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Andar per acque: da Battaglia a Rivella

Andar per acque da Padova ai Colli Euganei, lungo i Navigli, secondo un itinerario in barca e in bicicletta: in questa seconda parte, il tratto che va da Battaglia a Rivella.

Qui la prima parte.

Schede
L’energia dalle ruote idrauliche | La carta bombasina | Le macchine per la macinazione | La “guerra dell’acqua” tra Padova e Vicenza | Il fiume e la città | Viaggio dell’acqua termale lungo un quarto di secolo | Canapa e maceratoi | Il retratto di Monselice | Alvise Cornaro | Smanie per la villeggiatura | Le case rurali | I patti colonici | Il paesaggio di bonifica | Le tradizionali forme della campagna | Il grand tour di Montagne e la botte | I primi vini ‘D.O.C.’ dei Colli | I porti dei Colli e il Petrarca ad Arquà

I rimandi tra parentesi contrassegnati da un asterisco non trovano qui il testo o l’immagine corrispondente [NdR].

DESCRIZIONE

tav. 12 Battaglia Terme (2a parte)

Percorso fluviale a Battaglia Terme.

1. Villa Obizzi, castello Catajo – 2. Azienda agricola Salvan – 3. Botte del Pigozzo – 4. Idrovora Palù Catajo – 5. Chiesetta del Pigozzo – 6. Ferro di Cavallo – 7. Monte Croce – 8. Conca di navigazione – 9. Squeri a Battaglia: 9a Via Squero, 9b Squero Cobelli – 10.Museo della Navigazione Fluviale – 11. Ponti: 11a. delle Terme (1996), 11b. Nuovo (1838), 11c. Ponte dei Scaìni (ricostr. 1947), 11d. Passerella metallica, 11e. Ponte del Catajo sul naviglio (ricostr. 1883) – 12. Sostegno Arco di Mezzo – 13. Mulino dei Sei – 14. Cartiera – 15. Mulino dei Quattro – 16. Sega e maglio – 17. Battaglia Terme (abitato) – 18. Chiesa di San Giacomo -19a. Palazzo Cini-Masini; 19b. Vecchio municipio – 12/6 Canale Monselice.

A. Scolo Rialto – B. Ferrovia Padova-Bologna (1866) – C. Boarìa Berto, già Rango – D. Cippo indicante via Elisea – E. Canale Vigenzone – F. Canale di Sotto – G. Ponte del Catajo sul Rialto – H. Officine Galileo – I. Mandràcio del Rialto – L. Canale della Sega – M. Ponte Chiodare sul Canale Rialto – N. Sifone Salvan.

12.12 Arco di Mezzo, centro del sistema idraulico padovano

Il nome non lascia trasparire la funzione di questo manufatto, tipica di tutti i sostegni o cateratte, che consiste in questo caso nel favorire lo scarico controllato delle acque del Naviglio Euganeo. Quest’ultimo, essendo fortemente pensile, cioè molto più alto del terreno circostante, rende l’Arco di Mezzo estremamente importante per la regimazione di tutte le acque padovane. Infatti se esso venisse aperto totalmente, tutti i corsi d’acqua padovani rimarrebbero quasi all’asciutto. Non c’è perizia di idraulico conservata negli archivi pubblici padovani e veneziani che non faccia riferimento all’Arco di Mezzo.
A questo punto si può chiedere conto di questo strano nome. Il manufatto è costituito da tre aperture dotate di paratoie mobili; con le due laterali, larghe 5 metri, si “animano” le ruote idrauliche, il mulino dei Sei (sei ruote) a sinistra e il mulino dei Quattro a destra; l’arcata centrale (5,20 m) è destinata allo scarico delle “acque grosse” e per questo è molto importante per la regolazione dei livelli. Da qui probabilmente deriva il nome del manufatto. Sul dorso dei tre archi corre la strada statale e si erge un casello che contiene tutte le attrezzature per muovere le paratoie a ghigliottina.
L’Arco di Mezzo, oggi visibile, è frutto della ricostruzione effettuata nel 1946 dopo i gravi danni subìti durante un bombardamento aereo della II Guerra Mondiale. Peccato che in tale occasione siano andate perdute le lapidi collocate sulla parete orientale del casello, prospiciente la statale.
Poche ed incerte sono le notizie circa il suo originario impianto. Data la natura pensile del Naviglio Euganeo è verosimile pensare che sia stato realizzato sin dalla costruzione del canale (1201). L’Arco di Mezzo pertanto potrebbe essere opera del libero comune padovano. I Signori di Padova e successivamente i Veneziani provvedono a mantenerlo in efficienza, sia pure con gravi difficoltà, a causa della forte caduta d’acqua e del materiale usato poco duraturo. Il manufatto a quest’epoca è dotato di un casello di legno che poggia su palafitte, le paratoie sono pure in legno e per questo occorre un notevole sforzo per muoverle. A serrare le saracinesche bastano pochi uomini, ma per aprirle ce ne vogliono 16-20; quando necessita il loro aiuto si ricorre alle campane della vicina chiesa. È il cavarzeràn (sorvegliante idraulico) di Monselice che dà disposizione al custode di aprire o chiudere le porte, disposizioni che vengono trasmesse dal trombetta, una sorta di messo, dalla città della Rocca a Battaglia. Una s’ciona di ferro piombata, posta sulla parete di una casa attigua al ponte della Pescheria di Monselice, serve da spia o segnale di riferimento del livello del canale.
Nel primo ‘800 la vecchia cateratta comincia a dare segni di cedimento e nel 1829 è demolita del tutto, dopo che si è presumibilmente provveduto a chiudere il canale con robusti cavedoni di terra.
Nel 1830-32, in piena dominazione austriaca, lo sbarramento viene totalmente ricostruito in muratura sotto la direzione di Gioantonio Volpi e l’edificio così realizzato risulta del tutto simile a quello attuale.

