005, p. 229.
25) Grandis 2005.
26) Antonello 1989.
27) Battaglia 1787, Pianta degli opifici posti all’inizio del Canal Grande (“Disegno iconografico” A.S.V. Beni Inculti PD-Pol. Rot. 337, n 10A, dis. 4).
28) “A fine Settecento si macinavano i cereali praticati oggi giorno, e cioè frumento, mais e riso e sembrano ormai poco usati quelli minori, come spelta, miglio, sorgo, avena, ben noti secoli prima”, Antonello 1989, p. 46.
29) “La dinamica sembra riflettere le alterne fortune delle élites politiche padovane, coinvolte nella dura battaglia per il potere, con soluzioni ed assetti ove non manca la discreta presenza di esponenti veneziani.”, Antonello 1989, p. 42.
30) Grandis 1989.
31) Grandis 1989, p. 65.
32) A. C. B., Delibera del Consiglio Comunale (C. C.) 2 ottobre 1872.

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Copertina della rivista Terra d'Este, n. 52.

Questo articolo è stato pubblicato nel numero 52 (luglio-dicembre 2016) della Rivista di storia e cultura Terra d’Este, (edita dalla Società Gabinetto di Lettura di Este), alle pagine 67-91.