Sostegno, detto Arco di Mezzo, a Battaglia Terme (1830).

Sostegno, detto Arco di Mezzo, a Battaglia T. (1830).

(Carta Idrografica Stradale Amministrativa Consorziale della Provincia di Padova, 1862)

13.12 Mulino “dei Sei” e prima centrale idroelettrica padovana
Documenti d’archivio attestano che questi mulini vengono piantati dopo lo scavo del canale Padova-Monselice e ben presto diventano di proprietà dei Carraresi, signori di Padova, che ne vengono poi spogliati nel 1405 con la caduta della Signoria. I mulini passano quindi alle famiglie patrizie veneziane Morosini e Cornaro. Consistono in quattro ruote che diventano sei a metà del ‘600; in questo torno di tempo, per la pilatura del riso se ne aggiungono altre due, poco più a valle, mosse dalle acque “scapatizie”, sfuggite cioè alle ruote poste a monte. Nel 1787 le ruote da pila aumentano a tre e, nel frattempo, alle proprietà del patriziato veneziano si aggiungono quote del monastero delle Vergini e di altri monasteri patavini. Il possesso nel 1832 si trasferisce ai Minchio, che già gestiscono l’opificio da prima del 1817 e, nel 1855, ai conti Wimpffen, che provvedono a restaurare gli impianti, trasformati poi nel 1895 dalla Società Euganea di Elettricità di Battaglia in centrale idroelettrica, la prima in tutto il territorio padovano. Dalla centrale, oltre ai collegamenti con Battaglia e con villa Selvatico, partono due linee elettriche di distribuzione: una per Monselice ed Este (che alimenta la linea tranviaria Este-S.Elena, poi sostituita da autobus), e l’altra per Conselve. Successivamente la società viene assorbita dalla potente S.A.D.E. di Venezia che continua a produrre elettricità da una turbina idraulica, ed anche da una termica, sino all’ultima guerra. L’impianto viene poi abbandonato ma non dimenticato, tanto che alcuni anni dopo la ditta Casarotto di Vicenza, attuale concessionaria, installa una nuova e più potente turbina che continua tuttora ad utilizzare l’energia idrica per produrre elettricità. L’antico sfruttamento di questa forza è attestato da una targa in pietra tenera murata all’esterno del fabbricato prospiciente l’Arco di Mezzo.

Mulino ad acqua terragno, Stampa del primo ‘600.

Mulino ad acqua terragno, in un ‘incisione del primo ‘600.

(“Nuovo teatro di machine et edificii”, V. Zonca, 1607)

L’energia dalle ruote idrauliche
I dislivelli naturali e artificiali, che accelerano la velocità di scorrimento dell’acqua, un tempo sono stati sfruttati per muovere le macine dei mulini, i folli delle cartiere e i magli nei vari opifici e ora muovono le turbine delle centrali idroelettriche. Un esempio di questo benefico sfruttamento, che dura da oltre otto secoli, lo troviamo proprio a Battaglia; qui la caduta d’acqua tra il canale alto (Naviglio) e quello basso (Sottobattaglia) arriva alla misura di 7,4 metri, del tutto eccezionale nella piatta Pianura padana. Proprio per sfruttare questa preziosa situazione, sino a tutto il ‘700 sulla riva orientale del Naviglio ci sono almeno quattro gruppi di ‘prese’ d’acqua (bove con vampadure). Venendo da Padova si incontrano, prima dell’Arco di Mezzo, la derivazione per la cartiera (v. 14. tav.12), in angolo con l’attuale via Chiodare, poi quella del mulino “dei Sei” e della pila di riso, sei ruote più due, l’unico impianto per la brillatura del riso di tutto il Monselicense (v. 13. tav.12). Dopo l’Arco, la derivazione del mulino “dei Quattro”, ed infine la presa della sega e del maglio poco più avanti, in prossimità della chiesa di San Giacomo. Questi manufatti azionano opifici a sè stanti e nel loro complesso mettono insieme la più consistente concentrazione di ruote idrauliche del Padovano, dopo quella di Ponte Molino a Padova. Quest’ultima però è composta da mulini tenuti a galla da particolari natanti, chiamati sandoni, quindi non alloggiati in stabili, come avviene a Battaglia.
Sino all’avvento della corrente elettrica, cioè sino alla fine dell’800, le ruote mosse dall’acqua forniscono gran parte dell’energia necessaria alle varie attività. La proprietà delle ruote, proprio per questo, è piuttosto ambita dalle famiglie facoltose e dagli ordini religiosi che investono i propri capitali in queste imprese, ma non s’impegnano nella loro gestione e perciò spesso le affittano allo scopo ovviamente di ricavarne reddito. Le quote di proprietà, che oggi sono quantificate in percentuali o in millesimi, sono per secoli espresse in “carati”, cioè in ventiquattresimi, consuetudine questa conservata ancora nei pubblici registri navali.
Attualmente di tutte le ruote idrauliche di Battaglia ne è rimasta soltanto una funzionante, la turbina idroelettrica posta sul lato del Mulino dei Sei (v. 13. tav.12).

14.12 La cartiera
Per la produzione di carta destinata agli enti pubblici, in ciascuna provincia di tutto il Dominio veneto operano più cartiere. Nel territorio di Padova, invece, esiste un regime di monopolio: la carta è fabbricata soltanto dalla cartiera di Battaglia.
Sorto per volontà della signoria carrarese (1339), l’opificio funziona per oltre 450 anni sino a tutto il ‘700. Nonostante siano trascorsi due secoli dalla chiusura, della cartiera rimangono ancora alcune tracce. L’edificio che l’ospitava, seppur radicalmente modificato, è identificabile in angolo tra la strada statale e via Chiodare, a ridosso del mulino “dei Sei” mentre al di là di via Chiodare si trovano gli alloggi dei lavoratori e i magazzini di deposito. L’acqua del canale serve non solo per muovere le ruote dei folli, ma anche per alimentare le diverse fasi di macerazione e lavorazione degli stracci e, per questo, deve essere pulita ed esente da limo e sabbia che peggiorerebbero la qualità della carta.
La posizione dell’opificio è favorevole anche per ricevere stracci (materia prima) e per spedire il prodotto finito (carta) tramite le barche da carico.
La comoda possibilità di trasporto in barca sia degli stracci che della carta, oltre all’energia idraulica fornita dalla caduta d’acqua, deve aver influito non poco sulla scelta del sito dove far sorgere lo stabilimento.
La proprietà dei Carraresi dura sino alla confisca veneziana del 1405 in favore di Francesco Corner e dei fratelli Morosini, riconfermando il monopolio che non ha certo contribuito ad elevare la qualità del prodotto, considerato infatti mediocre. Il privilegio (monopolio) cessa solo nel 1765 e gli ultimi gestori della cartiera sono Giuseppe Zucchetta e Carlo Comini.

La carta bombasina
La carta così detta bombasina, ottenuta dalla macerazione degli stracci di cotone, lino e canapa opportunamente miscelati, va a sostituire le vecchie pergamene di pelle animale. Verso la metà del secolo XIII i cartai fabrianesi riescono a perfezionare la tecnica araba nella fabbricazione della carta: ai battitori manuali che sfibrano a fatica modeste quantità di stracci con magli di legno, si sostituiscono batterie di magli a testa di pietra, azionati da ruote idrauliche, con ovvio risparmio sui costi di produzione; per la collatura dei fogli, che prima veniva fatta con amidacei e allume, si impiega ora la gelatina animale, che conferisce al prodotto elasticità, resistenza e conservabilità, qualità queste non possedute dalla carta araba. Il nuovo sistema, che viene acquisito in tutta Europa, è introdotto a Battaglia nel 1339 da Pace da Fabriano per iniziativa di Ubertino da Carrara, signore di Padova.
Ma vediamo più da vicino la nuova tecnica che ha segnato una sorta di rivoluzione tecnologica nel settore.
Dunque la materia prima per produrre la carta sono gli stracci (oggi è la cellulosa), il cui approvvigionamento è affidato alla
fraglia degli strazzaroli. Il materiale viene depositato nei magazzini dove avviene la cernita dei vari tipi di tessuto e la separazione di quelli bianchi dai neri. L’operazione è importante per assicurare la qualità del prodotto finito ed è riservata al proletariato femminile. Gli stracci, una volta tolte le impurità, vengono tagliati a pezzi e lavati in mastelli, poi compressi ed eventualmente aggiunte piccole quantità di calce per favorire la macerazione e la fermentazione, che solitamente durano una settimana. Arrotolati a forma di salame si procede al taglio in pezzi più piccoli per poi versarli in tinozze e da queste nei folli per la definitiva triturazione. La macchina per pestare i cenci e ridurli in pasta fina è costituita da una ruota mossa dall’acqua, da un lungo fuso o mello sul quale sono innestate numerose cavicchie (calettoni). La ruota, solidale al fuso, girando muove le stanghe appoggiate ai calettoni del fuso. A queste stanghe sono agganciati dei piloni, detti pestelli, che oscillano verticalmente schiacciando gli stracci contenuti in un’ampia vasca di legno o di pietra. Il funzionamento ricorda quello dell’albero a camme degli odierni motori oppure il meccanismo del tradizionale carillon.
Per una perfetta frantumazione dei cenci occorrono 24-30 ore. Nella cartiera di Battaglia si arriva ad avere una dotazione di 8 folli che muovono 136 piloni, con 5 tini nei quali viene fatto scorrere un velo d’acqua pulita. La pasta così ottenuta viene stesa su appositi telai il cui fondo è formato da fitti e sottili fili metallici che lasciano scolare l’acqua e determinano i caratteristici segni sulla carta, da cui deriva l’aspetto vergato della carta fatta a mano. Il foglio sgocciolato viene posto sopra un feltro di panno assorbente. Intercalando fogli e feltri si ottengono delle cataste che sono pressate per mezzo di un tòrcolo, simile al torchio da stampa. Tolti dalla pressa, i fogli sono posati su appositi stenditoi ben aerati, piegati a metà e appesi su fili di canapa tesi tra due cavalletti. Ultima operazione è la ‘collatura’ con colla animale per rendere equilibrato l’assorbimento dell’inchiostro in fase di utilizzo della carta. Per individuarne la provenienza i fogli vengono segnati con apposita filigrana. Questa si ottiene mediante un filo posto sul fondo del telaio con un particolare disegno (logo, diremmo oggi) che diventa leggibile, soprattutto in trasparenza, in quanto provoca l’assottigliamento del foglio.

15.12 Mulino “dei Quattro”
Originariamente appartiene al libero comune di Padova (1208) che poi cede alcune quote al monastero di Sant’Agata e Santa Cecilia.
Nel 1806 passa dal demanio, che l’aveva confiscato dopo le soppressioni napoleoniche, a privati proprietari (Borsotti, Faccanoni) e, alla fine dell’800, alla Società Veneta di Macinazione, una delle più importanti imprese del settore. Essa attua una radicale ristrutturazione dell’impianto introducendo il nuovo sistema di macinazione a cilindri (in sostituzione delle macine di pietra) e, per farlo funzionare, installa una turbina per la creazione di forza motrice. La produzione allora raggiunge circa 800/900 quintali di farina al giorno e occupa una quarantina di operai.
Nel 1936, su progetto dell’ingegnere Giuseppe Carazzolo, tecnico coinvolto anche nella progettazione dei mulini Ercego a Padova (v. 5. tav.1*), è messa in opera una nuova turbina nel piano interrato. L’edificio, che la contiene, conta ben cinque piani e un silo con una capacità di 15.000 quintali. Il mulino cessa la sua attività alla fine degli anni ’60 del ‘900 e alcuni anni più tardi viene trasformata in un grande condominio residenziale.

Le macchine per la macinazione
L’acqua, sino a tutto l’800, costituisce la principale fonte di energia, un po’ come oggi succede con il petrolio. Scorrendo muove le ruote idrauliche dei vari opifici, come i mulini, i folli, i magli, le cartiere, le pile da riso. Fra questi i più numerosi sono i mulini che possono essere terragni, cioè piantati in terra, oppure edifici lignei eretti su scafi galleggianti. In ogni caso sono costituiti da un fabbricato che contiene le attrezzature per macinare (mołìn de sòto) e, all’esterno, la ruota idraulica a pale piane e raggi (mołìn de fora). La spinta è esercitata dall’acqua che avanza veloce sotto la ruota, all’interno di un cataletto (gora o callone) dotato di quanto necessario per regolarne o sospenderne il flusso mediante soglie, bove (paratoie) e relativi gargàmi (apostoli), nonché rastrelli per fermare i corpi solidi trascinati dalla corrente. La ruota (motore) fa girare una robusta asse di legno di rovere (fuso) che trasmette il movimento rotatorio allo scudo (lubecchio), una sorta di corona dentata a pioli (36 denti, detti gioie); questa, a sua volta, è ingranata ad un manicotto con fuselli a rocchetto (a lanterna o a gabbia di scoiattolo, in legno di noce) che sposta l’asse di rotazione da orizzontale a verticale; il moto viene trasferito ad un’asta (albero del mulino) che passa per il centro cavo della macina (o palmento) inferiore (giacente o morta) e che va a saldarsi a quella superiore (corrente) attraverso la naecia (nottola), ferro a forma di farfalla. Le macine (le più pregiate sono quelle Bressane della Val Camonica in roccia arenaria) sono fasciate con dei cerchi metallici per assicurarne una maggiore durata nel tempo. Sopra le macine o mole, trovano posto la tramoggia, contenitore in legno ove si versa il cereale da macinare, e il pontesèlo che regola la caduta. Le cariossidi (semi di cereali) vengono immesse tra le due macine (una ferma e l’altra rotante) attraverso il foro della macina superiore, solo parzialmente occupato dalla nottola, subendo quindi la frantumazione sino a diventare farina. Le macine sono chiuse all’interno del mezal, contenitore che evita che la farina si disperda. Di mese in mese le macine vengono disarmate capovolgendo quella superiore per rifare le scanalature alle superfici combacianti. La rabbigliatura, così è detta questa operazione di mettere a filo la pietra, è eseguita con speciali scalpelli (martelline). Il violento contatto fra questi ultimi e il palmento produce piccoli frammenti incandescenti che, cadendo sulle mani dei mugnai, provocano piccole e caratteristiche ustioni alla pelle. Un’incastellatura, chiamata castello, regge ad una certa altezza del locale le macine e gli ingranaggi; sotto il castello è posto il casson con all’interno un rudimentale setaccio chiamato buratto.
Queste macchine, perfezionate in secoli di esperienze, nel giro di pochi anni diventano obsolete e nel primo ‘900 lasciano il campo ai mulini a cilindri elettrici, molto più produttivi e meno faticosi.

16.12 Sega, maglio e industria battagliense
Sulle pareti esterne di due edifici attigui di via Officine, non lontani dalla chiesa di San Giacomo, sono poste due targhe ottocentesche in pietra: “Contrada della Sega” e “Opifizio del Maglio”. Nelle vicinanze si può notare dal naviglio una chiavica da cui nasce un canaletto, detto Seriola o della Sega, che si congiunge dopo pochi metri al canale Sottobattaglia. Un documento del 1232 cita la fovea segae che dovrebbe riferirsi proprio a questo canaletto. A meta ‘600 risulta che un certo Girolamo Ruzzini possiede in loco una sega a due ruote da “mola da guzzar” (per affilare le lame). Nel 1686 Michiel Bernardo è proprietario, oltre che di una mola, di una sega da legname e di un maglio da ferro, sempre mossi dall’acqua. L’attività della segheria, però, insediata vicino al centro abitato, causa spesso danni al sagrato della chiesa e al contiguo ed angusto cimitero.
Alla fine dell’800 la proprietà passa dai Wimpffen, che in precedenza avevano acquisito l’opificio, a Francesco Rinaldi e così la vecchia bottega artigiana si trasforma in una vera e propria industria; nel 1902 viene fondata la società in accomandita “Officine di Battaglia” per la fabbricazione di macchine agricole e nel 1913 viene trasformata in società anonima dotata di una fonderia di seconda fusione per le costruzioni metalliche più disparate, compresi anche manufatti per le conche di navigazione. Il nuovo gruppo proprietario, la S.A.D.E., si dedica anche alla produzione elettromeccanica. Nel 1931 avviene la fusione con le Officine Galileo di Firenze e negli anni ’60 le Officine elettromeccaniche Galileo di Battaglia sono a capo del gruppo che comprende gli stabilimenti di Firenze, Milano, Marghera, La Spezia e Taranto. A seguito del nuovo sviluppo i dipendenti, tra operai ed impiegati, raggiungono le 1200-1300 unità; in questo modo Battaglia risulta essere il paese più industrializzato del Padovano. L’espansione della fabbrica è tale da travalicare i confini territoriali di Battaglia stessa per occupare anche terreno del vicino Comune di Pernumia. Negli anni ’60 la nazionalizzazione degli impianti di produzione di energia elettrica, quindi anche della S.A.D.E., porta la Galileo (25% della produzione elettromeccanica italiana) a condividere le alterne sfortunate vicende della Montecatini-Edison, finché nel 1973 la proprietà decide la fusione con la Magrini di Bergamo, altra azienda elettromeccanica della Montedison. Pochi anni dopo (1984) il complesso viene smembrato: il settore elettromeccanico, insistente sul territorio di Battaglia, viene ceduto alla società francese Merlin Gerin, mentre il resto rimane alla O.M.G. (Officine Meccaniche Galileo). L’azienda elettromeccanica modifica la sua ragione sociale in Nuova Magrini Galileo e oggi è controllata dal gruppo austriaco VA TECH. La carpenteria metallica invece, pochi anni dopo, viene chiusa e trasferita a Marghera.

Officine di Battaglia, Reparto forgia; a sinistra, il vecchio maglio ad acqua. La foto è del 1907.

Reparto forgia delle Officine di Battaglia (1907). A sinistra il vecchio maglio ad acqua.

(Raccolta G. Bonafè)

17.12 Originalità dell’abitato di Battaglia Terme
A chi raggiunge Battaglia attraverso la strada statale Adriatica si presenta un paesaggio quantomeno insolito: il ponte “alla veneziana”, che unisce le due rive del naviglio, la statua di San Zuàne, protettore dei naviganti (v. 11. tav.12), il listón con funzione di piazza mercato, in parte ricavata dalla demolizione nel 1872 di tre edifici posti tra la via Maggiore o Traversa e il naviglio, rappresentano il ‘cuore’ del paese. È un centro storico che ricorda più le località fluviali o marinare di altre province venete piuttosto che il tipico borgo rurale euganeo del Padovano.
Le case, addossate le une alle altre, si snodano sulle riviere creando vie simili alle “fondamenta” veneziane. Il canale di Sopra (Naviglio Euganeo), che taglia in due l’abitato, non è delimitato da argini di terra, ma da muraglioni eretti nel 1814-18, dopo una pericolosa piena. Dietro le due schiere di fabbricati, che formano la zona residenziale ‘nobile’, si sviluppano antichi nuclei popolari a ‘corte’, abitati prevalentemente da operai o ex barcàri, che sboccano nella via principale mediante “sotoporteghi”, ricalcando anche in questa caso la struttura dei “campi” e “campielli” veneziani.
Questo assetto urbanistico, tipicamente anfibio, si è andata delineando lungo i corsi d’acqua navigabili che, a Battaglia, formano una sorta di crocevia; qui si incontrano, o meglio si scontrano, le acque provenienti dal Bisatto (Monselice) con quelle derivate dal Bassanello (Padova) mediante il canale Battaglia. Le acque unite, attraverso un salto di oltre 7 metri, originano il canale Vigenzone che costituisce la via brevis di collegamento con Chioggia e la laguna di Venezia, alternativa al più lungo naviglio Brenta. Ai canali navigabili si aggiungono le ‘acque basse’ che, sfruttando la pensilità del naviglio Battaglia (per questa chiamata anche canale di Sopra), lo sottopassano per unirsi anch’esse al Vigenzone. Questa situazione ha determinato complessi problemi idraulici che per secoli hanno preoccupato gli abitanti della zona a causa delle frequenti piene.

1.17 Canale Bisatto
Il suo nome, anche se popolarmente collegato alla presenza dei bisàti (= anguille) che ancora oggi qualche fortunato pescatore riesce a pescare, sembra piuttosto riconducibile alla tortuosità del percorso.
Infatti il nome Bisatto viene di solito associato al caratteristico percorso sinuoso del canale che, nei tratti meno antropizzati, conserva diverse anse naturali. Scorre in trincea da Longare (Vicenza) fino a Ponte di Nanto; qui comincia ad elevarsi rispetto al terreno circostante e prosegue in direzione di Albettone, di Este e Monselice, dove prende il nome di questa città.
Originariamente a Longare fu deviata parte dell’acqua del Bacchiglione mediante un pennello fisso, posto sulla riva destra del Bacchiglione, sistema questo analogo a quello già visto all’incile del canale Battaglia (v. 12. tav.6*). Successivamente nel 1521 fu costruito un primo manufatto regolatore per cercare di dirimere la controversia che era sorta tra Lozzo e la città di Padova per un’equa suddivisione della portata tra il ramo principale del Bacchiglione e il Bisatto. In quell’anno il Senato veneto decise che 1/6 della portata del Bacchiglione venisse deviata verso il Bisatto. L’edificio venne rifatto nel 1634 per opera di Marino Zane, a seguito di una decisione del Senato veneto, come è testimoniato nella lapide collocata attualmente sulla parete esterna. Nel 1772 questo sostegno-regolatore rovinò; a redigere un nuovo progetto furono chiamati i “matematici” Simone Stratico per la città di Padova e A. Lorgna per il Consorzio di Lozzo. Il nuovo manufatto, tuttora esistente anche se in attesa di urgenti riparazioni, è completato nel 1805 sotto la direzione di Letter.

Chiavica lungo il canale Bisatto. Sullo sfondo, il monte Lozzo.

Chiavica lungo il canale Bisatto e, sullo sfondo, il monte Lozzo.

(Foto dell’autore)

A Monselice il Bisatto si collega con il canale proveniente da Battaglia, ma prima dello scavo di quest’ultima idrovia (1201), scaricava forse le sue acque in un ramo, ora abbandonato, del Vigenzone che si dirigeva, come oggi fa il Bagnarolo, verso Pernumia.
Proprio il percorso, caratterizzato da un’evidente sinuosità, fa supporre che il Bisatto non sia un canale artificiale, bensì il ramo naturale di un fiume che andava a confluire ad Este forse in un ramo del vecchio Adige (v. scheda Il fiume e La città), ora migrato a sud. Gli storici infatti escludono che Vicenza si sia impegnata nell’escavazione di un canale di tanta lunghezza (36 km da Longare ad Este) e tutto artificiale. Quando nel 1145 i Vicentini deviano il Bacchiglione verso il Bisatto, probabilmente non realizzano una costruzione ex novo, ma un incanalamento su una via d’acqua già esistente che per l’occasione è sistemata, allargata e collegata. Si tratterebbe forse del ramo meridionale del Bacchiglione (già Retrone/Edrone, nome che attualmente è ristretto al suo corso superiore) che qualcuno identifica con il medievale Sirone.
Più tardi il Bisatto, chiamato Riviera o anche Bacchiglione, cambia alcuni tratti del suo tracciato: per esempio nella zona di monte Lozzo il canale scorreva ad ovest del monte, lambendo il Castello di Valbona, e più a valle seguiva l’attuale scolo Lozzo sino a Rivadolmo. Nel 1587, in località Anconetta (da “icona”, immagine religiosa posta su un capitello a nord del monte Lozzo), viene provocata una deviazione (o si verifica una rotta spontanea) del Bisatto verso est, nella valle situata tra i monti Lozzo, Partizzon e Cinto. L’evento sembra avere conferma anche dal toponimo “Tajo”, raccolto dal naturalista Antonio Mazzetti, proprio nel luogo dove si presume si sia verificato il cambio di percorso. Nel letto abbandonato, chiamato Bacchiglione Vecchio, è rimasto lo scolo denominato Condotto di Valbona.
Al Bisatto però non sono collegabili soltanto eventi di tipo idraulico: all’inizio del ‘400 il canale è risistemato per favorire la navigazione lungo l’intero tratto, da Longare ad Este. La navigabilità del corso d’acqua in questa periodo è dimostrata dal patto di dedizione di Vicenza a Venezia del 1404: in esso si stabilisce che le imbarcazioni, che collegano le due città, possono passare per Padova solo pagando il dovuto dazio, oppure devono fare rotta “per locum della Batalea” (Battaglia), attraverso Longare, Este e Monselice, cioè lungo il Bisatto. Tuttavia questa alternativa, che i Vicentini seguivano per raggiungere la capitale, è risultata sempre difficile. Già verso la fine del ‘500 la navigazione si limitava al tratto a valle di Betòn (Albettone) a causa degli insediamenti molitori di questa località e di quelli di Costazza, Castegnero, Nanto e Barbaran. Ma anche più a valle il transito di natanti è sempre stato difficoltoso per la sinuosità e ristrettezza dell’alveo. I barconi che vi navigavano trasportavano prevalentemente calcare e calce e non potevano superare in lunghezza una quindicina di metri. Già all’inizio del ‘900 il traffico si era fortemente ridotto. Le poche barche chioggiotte arrivavano sempre più faticosamente fino alla scala di ponte delle Grazie ad Este con il loro carico di ortaggi e ripartivano dopo aver imbarcato il letame prelevato dalle concimaie di via Rana Ca’ Mori. Questi viaggi cessarono del tutto allo scoppio della seconda guerra mondiale. Ancora oggi il nome della località Burchia, dirimpetto a Vo’ Vecchio, testimonia che a Vo’, come ad Albettone ed in altre località rivierasche, esisteva un discreto traffico fluviale, sia pure con i disagi sopra detti.
Oggi il Bisatto, liberato da tempo dalle ruote dei vari opifici idraulici, serve soltanto come collettore di acqua irrigua e viene alimentato dal contributo soprattutto del Liona (v. 1. tav.27*); in località Sostegno, poco più a monte di Este, viene impinguato anche dal fiume Frassine per mezzo di un altro manufatto idraulico (v. 1. tav.21*). Da qualche anno per lo stesso scopo il Bisatto riceve acqua anche dall’Adige, o attraverso il già citato Frassine, oppure da una condotta che la introduce direttamente a Ponte di Barbarano. Purtroppo queste ultime immissioni, gestite dal Consorzio L.E.B. (Lessinio Euganeo Berico, consorzio di consorzi, cioè di secondo grado), sono diventate essenziali per la vivificazione del Bisatto a causa della sconcertante inefficienza del regolatore di Longare che da diversi anni non permette una sufficiente derivazione d’acqua dal Bacchiglione; inoltre l’acqua dell’Adige trasporta gran quantità di materiale solido (sabbia, limo) che, sedimentandosi, intasa il già ridotto alveo del Bisatto.

La “guerra dell’acqua” tra Padova e Vicenza
Stemma dei comuni di Padova e di Vicenza.
Vicenza nel XII sec. ha necessità di collegarsi con il mare per approvvigionarsi di sale e di altri generi essenziali. La via più importante di collegamento è il fiume Bacchiglione che passa per Padova. Verso il 1115 Vicenza si accorda con Padova per ottenere la Libera navigazione fluviale fino al mare, per la durata di dieci anni. Sembra però che qualche tempo dopo i Padovani, disattendendo il patto, abbiano impedito il transito nel proprio territorio, anche per via terra. I Vicentini, per ritorsione, nel 1145 deviano per la prima volta le acque del Bacchiglione verso il Bisatto, ostruendo il percorso normale presso Longare mediante una steccaia, sbarramento con pietre e legname; ciò determina l’immediato intervento armato del libero comune padovano perché la deviazione provoca una sorta di black-out della città rimasta all’asciutto: ruote idrauliche ferme, navigazione sospesa, acqua domestica ed irrigua carente e fossati difensivi languenti. Questa distrazione di acque da Longare è studiata strategicamente molto bene, perché il punto di deviazione dista 25 chilometri in linea d’aria da Padova e quindi è protetto da un eventuale colpo di mano; per di più il percorso del Bisatto è al di là dei Colli Euganei, in condizioni tali cioè da essere facilmente difeso e mantenuto dai Vicentini. I Padovani devono a forza rimediare all’astuta manovra dei loro rivali occupando Longare e rimettendo il Bacchiglione nel suo letto.
Questo è solo l’inizio del conflitto, alimentato anche dalle mire espansionistiche di Padova che, oltre a Bassano e Marostica, rivendica anche Montegalda. Devono perciò intervenire il pontefice e il patriarca di Venezia con minacce di scomunica e l’arbitrato dei vescovi veneti per indurre i due comuni in guerra ad accettare la pace di Fontaniva (1147).
Ma, a guerra ultimata, i Padovani pensano di provvedere in modo definitivo contro un’insidia così pericolosa ricorrendo ad un’ulteriore fonte per l’alimentazione dei loro canali e cioè al Brenta, che passa poco lontano da Padova. Scavano così il canale Piovesella da Noventa a Padova, che sarà prolungato nel 1209 sino a Stra assumendo il nome Piovego. Non si fidano di attingere le acque del Brenta a monte della città, dove pur sarebbe stato più vicino e comodo, perché anche qui i Vicentini sarebbero potuti intervenire, come a Longare.
Anche questo nuovo equilibrio però non dura molto. I Padovani nel 1188 prendono con la forza Montegalda e i Vicentini non trovano di meglio che ripetere la deviazione del Bacchiglione. Segue un altro intervento armato dei Padovani per far defluire l’acqua del fiume a Longare. Il fatto stesso di dover ricorrere alla forza ad ogni contrasto con i Vicentini, costringe i Padovani a riconoscere la loro condizione di inferiorità rispetto ai loro nemici, i quali possiedono la chiave dell’acqua destinata ai fossati. Ma anche dopo aver preso accordi i Padovani non si ritengono pienamente garantiti del sicuro inacquamento dei loro canali e, nel 1314, a monte di Padova, attuano una seconda derivazione dal Brenta che si diparte da Limena. Tale canale, chiamato Brentella, pone finalmente fine alla lunga guerra dell’acqua fra i guelfi padovani e i ghibellini vicentini, alleati degli Scaligeri di Verona. Dante Alighieri, nella sua Divina Commedia, fa dire a Cunizza, sorella di Ezzelino da Romano,
“… tosto fia che Padova al palude / cangerà l’acqua che Vicenza bagna …” (Paradiso, IX, 46-47). Secondo l’interpretazione di alcuni studiosi, il poeta si riferisce all’immissione, nei fossati delle mura, di acqua del Brenta che sostituisce quella del Bacchiglione proveniente da Vicenza.
Il fiume e la città
La configurazione ambientale di Este in età romana e preromana differiva dall’attuale soprattutto nell’aspetto idrografico. Che il rapporto della città con il fiume fosse molto stretto è testimoniato dal suo stesso nome legato alla denominazione latina dell’Adige, Atesis o Athesis (v. 3. tav.20*). Dopo Verona, all’altezza di Bonavigo, questo fiume si divideva in due rami: quello meridionale doveva seguire all’incirca la direttrice odierna che tocca Legnago, Badia Polesine e Boara Pisani; quello settentrionale (probabilmente il maggiore) passava per Ateste, almeno fino agli storici sconvolgimenti dei secoli VI e VII d. C.
I cambiamenti, non solo di questo ma anche degli altri corsi d’acqua veneti, vennero favoriti dalla quasi totale assenza di difese arginali che solo in epoca medievale furono realizzate con continuità. Secondo le conoscenze attuali sembra probabile che, prima di giungere a Este, questo ramo dell’Adige passasse per Montagnana, però risulta difficile ricostruirne il percorso nell’ambito urbano di Este. Si può ipotizzare che il corso d’acqua da Montagnana ad Este seguisse la vecchia statale 10, in più punti rettificata. Giunto in prossimità di Este, sembra si dividesse a sua volta in due bracci: il primo, che doveva avere un andamento obliquo da nord-ovest a sud-est, passava in località Casale nei pressi del santuario dei Dioscuri, che si affacciava con un terrazzamento sul fiume (v. 3. tav.21*), e riceveva le acque del ramo meridionale del
Retrone, l’odierno Bisatto. Questa diramazione dell’Adige quindi entrava in città: ne è prova il ponte trovato in quest’area nei pressi dell’attuale chiesa della Beata Vergine della Salute. Il percorso successivo seguito dal fiume potrebbe essere suggerito dalla particolare andatura sinuosa dall’odierna via Gambina.
Il secondo braccio dell’Adige scorreva da ovest verso est e interessava la zona di Morlungo, dove scavi risalenti al 1982 hanno messo in luce un esteso intervento di arginatura dell’antico alveo: un terrapieno o
agger, era rinforzato da pietra trachitica mista a scaglia calcarea, manufatto che fungeva da sistemazione spondale.
Questo ritrovamento è da mettere in rapporto con i resti di un ponte romano, segnalati nell’attuale via Settabile. Il fiume doveva così segnare la linea di demarcazione tra città e necropoli, per quanto riguarda il settore meridionale.
È presumibile che all’uscita dalla città i due rami estensi dell’Adige si riunificassero, seguendo le direttrici delle attuali vie Canevedo e Deserto. Proprio nei pressi di quest’ultima sono emersi i resti di arginature connesse con un altro santuario che, come quello dei Dioscuri, doveva affacciarsi al fiume.